Quando il mito dona chiavi di lettura inattese, ma sperate

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«E il prodigio dell’una divenne il prodigio dell’altro: anche Ceice, richiamato alla vita da quel tenero gesto, incominciò a volare, come un bianco gabbiano. Così il mare all’improvviso si acquietò e la stella del mattino riapparve luminosa, nell’alba più limpida che si fosse mai vista».

Il passo appena citato proviene dalla rielaborazione per bambini da parte di Lidia Coria, scrittrice di origini sciclitane, del mito ovidiano di Alcione e Ceice. Uno dei miti più belli della nostra terra ed estremamente significativo dal punto di vista del messaggio veicolato e tramandato da secoli. Messaggio d’amore e di speranza. O meglio: messaggio di un amore stabile e duraturo, capace di affrontare e superare le barriere della vita, della malvagità, dell’invidia e della gelosia.
Rara e preziosa, una simile unione dovrebbe essere testimonianza di una realtà possibile, non di una irrealtà utopica e fantastica, come appunto è quella del mito. Precisiamo: come quella che si crede sia il mito. Quando, negli incontri di lettura con i bambini delle classi elementari, chiedo che cosa sia il mito, tutti i ragazzi all’unisono rispondono essere una storia di pura fantasia che tenta di spiegare un fenomeno naturale. In questo caso la nascita degli alcioni, uccelli marini molto simili ai gabbiani, e il singolare fenomeno meteorologico di venti e acque placide in pieno inverno, durante i giorni che vanno dalla costruzione dei loro nidi fino alla deposizione delle uova.
Fermarsi però a queste semplici constatazioni, sarebbe stato un oltraggio alla profondità e alla complessità di lettura che il mito dà della realtà, non solo naturale, ma anche e soprattutto umana.
Ripensiamo solo per un attimo all’inconsueto momento climatico di cui sono protagonisti involontari questi volatili: la natura stessa, nella sua grandezza e perfezione, quasi ci invita a riflettere su quanto sia gioioso il tempo dell’attesa… e non un qualsiasi tempo di attesa, ma proprio quello che precede una nuova vita. Tempo di quiete e di serenità, tempo di attenta maturazione e responsabilizzazione.
Questa è solo una prima sfaccettatura del mito, ma a guardare più a fondo, rinveniamo chiavi di lettura inaspettate. Ancora una volta il serbatoio degli spunti di riflessione sono i nostri bambini (mai sottovalutarli!): individuato il tema centrale di un amore eterno e autentico, lo hanno rapportato alla loro realtà quotidiana e alla dimensione delle loro famiglie, primo e fondamentale punto di riferimento. Si scopre, con loro grande sorpresa, che la storia dei due fanciulli mitologici non è poi così lontana da quelle che i nostri genitori o i nostri amici e conoscenti hanno vissuto e vivono. La libera interpretazione del mito ci fa volare in alto e ci conduce per mano verso verità assolute e incontrovertibili: ecco toccare le vette dell’Amore, quello con la A maiuscola, quello che non si arrende e non si fiacca; quello che rivela a tutti gli esseri umani, a prescindere dall’età o dal sesso o dalla razza o da qualsiasi effimera differenza, che proprio quell’Amore non conosce difficoltà insormontabili, ma solo sfide da superare insieme che cambiano, amalgamano e impastano il volto della coppia, fino a formare pian piano un corpo e un cuore soli. Nulla di tutto questo sarebbe possibile se, come ancora ci insegna il nostro mito, non fossimo disposti ad armarci di grande senso del sacrificio, ma più di ogni altra cosa, del dono totale e spontaneo di se stessi all’altro.
Si svelano, però, anche realtà e verità inattese. Si è aperto il varco a ferite non ancora sanate. Sono i bambini che soffrono per la frattura che si è creata nelle loro famiglie e dentro di loro. Alcuni, spinti da una serie di riflessioni a catena, hanno infatti confessato la difficoltà, al momento insormontabile, di accettare l’amore del proprio genitore verso un/una nuovo/a compagno/a, tanto da identificarsi con la figura di Zeus che, nel mito proposto in classe, ostacola e distrugge l’amore puro dei due fanciulli innamorati. Un amore che, secondo il re di tutti gli dei, «osava volare più in alto di quanto fosse concesso al cuore di un mortale». Ecco che senza troppi veli quei bambini hanno dato la loro chiara e distinta chiave di lettura del mito in relazione alla loro realtà quotidiana così sofferta: la felicità dei propri genitori con i nuovi compagni va soppressa, a costo di far “morire” metaforicamente l’intruso che ha distrutto il nucleo originale della famiglia e ha osato più di quanto non gli fosse concesso…
Chi lo avrebbe detto? Alcione e Ceice nel Duemila ci portano a riflettere persino sulle delicate e intricate situazioni familiari dei nostri piccoli lettori-ascoltatori. Ecco perché amo leggere e raccontare… le parole hanno effetti potentissimi sul nostro cuore, quando questo è predisposto all’ascolto e all’accoglienza dei sensi e dei significati denotativi e connotativi della parola stessa. Ogni incontro tra il cuore di un uomo, grande o piccolo che sia, e la parola magica del racconto, della favola, della fiaba e dei mille parti creativi dello scrittore in generale, è una piccola luce in più che rischiara la nostra fragile esistenza, conferendole dignità, vitalità e spiritualità unica e profonda.
Pascal diceva che la nostra grande fragilità è compensata da un dono incommensurabile: il pensare e l’essere coscienti di ciò che siamo e di ciò che facciamo. Siamo canne pensanti diceva, deboli, facilmente sottoposte alle turbolenze della vita, ma pur sempre esseri coscienti delle meraviglie e dei drammi del nostro mondo e del nostro microcosmo. Una grazia che non è data a nessun altro essere vivente e la lettura ha il pregio inappagabile di elevare la nostra dignità sempre più verso nuovi orizzonti di coscienza e consapevolezze, verso nuove grazie che osano e che devono osare «volare più in alto» di quanto sia comunemente concesso al nostro cuore.