Dalla finestra di Mario Grasso – Letteratura italiana di autori siciliani

A PROPOSITO DI SANTI, POTENTI E BRIGANTI DI MAURIZIO CAIRONE

Citando Il gattopardo ci riferiamo a un romanzo appartenente alla letteratura italiana, che è una, perché una è la lingua di comunicazione nazionale. Non esiste la letteratura siciliana, nemmeno quando ci si riferisce alle scritture letterarie in uno dei dialetti dell’isola.  Non è certamente vietato dalla legge discettare sulla “Letteratura siciliana”, ma tale definizione è momento di superficialità che se per un verso gratifica l’orgoglio dei siciliani verso i propri artisti e geni delle scritture letterarie, per altro verso sembra intendere separatezza rispetto alla letteratura nazionale. Se Ignazio Buttitta trova collocazione in un documento ufficiale della storia letteraria, questo documento è la storia della letteratura italiana e dei suoi dialetti, dal piemontese al friulano al lucano, etc. Se il Paese è uno, è una la sua lingua ufficiale come i dialetti regionali dell’unica nazione nella sua unità politica, sociale e civile e linguistica

I lettori di Lunarionuovo si chiederanno da quali ragioni scaturisce questa nostra pretesa d’avere svelato la formula dell’acqua calda. Ci compatiranno evocando le continue occasioni in cui, anche da definizioni sfuggite di bocca a noti intellettuali, si sente definire “letteratura siciliana” l’opera o le opere che troviamo commentate nella Storia della letteratura italiana, cioè repertorio storico delle scritture creative di autori siciliani che hanno scritto in lingua italiana o in uno dei dialetti dell’Isola. Dialetti, al plurale, perché come ben sappiamo il siciliano non ha una sua koiné, pertanto si dovrebbe, di caso in caso, precisare se etneo, trapanese, galloitalico, etc. La informazione sulla formula dell’acqua calda continuerebbe col poter censire le colonie albanesi di Sicilia e i territori nei quali parlate locali e scritture hanno continuato a essere influenzate.

Un esempio da esibire, a proposito di quest’ultimo dato potrebbe essere quello del prima citato gallo-italico, che dalla sua “capitale” San Fratello raggiunge per un suo sentiero Francavilla di Sicilia, passando per Randazzo, mentre proseguendo dall’altro versante tocca Sortino come confine estremo dopo le forti presenze di Piazza Armerina e Aidone.

 

  1. Il discorso sul gallo-italico aggiunge un suo fascino se ne seguiamo le tracce che nell’immediato territoriale con San Fratello hanno lasciato una speciale impronta a Sperlinga dove lo storico “Sperliga negavit” insiste a testimonianza di un profondo sentimento umano verso i francesi fratelli, che Sperlinga si è rifiutata di trucidare in occasione del Vespro negando la propria adesione alla congiura.

E prosegue la linfa del gallo-italico segna Bronte da un lato e scende intrattenendosi su Randazzo e lasciando fuori la città di Maletto. Quest’ultima città però qualche influsso lo accoglierà nel proprio linguaggio di territorio appartato e forse più geloso e orgoglioso del proprio vocabolario indigeno. Una distinzione che può essere compresa tra quelle esemplificate dalle lane caprine. Ma sono proprio queste ultime a reclamare una loro diversità rispetto a quelle pecorine. Finezze che il filologo e solo il filologi oso è deputato a saper cogliere e dimostrare in materia di linguaggi e scrimoli di influssi linguistici tra un territorio e un altro in Sicilia (o altrove). In Sicilia dove anche un torrente segna confini tra vocabolari e accenti.  Si potrà includere questo continuo variare e personalizzarsi diversificato di identità dialettali come una delle componenti che, su basi sociologiche, fa definire i siciliani con un “Ogni testa è un tribunale” che trova conferme in tanti momenti, compreso quello della assenza dei cori spontanei, come sono nei territori del nord della Penisola.

Maletto dunque punto di riferimento per un invito a qualche interesse di studiosi della storia dei linguaggi locali e della loro più o meno resistente autarchia. Voce impropria autarchia ma qui la adoperiamo per evidenziare quanto prima abbiamo definito gelosia e orgoglio per i codici di comunicazione locale in tanti centri.

  1. Tutto questo sproloquio, fin qui, per concludere con un elogio al merito del cittadino di Maletto Maurizio Cairone, professionalmente operativo ai piani alti dell’ingegneria elettronica, in quanto, come apprendiamo dalla sua biografia, da ingegnere e manager presso una multinazionale dell’elettronica, si occupa di strategia finanziaria e di mitologia dell’organizzazione. Anche se la scheda biografica personale del Cairone diciannove-ventenne è spia della inclinazione spontanea verso ambiti umanistico-letterari. Infatti Maurizio Cairone, dal 1991 al 1996 ha diretto il periodico Logos Maletto dove ha pubblicato i suoi primi racconti e tenuto una rubrica sul dialetto e la cultura locale.

