Sugheri e boe

 

“Acquamara”, un romanzo di mafia

 

Sembra che, a dispetto dei pareri discordanti di addetti ai lavori di ieri e di oggi, il romanzo giallo-poliziesco premi con fervore, e in diversi casi anche con successo, per essere considerato Letteratura a tutti gli effetti. Un dato è la particolare diffusione di questa formula e dei suoi temi tra gli autori siciliani, tra cui l’esordiente Pietro Esposto, che pur s’impone nel panorama di genere con una linea personale e matura. La prefazione, curata da Mario Grasso, colloca l’opera lungo quella linea, il romanzo di mafia, che agli inizi degli anni ’60 veniva inaugurata da “I Musumeci di Bagheria” di Glauco Licata e da “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia, e che oggi vede il suo esponente più popolare in Andrea Camilleri con la fortunata saga del commissario Montalbano.

Dal titolo emblematico, “Acquamara”, il romanzo è ambientato nell’omonimo immaginario paesino del palermitano, dove prende forma un teatro di personaggi ben caratterizzati e figli di un periodo storico – proprio gli anni ’60 – e di una regione geografica – la Sicilia – cui si sposano con coerenza quanto a funzionamento psicosociale (sino a farlo sembrare un romanzo storico, se non sapessimo dal principio che fatti, cose e persone siano frutto della fantasia dell’Autore). La locandina della presentazione, che si è svolta a Caccamo (PA) negli scorsi giorni di vacanze natalizie, ben rende l’atmosfera teatrale che suscita “Acquamara” (anche per l’abbondanza della mimica e della gestualità, spesso canale comunicativo privilegiato nel linguaggio tipico meridionale e – ho constatato – spesso valorizzato nelle narrazioni degli scrittori siciliani).

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Il protagonista principale è Titta Mezzasalma, magistrato ligio al dovere con una particolare passione per le donne, figlio di uno mastro calzolaio che gli aveva permesso di studiare legge, mentre il fratello maggiore, Castrenze, aveva preso la strada ecclesiastica e il minore, Liborio, quella dei campi. Dall’altro lato abbiamo la corruzione, uomini di ogni estrazione socio-culturale e impiegati in professioni diverse ma che, in un modo o nell’altro, colludono con la mafia sino a farne parte: don Peppino Giambrone, capomafia locale e fratello dell’arciprete don Mariano Giambrone suo collaboratore; il sindaco Calogero Lo Cascio eterno segretario della Democrazia Cristiana di Acquamara; il Procuratore della Repubblica; gli stessi carabinieri. Personaggi ambigui sono il presto ex segretario del partito comunista di Acquamara Cosimo Comella; il vecchio Nardino Bonfiglio, cassiere della “Confraternita del Purgatorio” e tesoriere della locale sezione della Democrazia Cristiana, ma nonno del giovane comunista Mario; lo stesso Liborio Mezzasalma.

Emergono incontrastati anche personaggi femminili molto diversi tra loro, dalla moglie del magistrato, Amalia, all’amante, Rosalia, entrambe dalle chiare idee antimafiose e coinvolte nella trama narrativa non solo sul piano delle relazioni sentimentali ma anche nelle vicende legate al caso della cava di tufo su cui il magistrato indaga; entrambe da contrasto alle figure che più tradizionalmente rispondo al modello femminile della Sicilia arcaica, parlano e si muovono in rappresentanza di sistemi valoriali che tutt’oggi in realtà, ad arte rinforzati, in molti contesti sono duri a morire.

L’ambiguità morale, a dire il vero, caratterizza un po’ tutti i personaggi non chiaramente delineati, a sostegno della tesi secondo cui una visione manicheistica del bene e del male sarebbe ingenua e fallace, a fronte della complessità dei casi umani e di come da tutte le fazioni coinvolte provengano rivendicazioni sincere e camuffamenti dietro compromessi.

Tuttavia, a lettura ultimata ho avuto l’impressione che in fondo i veri protagonisti del romanzo siano i giovani, qui nello specifico i militanti nelle fila del PC, Mario, Costanzo, Pino e la battagliera Dora, veneta trapiantata, audace e speranzosa di portare al Sud il vento della rivoluzione del ’68 (e qui voglio trattenermi dal fare riflessioni amare a pendant col titolo, a partire dall’impatto dei sistemi familiari siciliani sulle vite di figli, nipoti e pronipoti al momento di confrontarsi con la società e con la vita, nel romanzo, ben rappresentate tra l’altro).

