Parafrasi “Il Cordimarte” di G. Artale (11)

© F. Dicksee, La belle dame sans merci

…Ahi sguardo crudele! Ahi riconoscimento troppo tiranno, ché hai condannato a ingiusti patiboli un cuore fedele! Oh sguardo, tu sei stato come quel duro Radamanto, che si scagliò contro un’anima innocente. Pupille troppo curiose, voi siete state le Erinni di voi stesse!

[…] Non tanto sdegno prese il cuore di Delia nell’osservare Ateono che la guardava, quanto Osminda nel rimirare il finto Filindo, né le mancavano […] stille per cospargerlo (poiché gliele offrivano i suoi stessi occhi, divenuti due fonti d’acqua) se non fosse rimasta impietrita dal volto stesso della sua rivale che, come Gorgone, le si parò dinnanzi agli occhi.
Le si avvicinò con il cavallo, fin quasi a sfiorarla e così fatto, le chiese: − Olinda, come può trovarsi in queste vesti e in questo luogo una signora tanto tenera e nobile?
La fanciulla (al sentirsi riconosciuta) agghiacciò, ma poiché Amore, figlio d’un fabbro, sa trovare rapide soluzioni, quella, senza scomporsi minimamente, rispose con un sorriso:
− Cavaliere, il vostro interesse mi è gradito, ma mi darebbe maggior diletto se fosse frutto del vero. Sappiate infatti che siete ben lontano da ciò che credete tanto quanto è lontano Filindo, che è il mio nome, da quell’Olinda che avete appena nominato.
− Io so, replicò Osminda, che voi siete Olinda, una delle più importanti dame di compagnia della Regina di Costantinopoli.
− Io sono il paggio di Cordimarte.
− E tanto più siete infame, riprese la regina, poiché sapendo che Cordimarte è il Campione della vostra regina, non avreste dovuto seguirlo né in guerra né in pace.
− E in guerra e in pace voglio seguirlo, riprese Olinda, perché lui mi ama e io lo adoro! Né l’essere il Campione della regina gli impedisce di essere il mio signore.
Olinda disse tali parole, ignara di essere al cospetto di colei che poteva giurarle guerra infausta. La gelosia, nonostante sia per natura di ghiaccio, sa talora infuocare i petti, e così la regina si preparava già a vendicare le molteplici ferite ricevute con la sola punta della sua spada, pronta a colpire il cuore della fanciulla… forse per ottenere due vendette in un sol colpo, desiderando distruggere al contempo anche Cordimarte, il cui volto doveva certamente essere ritratto nel cuore di quell’amante che stava per uccidere.
In quel momento, dunque, la regina stava per mettere termine alla linea non compiuta della vita di quell’amante non colpevole, quando il Cielo, che sempre provvede per gli innocenti, disse: − Oh, Olinda bella, ti giungerà aiuto da dove meno te lo aspetti!
Già vibrava la stoccata mortale dal feroce braccio della regina allorquando un altro braccio le tolse il bersaglio e glielo rapì.
Quando la regina inviperita vide sparire dinnanzi agli occhi quel cibo degno di quella sua fame feroce e furiosa parve come il cacciatore dell’Oreto, che sulla nobile e deliziosa spiaggia sicana, genera tempeste di piombo da una canna tuonante per farsi riconoscere quale Giove più terribile, mentre fulmina non con la forza di tutta la mano destra, ma con un semplice dito […] la sua preda; fu come le folle pelasghe quando rimasero sospese allo scorgere Ifigenia che, ardendo su una pira infuocata, non più fanciulla, era divenuta una fiera che adescava le fiamme per placare la Luna.
Il ladro fu un cavaliere circasso che, attratto da quel combattimento, riuscì appena in tempo a scorgere Filindo e fu subito arso da una fiamma. […] Amore, che per entrare quale signore nella rocca sigillata del cuore, non cerca altro varco che quello degli occhi, scalò repentinamente il petto del cavaliere, raggiungendo il centro del suo cuore. Così, quello, preso da una tale violenza amorosa, cercò di rapire con un rapido assalto la ragione della sua vita (che sarebbe presto divenuta anche quella della sua morte se non l’avesse salvata in tempo!).
La misera Olinda, lasciando la sella vuota, divenne preda infelice dell’altrui desiderio e fu come Giove quando, coperto dal manto pennuto della ministra delle sue folgori, non lasciò altro segno sulle campagne idee che lo strale precipitato.

Che farai ora sfortunata, fatta gioco delle sventure? Non hai altra difesa che le armi della pietà e della bellezza che, fra tutte, non servono ad altro che a offenderti maggiormente, poiché quelle braccia da cui tu cerchi pietà, esse stesse le chiedono a te; e l’arma della tua bellezza non rendono il tuo rapitore che più ostinato nel volerti possedere.

Il cavaliere correva e fuggiva aprendosi il varco con la sua scimitarra; correva e sembrava quasi un miracolo, tanto era somigliante al Mongibello che fuggiva portando in braccio tutte le sue fiamme.
Nesso Centauro, rapitore di Deianira, affrettava il passo con meno velocità di là dal fiume Erbero, allorquando Alcide lo bloccò con il lancio di uno strale mortale; né sarebbe mancato l’Ercole di quest’altro Nesso, se la regina si fosse mossa per colpirlo. Poiché però in quella non dominava più la pietà, fu quasi sollevata dal rapimento di Olinda, perché in tal modo sarebbe stata allontanata da Cordimarte e, vedova dell’amante, sarebbe stata prigioniera della libertà.
Frattanto accadde che Cordimarte, avendo appena sconfitto un altro Gigante e restando a fronteggiarne solo altri due talmente malconci da maledire di trovarsi lì in quel momento, udì le disperate richieste d’aiuto di Filindo e non appena si accorse che era divenuto preda dell’ingordigia dei nemici, dimentico del combattimento con i Giganti, corse a salvarlo.
Solo una sincerità d’animo e uno schietto senso dell’obbligo cavalleresco muovevano Cordimarte a salvare il paggio, ma la regina, gelosa e già fucina di mille sospetti, si infuriò alla vista dell’eroe che correva in aiuto di quella che lei credeva sua amante e gridò, impugnando la spada contro di lui: − No! Cordimarte traditore! Non che non la salverai finché sarò in vita!

Come si indignò il cavaliere a queste parole ingiuriose, lo lascio immaginare a tutti quei cavalieri che si ritengano leali: l’essere apostrofato “traditore”, anche solo per una volta, è la peggior macchia che possa inficiare la purezza di un animo che vanta tutti i pregi della nobiltà e della conformità ai costumi cavallereschi.

(continua…)

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