Massaru Vinnirannu e il monumento ai caduti di Acireale

“Quannu chiovi ppi santa Bibiana ’u celu piscia ppi tri jorna e ’na simana”, così il massaro di campagna del barone Cacamennuli, alias quest’ultimo imposto a passaparola del popolo locale a un dei più ricchi patrizi dell’Acireale 1920. Anche per  Massaru Vinnirannu c’era l’ingiurio scontato di non avere cognome per i padroni, che oltre a definirlo zzampirru nei momenti di conversare tra loro nobili, si degnavano di chiamarlo massaru Vinnirannu. Questi  abitava con la famiglia, come prima i nonni e dopo i genitori, in un fabbricato rustico nel mezzo di un esteso limoneto nella frazione acese di Mangano, il cui territorio era stato feudo dei Cacamennuli. Per l’anagrafe il massaro era Venerando Marino, e il nome Vinnirannu corrispondeva alla devozione della religiosissima baronessa moglie di Cacamennuli, che aveva consigliato a suo tempo alla massara puerpera il nome da dare al battezzando, in omaggio alla santa patrona di Acireale, Venera. Pare fisicamente mai esistita ma venerata nella città che era stata di Aci e Galatea.

Il massaru Vinnirannu bussava alla residenza dei padroni ad Acireale in via Dafnica a ogni domenica. Estate o inverno, buontempo o bufera, partiva sull’asina con le bisacce colme di frutta e prodotti del suolo e, dopo un’ora abbondante di trotto della paziente cavalcatura, bussava alla casa del barone dove veniva ricevuto dalla cameriera della baronessa. Una serva a misura delle esigenze di fiducia e all’uopo di rappresentanza dei padroni di casa. Di lei  nessuno conosceva le generalità, si sapeva solo che era originaria di un paese della provincia di Messina, Spadafora, e che i padroni la chiamavano Pittìrra, Carmiledda ’a pittìrra, soprannome che pare le era stato cucito addosso per via della sua preferenza di indossare un golfino rosso quando doveva recitare la parte di fiduciaria di famiglia per quanti venivano a pietire dal barone che in quegli anni era sindaco della città e ingolfato in impegni che non gli consentivano perdite di tempo dietro lagne di zzampirri e pedisalati, come i patrizi acesi di quei tempi definivano i contadini e i pescatori delle ex cumacche. Si deve aggiungere che il barone, tutte le volte che massaru Vinnirannu si presentava inzaccherato per causa della pioggia invernale non mancava di confortarlo con un proverbio compensativo rispetto a quello recitato dal contadino per il giorno di santa Bibiana: “Jnnaru poviru massaru riccu quannu dicembri cci lassa u lippu”. E il povero in canna Vinnirannu acconsentiva con cenni di sottomissione del capo, ingenuamente convinto che il “massaru riccu” del proverbio del barone era un riferimento a mo’ di gratificazione verso di lui, elevato al rango di collega del barone al momento dei benefici che ogni massaro avrebbe tratto dalle piogge abbondanti di dicembre e di quelle scarse d’acqua dai cieli di gennaio. Benefici di cui massaru Vinnirannu mai e poi mai avrebbe saputo immaginare a proprio vantaggio un solo tarì. I benefici sarebbero stati tutti a rendere più ricco il padrone, ma nella sua ostinazione alla sottomissione massaru Vinnirannu intendeva il proverbio come occasione che lo elevava a collega del barone in quanto “massaru riccu” chiamato in causa dal proverbio sulla pioggi abbondanti di dicembre.

A massaru Vinnirannu era morto sul Carso l’unico figlio, Sebastiano, ed essendo venuto a conoscenza del fatto consolatorio di un monumento ai caduti inaugurato nella vicina Giarre, insisteva a ogni domenica nel raccomandare a Carmiledda di ricordare a sua eccellenza il Barone, la promessa che anche i caduti di Acireale avrebbero avuto il loro monumento in memoria di chi era morto per servire la patria.