Il passo lungo in letteratura italiana Cairone lo ha dimostrato poi continuativamente rispetto alle proprie istanze degli anni del liceo. Una coerenza che si potrà definire accostabile a quella della definizione tomista del sol libro, allusiva in questo caso alla perseveranza negli approfondimenti come quella volta scriveva il Giusti nell’epigramma dedicato a Gino Capponi “Gino mio, l’ingegno umano / partorì cose stupende / quando l’uomo ebbe tra mano / meno libri e più faccende”. Faccia e retro di un stessa medaglia per l’ingegnere in elettronica che continua a viaggiare sul binario della tecnica e dell’umanistica con esiti di prim’ordine in entrambe le discipline adottate: l’una in quanto professionale, l’altra in quanto hobbistica del tempo libero. E in jure utroque sono palesi i meriti di questo cittadino di Maletto che vola da un continente all’altro conservando il nido nella città che gli ha dato i natali. Nido che continua ad adornare con i colori immacolati della sua adolescenza e della sua prima giovinezza.

Ed è già questo un merito altissimo, cui si aggiunge quello dello scrittore che oggi non esitiamo a definire impegnato a dare alla propria città una occasione che la pone protagonista e tramandarne a futura memoria tratti storici di una trancia epocale che accoglie, insieme alla evocazione degli eventi umani e politici, la nobile memoria del linguaggio e della sua singolarità.

È necessario leggere il romanzo Potenti, Santi e Briganti di Maurizio Cairone (Prova d’Autore, pagg.136, euro 15) conciliando quanto tra recuperi linguistici sono da coniugare a evocazione di episodi storici di una società di altri tempi, quindi all’avvincente scorrere dei contenuti su una scala musicale che coniuga il dialetto malettese, ora con le formule sacramentali di un pregresso linguaggio ufficiale della burocrazia,  attraverso epistolari e lacerti di documenti notarili, municipali o di curia e parrocchia, ora tracciati linguistici di ordinaria quotidianità popolare locale.  Cairone, insomma, realizza una combinazione letteraria avvincente e nello stesso tempo di genuina testimonianza storico-ambientale con acribia e divertimento ma con la responsabilità imprescindibile della consapevolezza scientifica. L’esito di tale impegno esaltato dalla creatività espressiva è dimostrazione delle abilità magistrali in chiave romanzesca di artista geniale.

Con Potenti, Santi e Briganti, Maurizio Cairone si è assicurato un posto a parte nella storia della letteratura italiana di autori siciliani allacciando la forte genuinità della propria voce a continuazione di quelle già classiche del Pasqualino Fortunato di Mio padre Adamo e del Vincenzo Consolo di La ferita dell’aprile, prima ancora che nelle successive e forse più note opere dei suddetti scrittori predominasse la puntualità tecnica dell’artigiano, obliata quella spontanea dell’artista. Non includeremo agli accostamenti il D’Arrigo di Horcynus Orca per la varietà del progetto linguistico, oltre che dei contenuti di eterogenea testimonianza rispetto ai territori visitati lungo le 1milleduecento pagine del sesquipedale romanzo del grande scrittore di Alì Marina, né al Camilleri di un tipo di ricerca linguistica indirizzata a esiti inventivi di un dialetto inesistente coniato a esitare effetti fono-semantici di lepidezze, per effetto zuccheriera per i lettori-consumatori

Cairone dimostra una sua grandezza e una seria imprescindibile originalità proprio per il suo indirizzare il proprio impegno all’intercettazione delle radici autentiche rispetto al territorio di Maletto e alle istanze umane profonde proprie ed esclusive della sua gens, in coerenza con gli interessi genuini originari che lo avevano attratto fin dagli anni dell’adolescenza e poi dei venti anni quando dirigeva Logos Maletto. Una fedeltà che alimentata dal genio artistico innato che caratterizza la personalità del Cairone, versata tra l’altro a coniugare in chiave letteraria in questa sua opera-prima di narrativa, un lacerto di vita e voci epocali, salvandone la preziosa identità dai tombali archivi della storia locale. L’esito eccellente dell’opera aggiunge immediatamente alla realtà della letteratura italiana di autore siciliano una nuova originalissima voce etnea, quella di Maurizio Cairone, che già con Santi, Potenti e Briganti dimostra di essersi destinato a tracciare segni geniali e importanti nel prodigioso rinnovarsi dei percorsi prestigiosi e tradizionali della narrativa degli scrittori siciliani.

Mario Grasso