Quando la burocrazia uccide: Mario Genco e il “Nuovo Trattato generale dei pesci e dei cristiani”

Conobbi Mario Genco un paio di anni fa, quando mi presentai a casa sua a Palermo per dirgli che avevo intenzione di scrivere un saggio sulla sua produzione letteraria. Mi ricordo ancora la sua espressione stranita mentre tentava di capire chi aveva davanti, poi mi disse “Ma chi glielo fa fare?”. In quel momento mi resi conto di come l’immagine che mi ero creata dell’autore corrispondeva esattamente a quella reale: un uomo ironico, abituato a studiare le persone e le parole, e fortemente empatico. Certo, fisicamente me lo immaginavo completamente diverso, mi sarei aspettata un topo da biblioteca curvo sulle spalle e con gli occhialoni da lettura. E sì, perché dovete sapere che Genco ha un modo tutto suo di cercare l’ispirazione e creare le sue storie. Lui adora gli archivi: di stato, dei tribunali, delle redazioni dei giornali, persino dell’azienda municipale del gas. Per Genco si potrebbe parlare di un nuovo filone letterario che mi piace definire “letteratura della burocrazia”, ovvero quello in cui soggetto principale è l’apparato burocratico con le sue leggi, il linguaggio e il subdolo potere di vita e di morte, o di morte in vita sugli individui. È dalla riflessione sul linguaggio burocratico, freddo, distaccato, impassibile a ogni miseria umana o, peggio ancora, intriso di patriottismo razzista, che nasce in Genco il bisogno di raccontare con sentimento umano ciò che quel linguaggio colpisce – lì dove il sentimento racchiude l’empatia, la rabbia, l’ironia, il sarcasmo –. «Custodi di tutte le storie possibili (e, a volte, di quelle impossibili)»[1. La frase è di Genco, come riferitami dallo stesso durante un colloquio.], gli archivi si rivelano un’interminabile fonte di riflessione sulla storia, sulle leggi dell’uomo e sui loro destini. Sul valore della parola scritta è fondata tutta la narrazione e la ricerca letteraria di Genco, sulle «storie possibili» che nascono dagli spazi bianchi fra le parole «congelate», e dalle interminate strade che una ricerca può prendere.

I piccoli fatti del passato, quelli che i cronisti riferiscono con imprecisione o reticenza e che gli storici trascurano, a volte aprono nel mio tempo, nelle mie giornate, qualcosa di simile alla vacanza. […] L’imprecisione o la reticenza con cui il fatto viene riferito è, naturalmente, la condizione indispensabile perché il divertimento scatti. Che è poi il gusto della ricerca, del far combaciare i dati o del metterli in contraddizione, del fare ipotesi, del raggiungere una verità, o dell’istituire un mistero là dove o la mancanza della verità non era mistero o la presenza di esso non era misteriosa.[2. L. Sciascia, Cronachette, in Opere 1984-1989, a cura di C. Ambroise, Bompiani, Milano 1991, p. 150 (I ed. Sellerio, Palermo 1985).]

Ma sempre una storia può immaginarsi come uno steccato di parole ed esse sono tante quante gli interstizi visibili fra parola e parola e gli altrettanti invisibili che attendono di aprirsi. Perciò negli spazi vuoti è possibile che si insinuino altre storie con le stesse parole in ordine scompigliato, o la stessa storia ordita con altre parole. […] come fingere di non vedere gli spazi lasciati liberi fra parola e parola e il loro insinuare curiosità e lusingare indagini?[3. M. Genco, Post Scriptum, S. F. Flaccovio Editore, Palermo 1990, p. 9.]