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Pietro Esposto muove ognuna di queste pedine con abilità di narratore, illustrando un mondo quasi interamente colluso con il pensiero mafioso. È proprio questo che in effetti emerge dal libro, la mafia (nell’accezione moderna del termine) non come organizzazione, bensì la mafia come pensiero, lì dove si opera nella sottomissione, nella connivenza, dove si accantona un principio etico per ottenere un beneficio, senza necessariamente ricorrere a rappresaglie, intimidazioni, pestaggi, omicidi. È il caso dei favori che si chiedono e si fanno, a tutti i livelli. Ma troviamo la mafia anche negli episodi di mobbing e stalking, nelle macchine bruciate, nel clientelismo, nelle raccomandazioni al lavoro che sfociano nel collocamento a tutti gli effetti (monopolio di chi sta in una posizione di potere come, nel romanzo, la Democrazia Cristiana: leggiamo «Al municipio di Acquamara, Lo Cascio poté collocare un fratello, tre cugini, quattro nipoti diretti, tre indiretti, coniugi di altrettanti diretti, figliocci, padrini, compagni di scuola e di caccia»). La troviamo nei doni, nella manipolazione dell’informazione pubblica, nel dire che con la legge pane in casa non se ne porta e che in gioco c’è l’incolumità della propria famiglia, nei conflitti d’interesse, nell’abuso d’ufficio, nel far leva sui punti deboli dell’altro per risultare più persuasivi, nello strumentalizzare gli interessi dell’altro per perseguire i propri. E se qualcuno non è d’accordo, o è “caruso”, o “pecorella smarrita” da riportare all’ovile o albero da raddrizzare finché è giovane. È ovunque la mafia, e Pietro Esposto, senza voler impartire nessuna lezione, lo illustra direttamente attraverso fatti e personaggi.

Sarebbe errato però credere di trovarsi di fronte a un libro impegnato, cruento e angosciante, perché ogni episodio, ogni dialogo che fa emergere il sistema mafioso, è alternato a spezzoni esilaranti, che divertono il lettore sia nei contenuti narrati che nel linguaggio utilizzato. L’ironia, infatti, delle contingenze si serve di quella intrinseca al dialetto siciliano, di cui la narrazione è piena zeppa in una contaminatio linguistica continua, in pieno stile camilleriano, dove la parola d’ordine è “minchia” ma accanto a proverbi, detti, figuralità proprie della nostra cultura, che alleggeriscono e rendono accattivante e scorrevole la lettura. È un libro che si legge d’un fiato, che può essere definito anche un po’ folkloristico se pensiamo ai frequenti riferimenti alle peculiarità della Sicilia e in particolare di quella occidentale, come una guida turistica in versione romanzata. Mi riferisco alla particolare attenzione che l’Autore riserva alle pietanze tipiche, di cui il protagonista – ma c’è da pensare anche l’Autore – è particolarmente ghiotto. Nella sfilata culinaria compaiono le olive condite, la melanzana abbottonata, le brioche col tuppo, i bucatini con le acciughe e il finocchietto selvatico, la caponata, la frittata di asparagi, la zuppa di pane cotto, il pane con le panelle e quello con la milza, gusto per portare qualche esempio.

Tra i temi rilevanti emergono anche il rapporto tra i sessi (frequente è l’ironia a sfondo sessuale) e quello tra le generazioni: Esposto fa dire a un personaggio che «I picciotti hanno quel coraggio che nei vecchi diventa presunzione (…) i vecchi, invece, dovrebbero spronare i giovani a rischiare, limitandosi a indicare una meta e non la strada».

Questa affermazioni mi riallaccia al significato profondo che ha secondo me questo romanzo, e trovo racchiuso emblematicamente ed efficacemente in una scena – che non contestualizzo adesso per non rovinare la lettura – ma che parte da «un’antica usanza siciliana che vuole siano accese delle luci sui balconi della case situate sul percorso delle processioni. È una preghiera collettiva rivolta al santo. Non c’era nessuna processione quella sera di maggio ad Acquamara, eppure, il passaggio di quei quattro giovani, mano nella mano, per le vie del paese, fu illuminato dalla luce. Delle tante candele accese sui balconi della gente».