Il fantasma burlone. Da “Sette storie per sette giorni”

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“Sette storie per 7 giorni” è, se vogliamo, l’eptamerone di Gabriella Calì. Seppur il numero di storie contenute sia di gran lunga inferiore alle cento del Decamerone di Boccaccio, le due opere presentano alcuni punti di intersezione: su tutti, la volontà di raccontare un determinato numero di storie in un determinato numero di giorni, per voce di un determinato numero di autori/scrittori/concorrenti, isolati dal mondo esterno perché relegati al loro covo di riunione, sette secoli fa per un motivo (la peste), oggi per un altro (un concorso letterario).

Concentrerò la mia breve analisi su di un singolo racconto, nello specifico “Il fantasma burlone”, che ritengo, come gli altri sei, un nucleo autotrofo, quindi solidamente compiuto ed indipendente, ma che se inquadrato in una visione più ampia, ovvero in quella del romanzo che li raccoglie e nella visione che considera l’identità di chi lo concepisce e poi lo narra, diventa imprenscindibile e propedeutico per un’indagine interiore dello stesso narratore e di chi lo ascolta. Si lavora quindi su più livelli: il fantastico ed il reale, con il primo che attinge dal secondo, per rivelare il suo lato reale. Perché la narrazione quotidiana delle storie presenti nella storia diventa pretesto per ammonire, involontariamente perché inconsciamente, l’uditorio sui vizi cui è inclìne. E quali vizi se non quelli capitali?

Ne “Il fantasma burlone” di Iuri, il protagonista narra la parabola che lo porta fino all’apice del successo nel gioco per poi intraprendere una fisiologica discesa sociale inversamente proporzionale ad un innalzamento spirituale che lo conduce ad espiare i reati di cui si è cullato e vantato. Superbia e lussuria la fanno da padrona: «Avevo lasciato sul lastrico parecchia gente che, disperata, si era data al bere o aveva contratto debiti con gli usurai, ma mai avevo provato nessun rimorso nei loro confronti quando avevo alleggerito le loro tasche e avevo saputo della loro caduta nel baratro» e «Tutte le donne mi cadevano ai piedi e le prendevo e le buttavo via come se fossero fazzolettini di carta. Non mi commuovevo davanti alle loro lacrime e tantomeno davanti alle loro minacce di suicidio. Ridevo con arroganza e continuavo tranquillo per la mia strada». Cito ancora la lussuriosa: «In quel periodo avevo una relazione con Elsa, una ragazza molto simile a me nel modo di pensare. Mi diceva: “Non credere di essere insostituibile. Io giro come il vento, una volta di qua e una volta di là. Oggi sto bene con te perché possiedi tutto, bellezza e fortuna, ma posso benissimo lasciarti se incontro qualcuno che vale più di te”. Parlare chiaro è proprio una bella cosa ed era per questo che ci stavo bene con Elsa. Non l’amavo ma ci facevo l’amore perché sapevo che mai mi avrebbe appioppato la partenità di qualche marmocchio, perché era una donna pratica che mai sarebbe ricorsa e certi mezzucci per accalappiare un uomo. L’ammiravo per quel suo modo di essere libera e sfrontata, egoista e senza scrupoli».

La presa di coscienza su una conduzione di vita futile ed effimera, ed il conseguente agire per riprenderne in mano le redini, sono coadiuvate dall’appazione di un fantasma che si prende gioco del protagonista, fantasma di cui non intendo rivelar nulla per non far scemare l’interesse del potenziale lettore della Calì.

Il fantasma, nella simbologia, ha significato divinatorio di ristrettezze e pericolo, e non è un caso che il protagonista del racconto, questo posso dirlo, cominci a vedere svanire le sue ricchezze derivanti dal gioco proprio con la concomitante entrata in scena del “co-protagonista fantasma”: «Ero ridotto quasi sul lastrico, ma la febbre del gioco non m’abbandonava» e «Le mie mani tremavano e a fatica tenevo le carte, i miei occhi bruciavano e a fatica li tenevo aperti, l’aria mi mancava e a fatica respiravo, ma non riuscivo ad allontanarmi da quel tavolo verde. Doveva tornare la fortuna, non poteva tradirmi in modo così abbietto».

Come se non bastasse, comincia a temere per la propria vita: «Io continuavo a non dormire, ad ingollare caffè, a prendere tranquillanti ed oltre alla mente mi stavo rovinando anche lo stomaco. Non digerivo più e la vista del cibo mi dava la nausea. Avevo urgente bisogno di un cambiamento, ma le carte mi chiamavano, come le sirene ammaliatrici mi trascinavano verso di loro per uccidermi».

Il protagonista resta ancorato all’umano, solo grazie ad uno smisurato sentimento d’amore per le rose. Ad un’allarmante «Le rose stanno morendo tutte» riferito dal giardiniere, reagisce con «A sentir parlare delle mie rose, ebbi un tuffo al cuore. Il giardino della villa era grande ed oltre ai secolari alberi che l’abbellivano, il suo vanto erano gli oltre cento cespugli di rose di tutti i colori e di varie specie. Io amavo le rose e andavo fiero di quei meravigliosi cespugli». E ancora rose nelle pagine seguenti fino a fine racconto.

La rosa, nella simbologia, è il fiore di Venere che, narra il mito, fiore dell’amore, anticamente candido, fu poi arrossato dal sangue delle dea, scalfita dalle spine mentre soccorreva il suo amante ferito. È un mito d’amore e di dolore insieme. Ma la rosa parla anche di resurrezione e di rigenerazione. Lucio l’omonimo dell’autore Lucio Apuleio, nel celebre romanzo Asinus aureus (L’asino d’oro), ritorna uomo dopo aver mangiato un serto di rose.

Sono le rose, a mio avviso, che mantengono il protagonista “in vita”, perché suscitano in lui le uniche emozioni pure possibili, evitando che l’anima possa perdersi del tutto, e alimentandone la coscienza che trova una sua proiezione proprio nel fantasma e nelle sue pasticciose manifestazioni, che non sono altro che un ammonimento a cambiare rotta prima che “tutto” vada perduto nella tempesta.