Le due citazioni si potrebbero leggere di continuo come facenti parte di un unico testo, eppure appartengono a Sciascia, la prima, tratta da Cronachette, e a Genco, la seconda, tratta dal suo libro Post Scriptum.
Da La scomparsa di Majorana (1975) a L’Affaire Moro (1978), da Cronachette (1985) a Porte aperte (1987), Sciascia ripropone la stessa idea: i fatti sono importanti, importantissimi, e non devono essere persi di vista; ma quando si passa dall’esame attento dei fatti, dei documenti, delle testimonianze, alla formulazione delle ipotesi, diventa indispensabile il ricorso alla fiction. Nel passaggio dalla realtà confusa alla descrizione della confusione della realtà, descrizione fondata sempre sull’ordine delle possibilità, i «fantasmi di fatti» possono rivelare un particolare, e nel particolare l’essenza della verità, il distillato della realtà.
Lo stesso fa Genco: un filo rosso lega i «fantasmi di fatti» sciasciani alle «ragionevoli interpretazioni» di Genco. Cosa sono quei fantasmi dei fatti se non ipotesi, congetture, storie possibili che nascono quando ci si incuriosisce del dettaglio, del conto che non torna, dal porsi delle domande, cercare delle risposte e poi smontare e rimontare il puzzle per trovare altre «ragionevoli interpretazioni»[4. Ibidem.]?
MArio GencoQuesta commistione di saggio e romanzo, di fiction e non fiction, di realtà fattuale e invenzione romanzesca,  i critici oggi la definiscono non fiction-novel, o faction, dopo il successo del genere in Italia decretato da Roberto Saviano, ma che Genco ha anticipato di circa 15 anni con il suo primo libro Post Scriptum (1990). Da questo primo libro a quello più recente di evoluzione ce n’è stata. Il Nuovo Trattato generale dei pesci e dei cristiani (Prova d’Autore, 2013) è la sperimentazione massima – linguistica, contenutistica, strutturale – e la fusione perfetta di fiction e non-fiction. Non solo è “un saggio che si legge come un romanzo” – per usare la definizione di non-fiction novel proposta da alcuni critici – ma è un romanzo che si inscrive pienamente, rinnovandola, nella grande tradizione linguistico-letteraria che da Verga arriva fino a D’Arrigo. Il libro, che nella sua prima versione del 2003[5. M. Genco, Trattato generale dei pesci e dei cristiani, Prova d’Autore, Catania 2003.] era dedicato «ai pescatori, passati (molti), presenti (pochi) e futuri (?) dell’isola di Marettimo», “l’ultima a ponente dell’arcipelago di ponente”, è strutturato come un lungo dialogo fra un pescatore dell’isoletta delle Egadi e il narratore-testimone che lo intervista, ascolta, osserva, accompagna durante i suoi viaggi in barca, nei dintorni dell’isola in cerca di tonno, pescespada, anciove, alacce, ricciole e cicirella. Un confronto con il D’Arrigo di Horcynus Orca[6. S. D’Arrigo, Horcynus Orca, Mondadori, Milano 1975.] risulterebbe inevitabile, a una prima lettura, non foss’altro che per il linguaggio e per il rapporto pescatore/pescato su cui insistono entrambi. E fu per questo che in effetti Genco ritardò la pubblicazione della prima versione del Trattato per quasi trent’anni. Come dichiarò in un’intervista al «Giornale di Sicilia» nel 2004, l’uscita di Horcynus Orca, cioè «il trattato dei pesci e dei cristiani per eccellenza»[7. G. Condorelli, I pesci e i cristiani di Genco, in «Giornale di Sicilia», 2 aprile 2004.], lo bloccò come paralizzato. Il paragone è comunque relativo, poiché il meraviglioso libro di D’Arrigo nasce e si presenta come un romanzo; che poi sia una grande metafora della guerra e della dittatura fascista, della lotta per la sopravvivenza, e più in generale, del rapporto dell’uomo con/contro/come l’animale, questo rientra nelle qualità della grande