Parafrasi “Il Cordimarte” di G. Artale (13/13)

 

…Cordimarte le chiese il nome, ma quella, rispondendo a dispetto “Castiga-traditori”, dava di nuovo adito a nuovi insulti. Quando da un lato premeva la calca cacciata dai giganti e dall’altro incalzava quella di Ormauro, ricominciò la battaglia, che certamente avrebbe avuto lo stesso esito per entrambe le parti, poiché la sconfitta dell’una, che maggiormente soffriva della perdita dei suoi cavalieri, sarebbe stata violenza fatale per l’altra.
La regina, frattanto, a cui null’altro importava se non ritornare a scontrarsi con il suo odiato nemico, cominciò a chiamarlo e a cercarlo, ma ogni tentativo fu vano. Non appena si accorse che era affetta da una grave ferita, grondante di sangue, si ritirò nello stesso padiglione di Cordimarte e dopo essersi fatta medicare da alcuni suoi uomini, si cinse nuovamente l’armatura, si fece portare un foglio e l’occorrente per scrivere e portata a termine la lettera la sigillò e diede ordini rigorosissimi ai suoi servitori affinché la consegnassero personalmente a Cordimarte, alla ritirata degli eserciti dal campo, tacendo il nome del mittente. Fatto questo, rimontò a cavallo e si diresse verso la reggia, pungolata ai fianchi ora da Signora Gelosia e ora da Messer lo Sdegno.
La battaglia nel frattempo infuocava più che mai e il sole, appena nato, divenne rapidamente adulto e poi anziano e, moribondo, si seppellì nell’oceano. […] Cordimarte scorse il Capitano avversario e, correndo ad affrontarlo gli gridò: − Fermati! Fermati! Capitano, tocca a noi risolvere la battaglia!
L’altro, intesa quella mortale provocazione […] non considerando la qualità dell’armatura del nemico-non nemico, corse incontro a quello con pari slancio, per riportare la vittoria di un esercito intero con la morte di un solo uomo.
 
Amici sciagurati, quale tragedia di una sorte nemica vi condurrà a naufragare nello stesso porto? Ahi, se solo un po’ più da vicino vi osservaste, vi ritrovereste sommersi in un fiume d’acqua piuttosto che in questo in cui ora vi state imbattendo, ben più pericoloso perché fatto del sangue delle vostre vene!
Ferri spietati, ora apprendo da voi che siete più feroci della madre che vi partorì. Se, nascendo avete ucciso, crudeli vipere, la vostra genitrice, la Terra; ora state uccidendo la virtù di cui essa stessa si fregia!

