Nuovo anno, vecchio nuovo me

 

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Alla vigilia di un nuovo anno ci sentiamo tutti piacevolmente colmi di nuovi, splendidi propositi. Con il Natale ci riempiamo la pancia di cibo e la mente di motivazione. “Mi iscriverò in palestra”, “Cambierò questo lavoro che mi distrugge”, “Giuro che mi impegnerò ad essere puntuale”. E siamo sinceri, sfideremmo persino Dio a dubitare della nostra buona fede. Tendiamo però ad ignorare il fatto che questo meraviglioso proposito, che con un buon bicchiere di champagne in mano ci appare perfettamente realizzabile, è stranamente simile a quello del capodanno passato, lo riecheggia in modo quasi inquietante. E se, per un istante, questo pensiero dovesse attraversarci la mente, ci diciamo che no, l’anno passato non eravamo convinti come adesso dell’importanza che quella particolare azione ha per la nostra vita, per il nostro benessere, per noi. Questa volta sarà diverso.

Non è mai diverso. Il prossimo capodanno brinderemo allo stesso, identico proposito. La domanda da un milione di dollari è: perché?

La ragione è semplice, così come la sua soluzione. La ragione è che ognuno di noi non riesce ad essere altro che se stesso. E se siamo arrivati a cristallizzarci in una vita che odiamo, ci siamo arrivati con un passo dopo l’altro delle nostre scarpe, con ogni piccola e grande scelta che abbiamo fatto. E anche se spesso è più comodo attribuire la responsabilità di ciò che non va alla famiglia, agli amici, alle circostanze, la banale e terribile verità è che la nostra vita l’abbiamo scelta. Scelta, non subìta. Siamo bravissimi ad attribuirci i meriti di ciò che di positivo realizziamo, almeno quanto ad affibbiare a qualcun altro la colpa dei nostri fallimenti. La ragione per cui non realizzeremo il nostro bel proposito di capodanno è che, nell’esatto momento in cui lo concepiamo, la nostra mente trova anche un’infinità di scuse che ci impediranno di portarlo a termine. “Mi iscriverò in palestra”— non ne ho una vicino casa, col lavoro che faccio dove lo trovo il tempo, non posso permettermi un cane figuriamoci la palestra—, “Cambierò questo lavoro che mi distrugge”—con la crisi non ne troverò mai un altro, e se poi proprio quest’anno mi promuovessero, e però i miei colleghi non sono poi tanto male—, “Giuro che mi impegnerò ad essere puntuale”—il traffico a Catania non lo permette, mi capiteranno sicuramente mille imprevisti, se arrivo presto mi toccherà aspettare gli altri.

Non c’è dunque speranza di cambiare le cose? Cioè, parliamoci chiaro, a nessuno piace essere insoddisfatti o, peggio, frustrati. Appunto facciamo ogni anno la lista dei buoni propositi. Come dicevo, è semplice la ragione e lo è anche la soluzione.

L’unico modo per cambiare le cose è cambiare noi stessi. È semplice, ve l’avevo detto, ma non è facile. Eh già, perché la semplicità ha a che fare con la comprensione, il concetto di facilità riguarda invece le azioni. E quando si tratta di agire tutto diventa improvvisamente più complicato. Perché, ad essere sinceri, tutti sappiamo ciò che bisognerebbe fare per vivere al meglio, ma quanti di noi si preoccupano realmente, ogni giorno, di mangiare sano, bere molta acqua, fare attività fisica, meditare e via di seguito? Ebbene, la parola chiave è responsabilità.

Solo nel momento in cui ci impegniamo a cambiare prospettiva, mettendoci nell’ottica che la nostra felicità dipende solo ed esclusivamente da noi stessi, cominceremo a fare delle azioni per costruirla, e queste azioni avranno un’energia che non avremmo mai pensato di possedere. Il ragionamento è lineare: se sono arrivato fin qui con le mie scarpe, e sono infelice, da oggi scelgo di camminare verso la felicità. Se prendersi la responsabilità di tutto ciò che di positivo e, soprattutto, di negativo, si trova nella nostra vita è una scelta, allora anche la felicità lo è. Avete mai sentito il detto: sorridi e la vita ti sorriderà? Beh, è la pura e semplice verità.

 

 

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