Letteratura. Il Trattato di Genco, invece, nasce da un’inchiesta svolta quando a Roma a fine anni ’80 si discuteva il progetto di istituire una “Riserva delle isole Egadi”. Genco, che frequentava l’isola di Marettimo durante le vacanze estive, conosceva bene le persone dell’isola, in particolare un pescatore, Vincenzo Ricevuto, l’intervistato e personaggio principale del libro, nonché dedicatario del Nuovo Trattato. Lo definisco intenzionalmente personaggio perché, dietro le sue parole rese racconto, si nascondono decine di persone reali, storie, tradizioni, accumulate nella memoria di Genco per oltre trent’anni. Ed è proprio l’accumulazione delle storie, delle parole, dei nomi di luoghi, pesci e cristiani e dei loro significati antropologici, la caratteristica principale di questo libro. Come nel capitolo 11, dove ad un elenco di «‘ngiurie che sanno di terra» segue quello delle ‘ngiurie che «hanno mare e pesci a riferimento, un’antica prodezza con essi o una debolezza, un’indole, un gesto di troppo o di meno»: Fanfaruneddu, Opo, Mangiafera, Malupisci, e Scorfanicchio, tanto per dirne alcune.
D’altronde, un trattato richiede un’esposizione esauriente e metodica, a tratti elencativa, di un campo del sapere. Ma è anche vero che quello di Genco è più una parodia di un trattato generale. Il fenomeno da osservare è l’estinzione dell’Homo Piscatorius Maretimensis, di cui la fredda burocrazia, ancora una volta, della distante capitale si è dimenticata di tutelarne la specie insieme a quel lungo elenco di nomi latini inclusi nel progetto della Riserva delle Egadi. E così, mentre persino la Monachus Monachus la mammamarina dei siciliani, la Foca Monaca degli italiani – che non si vedeva da oltre trent’anni[8. Sarebbe doveroso segnalare che un avvistamento di foca monaca nell’isola di Marettimo è avvenuto nel 2010, come riferito dal «Corriere della Sera», il 16 aprile 2010.] nei mari mediterranei è contemplata tra le specie da proteggere, la comunità dei pescatori dell’isola è stata ridotta dalla legge a uno stuolo di pescatori dilettanti con troppi vincoli da osservare e poco pane da portare a casa. Sono quindi diventati «isolani di terraferma» emigrati in Sicilia, o «fuorusciti» come li chiamano i pochi superstiti rimasti a Marettimo.
Non ha niente di scientifico questo Nuovo Trattato dei pesci e dei cristiani, ma non per questo ha meno valore documentario e memoriale. Com’è tipico di tutta la produzione di Genco, anche qui stralci di giornale, di leggi, di note ministeriali del tempo persino di un trattato sui rimedi di medicina popolare scritto da un medico e poeta rinascimentale[9. Ci si riferisce al Tesoro della SanitàNel quale si da il modo de conservar la sanità & prolungar la vita, & si tratta della natura de’ cibi & de rimedi  de’ nocumenti loro, di Castor Durante da Gualdo, pubblicato a Venezia nel 1586.], questi spezzoni di realtà si mescolano ai dialoghi del pescatore e del narratore (misto di siciliano e italiano, a metà tra mimesi e sperimentazione), ai racconti degli isolani, ai sogni e alle leggende di libri misteriosi, in un mix perfetto in cui reale e fittizio non si distinguono più. Come nel dialogo fra il pescatore e la mammamarina (cap. 13): un dialogo fantastico creato dall’autore o un sogno realmente “sognato” dal pescatore? Qualunque sia la risposta, di sicuro vale come metafora dello stesso destino di uomini e animali: persecuzione, esilio, carestia, estinzione.
Ed è per evitare che si estingua anche la memoria che Genco ha scritto questo libro, per raccogliere testimonianze, documenti, storie, luoghi e parole di un popolo, quello dei pescatori, che la burocrazia e il progresso hanno condannato alla scomparsa.