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C’è abbondanza di monumenti ad Acireale, alcuni importanti come il portale opera di Placido Blandamonte sull’ingresso alla cattedrale che fronteggia la storica caffetteria-dolceria Costarelli o la facciata barocca della chiesa di san Sebastiano o la celebrata panciutissima cupola della chiesa di san Michele che Domenico Tempio ha eletto a simbolo dell’intera comunità acese: “Chistu è lu veru eblema di ’sta genti, ca sunu tuttu panza e testa nenti”. Ma, anche se meno artistica, supera tutti  il monumento che invita alla memoria dei caduti al centro della villetta di Piazza Garibaldi. Monumento sul cui sfondo s’intavvede il frontone del teatro Maugeri con la scritta Scaenica ex arte humanitatis comoedia. Memoria umana per un monumento voluto e dovuto ma con una storia tutta locale, tutta acitana, che va aggiunta a infiorare la scelta di celebrarne il ricordo. Ed ecco i fatti: una volta deliberato sulla collocazione e sul tema del monumento in omaggio a quanti non erano più tornati dal fronte della guerra 14-18, il senato del patriziato acese si era trovato a constatare che nessun nome della nobiltà locale poteva figurare illapidato sulla lastra di marmo da situare sulla base che il progetto prevedeva sormontata da un gigantesco giovane nudo con il braccio destro in ambiguo gesto che adesso, ai nostri occhi ignora la torcia accesa del trionfo per proporre la posa di chi – stando ai riferimenti epocali e contingenti era in procinto di lanciare una bomb’a mano, ordigno che adesso, in epoca di atomiche e missili fa ridire al solo immaginare quanti strumenti di morte odio e macello umano ha progressivamente inventato l’uomo contro se stesso. Ed ecco la guerra, le guerre come momenti di fiorenti affari per chi fabbrica armi di distruzione.  Guerra che quella volta è cominciata con l’ordine calcolato dalle stategie preliminari dei generali del nord Italia di mandare al fronte intere compagnie di terroni per osservare e collaudare l’esito che avrebbe dato, l’avanzare contro il nemico che si sapeva già avvantaggiato perché munito di micidiali novità, le mitragliatrici che in Italia non erano state ancora inventate. E che falciarono in pochi istanti migliaia di giovani terroni armati da una baionetta innestata a un pesante fucile modello 91, baionetta per un corpo-a corpo con gli odiati austriaci. Odiati perché nemici. Nemici perché cosi era stato deciso e ordinato, pena la fucilazione di disertori e renitenti.

In tal modo vennero destinati al macello i figli dei massaru Vinnirannu  provenienti dal profondo Sud, dal meridione in genere, dalla terronia specialmente. Figli di zzampirri e pedisalati come li definiva la piétas del sindaco barone Cacamennuli e il patriziato dei baroni, marchesi e cavalieri sangueblu acese, indignati per la indispensabilità di quella lapide commemorativa su cui nessun nome di rampollo del loro ceto poteva figurare, anche a costo di non poter fare a meno di apparire accanto ai figli degli zzampirri e dei pedisalati delle cumacche acesi. Alla fine si raggiunse l’accordo: al posto dei nomi un ecumenico omaggio: “Ai gloriosi caduti per la patria”,come da suggerimento del vescovo della Diocesi.

Insomma come fu come non fu il monumento ancora c’è. È datato 1921 ma a memoria di atti e delibere comunali di quella volta, barone Cacamennuli sindaco, la lapide è un esempio di spersonalizzazione e massaru Vinnirannu ne rimase contento anche perché, essendo felicemente analfabeta, non avrebbe potuto leggere il nome del figlio Sebastiano Marino. Lo confortava la salma di bronzo distesa ai piedi del reggitore della fiaccola impugnata dal dall’agile e muscoloso sopravvissuto trionfatore, una fiaccola che poteva essere una granata a miccia accesa, appunto, come da noi classificata, una bomb’a mano. E si soffermava commosso e orgoglioso, massaru Vinnirannu. Ogni domenica, di ritorno da via Dafnica e dal puntuale scarico di beni di campagna nelle mani di Carmiledda ’a pittìrra, la cameriera belloccia dal golfino rosso, serva del barone e della baronessa Cacamennuli, dopo aver assicurato l’asina annodandone le redini di corda nera a un albero della piazzetta, sostava fino all’ora dello scampanio che annunciava da cento campane il mezzogiorno agli acesi. Era il segno della fine di un monologo che per massaru Vinnirannu era un dialogo, un po’ con il bronzeo caduto disteso ai piedi del trionfatore che con il braccio destro alzato e la mano con l’ordigno fumante, un po’ con quest’ultimo trionfatore insistendo a chiedergli col Dante di cui sconosceva l’esistenza: “Me’ figghiu unn’è, picchì non è ccu ttia?”.

Mario Grasso