Parafrasi “Il Cordimarte” di G. Artale (12)

 

… I traditori sono aborriti persino da coloro ai quali lo stesso tradimento portò giovamento: così Cesare privò a un tempo dell’aspetto e della grazia Achilla, traditore dello sciagurato Pompeo.
Il Fato stesso sopporta stentatamente i traditori […]. Immaginate, dunque, come questo eroe [Cordimarte], nel sentirsi chiamare traditore da un guerriero sconosciuto [in realtà, la regina Osminda], gli si voltò contro, furioso, insieme al suo cavallo, abbandonando la corsa verso il rapitore di Filindo [in realtà, Olinda].
− E chi sei tu, disse con voce rabbiosa, che osi chiamarmi traditore? […] mentre diceva queste parole, Partifiume si era già portato a balzi furenti di fronte al nemico. La regina quel giorno cavalcava un candido destriero dalle grandi doti […] ed era così leggero che sembrava avverasse quella leggenda secondo la quale una cavalla divenne consorte del vento […]. Appena giunse l’avversario, il cavallo mutò tutta la sua docilità in furore quando fu colpito da una percossa talmente violenta sull’elmo che se non fosse stato di quella tempra le sarebbe certamente stata fatale. Il suo cavaliere, senza temere il nemico nonostante lo sapesse indomito, scoccò con la violenza di una freccia scagliata da un arco curvato al suo massimo grado e così, ricevuto il colpo, riunì tutte le sue forze per sferzare un fendente altrettanto violento, che frantumò lo scudo avversario, dando prova a Cordimarte dell’ottima foggia delle sue armi.

Frena la tua ira, Cordimarte, ché mai così ingiustamente l’ha sfogata! Osserva la tua crudeltà che ti ha trasformato in omicida di te stesso, mentre ferisci il tuo cuore!
Non oso immaginare come non ti affliggano tutti quei colpi che vibri contro Osminda… che vibri, dunque, contro te stesso!
Come fa la tua anima a non presagire i dolori che proverà quando la tua amata abbandonerà la vita?
Come fa il tuo petto a non riconoscere il suo cuore?
Come fa il tuo cuore a non riconoscere chi anima quel petto?
E tu, regina, come sopporti lo spargimento di quel sangue che dovresti piangere anziché provocare?
Non mi spiego come mai lui stesso non ti faccia arrossire il volto di vergogna per ciò che stai facendo… O forse, lui sa che i rossori di una vergogna cocente non possono apparire sul volto di chi si lascia dominare dall’orgoglio dell’ostinato gelo della gelosia!

E dunque, tratti entrambi dall’impeto d’un feroce sdegno (l’una perché, superba, non riesce a sopportare la rivalità di una sua suddita; l’altro, perché non tollera la calunnia di “traditore”) iniziarono un così furente combattimento che, permettetemi, sento di ammonire in tal modo:

E donde il sen, per attoscarsi il core
Succhiò, truce, le vene, Cerasta infame?
E donde, per destarvi orride brame
L’orrid’astro quaggiù scelse il Furore?
E quali Erinni, or con orribil arte
Moto vi danno ad animar l’acciaro?
Là, sul pian d’Amatunta anco pugnarono
Ma non con punge tai, Venere e Marte.

E qual, per destinarvi oggi al martoro
V’inaspra i cor, fier Cittadin di Dite?
Troppo, ahi troppo è inegual (miei carmi udite!)
Con un brando di ferro, un dardo d’Oro.

Forse che d’acque voi quel Frigio Gallo
Per votarvi di senno, oggi votaste
Mentre il sen sì di repente armaste
Di pazze furie a infellonir sul vallo?

Siano i vostri furor fatti diurni
Lungi da oblio notturno e scorgerete
Etruria, per non far girvene in Lete
Dispor quinci per voi scene e coturni.
L’odio poté di duo germani, in due
Bipartire una fiamma, e far due
Pire
Ma cento, oggi potrian tante
Vostr’ire.
Roghi innalzar cole faville sue

Gli amori già di Filemone e Bauce
Fuggir da voi, cibo per voi d’oblio
Laudamia fu, poiché in voi sol vegg’io
Gli ardori di Tesifone e Trifauce.

Taccio, poiché del vostro astio nemico
E de’ vostri sì rei brandi ed antenne
Scriver non san, seppur non son le penne
Di sinistra cornice, oh manco Pico.

Frattanto, il superbo Ormauro cavalcava un irrequieto destriero quando, afferrando un’antenna e caricando il braccio sinistro d’uno scudo piastrato, giunse fra i nemici bestemmiando e con furore e follia iniziò a scemare il carico di tutti quei corpi avversari in campo. Le ossa recise da quell’orribile spada piovevano giù simili a tanti altri orrori: qui vedrete accanto al busto di un tartaro il teschio di un circasso; là accanto al braccio d’un nemico, la mano ancora guizzante dell’altro; lì un cavaliere che non più spera e spira l’anima sotto il proprio destriero; qui un cavallo che, colpevole dei fallimenti del braccio poco ardito o meno fortunato del suo signore, giace a terra privo del capo mentre lo preme ancora quel piede privo di busto.
Il Capitano Generale, sapendo che di fronte all’Agà e ad Artesindo non poteva ottenere che disavventure e, osservando quanto il furore di quelli incalzasse il suo esercito, in un baleno voltò il suo destriero per soccorrere la sua gente […]. Giunse tra i suoi, e con punizioni, con minacce e con urti, trattando i vigliacchi come nemici, riuscì a raccogliere uno stuolo consistente di soldati e ritornò alla carica contro i Bizantini, colpendo l’ala sinistra dell’esercito nemico; frattanto due o tre giganti, risollevandosi simili ad Antei ben più temerari, tentavano di opprimere quegli Alcidi che li devastavano.
Così facendo, i rinnovati combattenti urtarono il fianco dove stavano riprendendo fiato la regina e Cordimarte, per via dell’ardore furente del loro combattimento…

(continua…)