Nell’Appendice del libro, l’autore si presenta in quanto tale e non più come narratore interno alla storia, e scrive che deve affrettarsi a trascrivere i frammenti di un libro misterioso, U Libru, l’unico dell’unica biblioteca dell’isola, che non ha mai visto nessuno ma di cui tutti parlano. Esiste realmente questo libro o persino la leggenda del libro è stata inventata da Genco? U Libru è un escamotage letterario creato da Genco per narrare ancora una volta quelle storie possibili a partire da articoli di giornale e documenti di Stato, e condendole di racconti, dicerie popolari, echi letterari come mai prima aveva fatto. Così, U Libru diventa il controcanto indispensabile del Trattato generale, anzi U Libru è il Trattato stesso:

Molte pagine sono elenchi di cristiani e di pesci, sequenze di date, liste d’armamento passate e presenti aggiornate, bollettini di porto e tabelle di previsioni meteorologiche, quaderni dei conti di sbordata alla luna quinta, giornali di bordo e brogliacci di faristi, ordini di battaglia, notizie di naufragi riportate da quotidiani e riviste stampati secoli dopo l’epoca, presumibile, di pubblicazione del tomo.

O meglio, è la descrizione di come il Trattato è stato scritto:

La pazienza, la frequenza più che trentennale con il posto e la sua gente, unite a una successione di circostanze inutili da narrare, hanno consentito di raccogliere, con sufficiente attendibilità, alcuni frammenti del libro, fra cui alcune piccole storie che bisogna affrettarsi a trascrivere prima che cambino di natura e di scrittura, sotto gli occhi.

Il Trattato di Genco, oltre ad essere un bestiario e un atlante marino, è un’enciclopedia letteraria sugli uomini, dall’isolano di mare a quello di terraferma, dal pescatore di pesci al pescatore di turisti, dall’Esperto ambientalista del Ministero ai progressisti poco ecologisti, dal prete che predica contro il peccato mortale dell’invidia  al beckettiano confinato di mafia che «aveva paura di aspettare». Fino allo «straniato alto funzionario in disgrazia, dell’Assessorato Regionale Informazione&Disinformazione» che, sfogliando remote annate di un inutile bollettino, trova le tracce della storia di un veliero americano salpato da Palermo nel dicembre 1860, rotta New York, e mai arrivato a destinazione. Un alto funzionario che aveva letto molti libri e ricordava a memoria solo le prime tre parole di Moby Dick e le ultime di Horcynus Orca e The Secret Sharer.

E poiché il giorno che s’imbatté, per noia e per indifferenza in questo piccolo mistero i frammenti di memoria erano tornati all’ordine seguente: A free man a proud swimmer stricking out for a new destiny dentro più dentro dove il mare è mare Call me Ishmael, mentre ricomponeva con fantasie arbitrarie la storia che un po’ era accaduta, doveva essere accaduta, e un po’ doveva essere inventata perché, era accaduta ma chissà in che modo, pensò che gli sarebbe piaciuto conoscere esattamente la sorte dell’Alice L. Weeb e del suo pilota compagno segreto di se stesso.

L’alto funzionario in disgrazia è l’alter ego di Genco. Come alter ego è anche lo Scrittore Finalmente Famoso de Il collezionista di parole[10. M. Genco, Il collezionista di parole, Edizioni della Battaglia, Palermo 1995.], un bellissimo racconto di Genco del 1995 che costituisce una vera e propria dichiarazione di poetica del nostro autore. Vi si narra la condizione di un collezionista di parole che inizia a perdere tutte le parole, in una città dove regna «il trionfo della morte», per cui non vuole più scrivere “metafore”. Questo racconto è a sua volta scritto da uno «Scrittore Finalmente Famoso» che, per seguire l’onda della «Scrittura Civile», e riuscire a raggiungere un gran pubblico, decide che è meglio affidarsi alla «Storia confrontata con l’Attualità», spulciare gli archivi e partire da lì. La tecnica di scrittura gliela ispirano le parole di un procuratore antimafia di Palermo, a un mese dalla strage di Capaci. Osservatorio privilegiato: Palermo – e per estensione, la Sicilia con le sue isole. Attenzione ai fatti minori o ai dettagli meno noti. Nessuna pretesa di essere esaustivi. Questa è la scrittura di Genco.
Il racconto nel racconto ne conferma la scelta: Genco parte dalla realtà, passata, tratta dagli archivi, perché lì trova tutte le parole per creare le metafore tra gli spazi bianchi.

Quando comunicai via e-mail a Genco che il mio saggio era stato pubblicato sulla rivista «Il Ponte»[11. D. Saitta, Nel crocevia delle storie possibili. La letteratura della burocrazia di Mario Genco, in «Il Ponte», n. 7, luglio 2012.] sapete che mi rispose?
“Ma tu guarda se alla mia età devo affidare la mia fama futura a una che ha la metà dei miei anni?”
Magari le parole non furono esattamente queste, ma mi perdonerà Genco se fra i suoi spazi bianchi io ho creato questa storia.


 

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