Intanto i due valorosi, lasciando la loro sorte in preda a Marte che non conosce altro che rigore marziale; guidati dall’ambizione alla gloria, si scontrarono con un coraggio non meno eguale a quello di due leoni e così anche i rispettivi destrieri, che non fecero attendere risposta ora alla chiamata ora al morso dello sprone dei loro cavalieri. Nessuno di loro fu colto in fallo, mentre volteggiavano in aria, assalendo il nemico o a lui sottraendosi. […] Entrambi, però, iniziarono a chiedersi chi fosse quell’impavido avversario che fronteggiavano, non essendo nessuno di loro avvezzo a combattere con un solo cavaliere, ma con cento alla volta.
Mentre la terra era già trafitta da spade e armi spezzate e grondava del sangue delle loro ferite, le stelle davano inizio alle esequie dell’estinto giorno coi loro lumi, ricoperte dal manto luttuoso della notte. I due guerrieri erano ben coscienti del fatto che le prodezze notturne, perché coperte dal buio, sono date in pasto all’oblio e così il capitano sconosciuto, ben più fiacco di Cordimarte per le ferite riportate, prese la parola e con i moti della lingua arrestò quelli della spada nemica:
− Cavaliere, non si scorge più altra luce che quella delle nostre spade. Mi duole dover interrompere il nostro primo combattimento per via della sopraggiunta notte: solo lei poteva osare tanto, poiché solo lei poteva esserci irrimediabilmente importuna. Se il Cielo vuole che io viva ancora, dopo una breve tregua che ci consentirà di riprenderci dalle ferite riportate, torneremo di nuovo a combattere.
− Sebbene la vostra forza, rispose Cordimarte, mi inviti a fuggire altre occasioni di duello, la brama di una morte gloriosa o di una vittoria insigne mi spinge invece ad accettare: dopo tre giorni di tregua ci incontreremo di nuovo qui, testimone il sole.
Mentre così parlavano, si sentivano gli oricalchi suonare il ben noto segno della ritirata, imponendo la fine a quella terribile giornata e se non sono riuscito a raccontarne le prodezze più grandi nel migliore dei modi, causa ne è la mia mancanza di forza.
Tutte le squadre tornarono ai loro padiglioni, totalmente cambiate rispetto alla loro partenza: chi era sfigurato, chi ferito, chi confortava o veniva confortato, chi insultava o veniva insultato.
La restante parte di quella notte nient’altro vide se non lamenti, sospiri e pianti, amici che uscivano dalle loro tende alla ricerca di amici: chi li ritrovava sfigurati da una ferita, tanto che se era arduo riconoscerne il volto, altrettanto agevole era l’immaginare quale spada lo avesse così ridotto; chi, perse le speranze di ritrovare i volti amici vivi o morti, spasimava di dolore; chi, ancora, dopo aver cercato i propri colleghi tra i caduti in campo, nel buio della notte, credendo di ritrovarli e riabbracciarli, si rivelava deluso scoprendo di abbracciare il corpo di un nemico; chi, poi, ricadeva tra le braccia di un avversario in fin di vita; chi, trovando solo il capo del proprio amico, lo tormentava di baci; chi, ancora, ne trovava solo il busto, lo seppelliva con le proprie braccia; chi, infine, ritrovando le spoglie dell’amico in una pozza di sangue, le faceva naufragare in un gorgo di lacrime.
Cordimarte, Artesindo, Agà e Ormauro piangevano gli amici, ma lodavano il valore dei nemici e le loro prodezze. Giunsero al passo lento dei loro destrieri alle loro tende e presi da una straordinaria stanchezza, dopo aver medicato le loro ferite, andarono a riposare.

***

Giunge così al termine il Libro Secondo
E con esso la parafrasi errabonda
Che i lettori di Lunario ha allietato
(così almeno abbiamo sperato!)
da un anno a questa parte
seguendo le avventure
di questo eroe senza arte né parte.
Le prodezze future,
invitiamo a scoprirle nell’originale:
dal risvolto affatto banale
molte ancora esse saranno.

Non potevo chiudere diversamente dallo stile in cui avevo iniziato questa riproposizione in chiave moderna del romanzo barocco, il Cordimarte di Giuseppe Artale, edito per la prima volta nella prima metà del Seicento.
Il compito è stato senz’altro un piacere e un divertimento, ma non di semplice esecuzione. Ho voluto dare un assaggio di una storia letteraria, quella del romanzo barocco di metà Seicento appunto, spesso accantonata dagli studi e dagli stessi manuali di letteratura per la scuola. In realtà, sono convinta che rielaborare romanzi di questo tipo, a misura di ragazzo, possa essere altrettanto avvincente che leggere i romanzi di vampiri belli e maledetti o di hobbit alla ricerca di un cratere in cui gettare un anello stregato e diabolico (non me ne vogliano gli appassionati degli eroi sopracitati!). C’è tutto quello che può attrarre i ragazzi: avventura, amicizia, amori e duelli, colpi di scena e vicende intricate, travestimenti ed equivoci… unendo a tutto questo il proposito di non secondaria importanza di riscoperta di testi della nostra tradizione letteraria e di studio di una lingua, quella barocca, trascurata perché “eccessiva”, ma non per questo meno importante di quella usata in periodi successivi. Anch’essa, infatti, esprimeva il senso della propria epoca e già questo basta a farle acquistare la dignità che merita.
Prima di congedarmi dai pazienti lettori, vorrei rivolgere proprio a loro le mie più sentite scuse, cosciente di non aver assolto nel migliore dei modi il mio compito.

 

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