Pahor, il fascismo e le nazionalità calpestate

boris_pahor

Nel 1944 i tedeschi lo catturarono come partigiano italiano. Fu deportato nei lager e da questa esperienza, la più atroce di una vita lunghissima, nacque nel 1967 il romanzo Necropoli. Pubblicato in italiano, come quasi tutta la sua opera, solo negli anni Novanta. Ora, a distanza di sei mesi, sono usciti (da Zandonai e da Rizzoli) La villa sul lago e l’autobiografia Figlio di nessuno. Sessant’anni passati a scrivere: ma solo alla soglia dei cento (proprio così, non stiamo scherzando: ne ha 99 di anni) si comincia a conoscerlo e ad apprezzarlo. Con Boris Pahor puoi parlare di identità e nazionalità calpestate; di letteratura, storia e politica. Il Novecento ti scorre davanti con le sue tragedie e tribolazioni. Se la prese anni fa: quando lesse a Parigi un saggio di Eco in cui il fascismo veniva definito “regime fuzzy”. Cioè contraddittorio, incoerente. “Nella Venezia Giulia non fu affatto fuzzy, – dice – ma totalitario e razzista in tutti i sensi riguardo alle due comunità, la slovena e la croata” (Corsera, 24 marzo 2010). Laureatosi in lettere a Padova, Pahor ha insegnato letteratura italiana e slovena a Trieste dove è nato, nel ghetto ebraico di via Del Monte. Tra i suoi amici e conoscenti ci sono lo scrittore Slataper, il poeta Biagio Marin, il direttore del Corriere di Trieste Cergoly. Il suo primo incontro (traumatico) con la politica, con la discriminazione politica e l’ingiustizia avvenne che aveva solo sette anni. Fu prima un rogo di libri vicino al monumento a Verdi e poi l’incendio della Casa di Cultura Slovena di piazza Oberdan a Trieste. Era il 1920 – le squadre fasciste già all’opera per cancellare ogni segno di nazionalità che non fosse italiano. Le famiglie slovene e croate ebbero la premonizione del loro difficile futuro. Già il passaggio, dopo la prima guerra mondiale, dall’Austria all’Italia aveva causato non pochi problemi di adattamento. Ma quelli veri, autenticamente discriminatori, arrivarono con il fascismo al potere. Perché cambiò tutto. Il papà di Pahor, che di lavoro faceva il fotografo della gendarmeria, per evitare il trasferimento in Sicilia andò in pensione anzitempo. Una pensione misera. E così fece il venditore ambulante – di burro, miele e ricotta – in piazza Ponterosso. Il guadagno serviva anche per pagare il maestro di italiano a Boris. Che aveva fatto la scuola elementare, fino alla quarta, in sloveno. Il futuro professore e scrittore proseguirà gli studi in seminario a Capodistria e a Gorizia. E fino alla laurea seguì studi ufficiali – la scuola italiana – e studi (diciamo così) clandestini. Per non dimenticare la propria lingua, cercava e leggeva quanti più libri sloveni poteva procurarsi. Voleva salvare la sua nazionalità, le sue radici, la cultura di cui era figlio. Riuscendovi grazie ai racconti di Cankar, alle poesie di Kosovel e a Compagnia del dissidente jugoslavo Edvard Kocbek. Ma la lettura per lui fondamentale, come confessa nell’intervista a Tuttolibri del 3novembre 2012, fu Umiliati e offesi di Dostoevskij. “Quando ho letto quel libro, mi sono detto: siamo noi, gli sloveni della Venezia Giulia, noi e i croati dell’Istria”. Da allora giurò che se fosse riuscito a scrivere qualcosa di serio, quello degli umiliati e offesi ne sarebbe stato sempre il tema. Giuramento mantenuto. Pahor ama Manzoni. Paragona I promessi sposi al romanzo di Dostoevskij cui maggiormente lui s’ispira, perché tutta la grande letteratura “affronta – dice – il tema del male”. E quando il discorso cade su Umberto Saba, il centenario Pahor non ha dubbi: la grande poesia è quella che si legge senza bisogno di interpreti per capirla. E Saba, – dice – “ come Leopardi, ti parla della vita e dell’uomo con estrema lucidità”. Tra i suoi libri preferiti ci sono anche L’uomo in rivolta di Camus, lo Spinoza di Giuseppe Rensi, Il silenzio del mare di Vercors. L’ultimo pensiero quest’uomo di confine che odiava il nazifascismo e non amava il comunismo lo riserva ancora alla Storia. Alla storia della sua terra. Ed è un pensiero polemico sulla politica italiana. Che ricorda le foibe e gli esuli, ma non i crimini del fascismo, i suoi campi di concentramento nella Slovenia occupata dal ’41 al ’43. In un libro del 1975,  Edvard Kocbek, testimone della nostra epoca, Pahor denunciò anche i crimini del comunismo. Scatenando la reazione della Jugoslavia che gli proibì l’ingresso nel paese e vietò la pubblicazione delle sue opere in Slovenia. Gli anni dei grandi e nascosti scontri dietro il territorio libero di Trieste, gli scontri degli anni 1949-56 tra comunisti italiani fedeli a Stalin e comunisti fedeli a Tito, gli anni del “gulag adriatico” in cui molti militanti di un’ideologia tradita finirono rinchiusi, cannibalizzati dagli stessi compagni di fede, e sui quali, tornati buoni i rapporti con Kruscev tra Unione Sovietica e Jugoslavia, calò la barriera del silenzio dei comunisti italiani, erano lontani. Ma fu in quegli anni, ora oggetto di studi e di documentate pubblicazioni storiografiche, che Boris Pahor si formò come “scrittore contro”. Sempre contro le prevaricazioni e le violenze. D’ogni colore politico.