Mariannina Coffa, la vera capinera di Verga?

Quant’amore e quanto dolore nella sfortunata vita di questa sconosciuta poetessa dell’Ottocento siciliano. Il Tommaseo, che aveva letto i suoi Nuovi canti, pubblicati a Torino, scrisse in una missiva privata che “all’illustre isola onore grande” ne veniva. Mentre il De Sanctis un breve, evasivo giudizio diede del suo volume antologico pubblicato a cura del comune di Noto.

Mariannina Coffa Caruso scriveva versi sin da ragazzina – “endecasillabi e settenari di argomento sacro”– ci dice lo scrittore che ce la fa conoscere: Gino Raya (Mineo 1906 – Roma 1987). Sin da ragazzina aveva sentito divamparle nel cuore la fiamma dell’amore. Per Ascenso Mauceri, il suo giovane insegnante di piano. “Biondo alto, piacente d’aspetto”: musicista e anch’egli poeta. Lei aveva quattordici anni in quel 1855 e lui venticinque. Lontana dall’immaginare che quel germoglio d’amore sarebbe stato lo strazio mortale della sua breve vita. Morì a trentasei anni, “contemplando – scrive Raya – un’immagine dell’Addolorata” e lasciando il marito e tre figli.

Nata a Noto, Mariannina vi trascorse un’infanzia felice: di giochi e di trastulli nel giardinetto coltivato dal nonno materno, il dottore Caruso. E le era compagna di giochi la cuginetta Concettina Melodia, l’essere – scrive in una delle sue lettere – che le ridestava “le più care e dolorose memorie”. Soffrì molto per la perdita della cugina e del nonno, avvenute lo stesso anno e a distanza di qualche mese.

Alla gioia di quegli anni netini si contrapposero i tormenti e la disperazione del resto della vita a Ragusa. Si contrapposero gli anni del suo infelice matrimonio. Combinato e impostole dai genitori. Che avversarono sin dall’inizio l’amore della figlia per Ascenso, il suo beato angelo. La cui musica aveva accompagnato la canzone Il trovatore che troviamo nelle Poesie, altra opera della Coffa. I suoi genitori consideravano il musicista un debosciato per aver avuto una relazione con un’altra donna. E la condannarono all’infelicità e all’umiliazione, accanto a un marito che non amava e a un suocero che le spiava e censurava la corrispondenza.

Di Noto, il paese da cui è stata strappata, Mariannina ricorda con mestizia il verone dove spesso si sedeva nelle “belle sere di maggio e di ottobre” e la finestra che dava sul giardino e dalla quale poteva scorgere l’abitazione del Mauceri. Giovinetta, tante ore affacciata vi trascorreva nei “dolci giorni d’està”. Di Ragusa invece vede il cielo che le opprime l’anima, la sua neve siberiana, le “alte montagne biancheggianti (…), gli alberi ritti come spettri”.

Le ispirazioni della Coffa rispondono al suo mite temperamento; e arieggiano, lungo un ben delineato itinerario di crescita poetica, motivi manzoniani, leopardiani, foscoliani. L’amore ne è l’occulto foco e la nota veramente nuova.

“Sai tu perché sospiro, e quanto, e come / È triste il cor, che t’ama e ti desia?”

“Angelo mio, che i sogni innamorati / Soavemente riconforti e bei, / Che sorridi pietoso a’ lagni miei, / E ridesti la mente ai dì beati”.

Le lettere, non le si confondano per prosa: sono poesia pura, non cercata e per questo più riuscita. E ne sprigionano tanta – ci dice Raya – “per sintesi fra la cultura di chi scrive e l’impeto sorgivo della confessione”. Della confessione che contengono. Non si può comprendere la poesia di Mariannina Coffa senza conoscerne le lettere.

Bella, e da ricordare, è quella ad Ascenso Mauceri del 9 marzo 1870, quando dieci anni sono già passati dalla “stagione felice” e simile a pianto su un gelsomino appassito è ormai il suo amore: “Avete mai pensato, Ascenso mio, a quel giorno in cui in mia casa io ricamavo un cuscino, che dovevo donarvi?… Eravate in piedi, dietro la mia sedia, e posaste la mano sulla carta, che avevo innanzi, e su quella mano appoggiai le mie labbra”.

Era un giorno di cielo nero e di tuoni che facevano paura. Ascenso aveva scritto un sonetto – Demone o spirito cominciava – e le chiedeva di scrivere la risposta sulle stesse rime.

La vita della poetessa Mariannina Coffa Caruso è stata raccontata in un libro del 1900 come la storia di una martire. Il professore Gino Raya l’ha liberata delle parti agiografiche e melodrammatiche e ce l’ha riproposta al lume di nuovi documenti, con il titolo La capinera di Noto, sessant’anni dopo nel volume Ottocento inedito. Volume nel 1970 ristampato con il titolo Capuana e D’Annunzio dal cavaliere Giannotta editore in Catania.

   Storia di una capinera usciva nel 1871 “mentre Mariannina, sposa infelice, languiva a Ragusa da un decennio”. Tra la poetessa di Noto – dallo Sgroi definita in un saggio del 1931 “capinera ferita” – e la monaca del romanzo di Verga vi sono molti lati in comune. Al punto da far supporre che il romanziere ne conoscesse la storia. Entrambe scrivono lettere. Entrambe, anzitutto, soggiacciono a due imposizioni. La prima delle due capinere, quella reale, viene separata dal fidanzato e costretta dai genitori a sposare un uomo che non ama; “quella immaginaria, la Maria verghiana – scrive Gino Raya – è separata da Nino dalla monacazione, impostale dalla matrigna”. Una scrive ad Ascenso; “le lettere dell’altra s’immaginano rivolte ad un’amica”. Dell’amore hanno una concezione angelica. Una lirica intitolata All’angelo mio scrive Mariannina e “uno grande con le ali bianche” ne vede durante le sue crisi isteriche. Pure la verghiana Maria vede il suo amato Nino come un angelo, un angelo tra gli angeli, che la prende per mano, la chiama per nome e insieme guardano le stelle. Pudico è il loro amore, ma così intenso e ardente da sfiorare in tutt’e due la pazzia.

Altra cosa che hanno in comune è il pianto del padre, non della madre o della matrigna, al matrimonio dell’una e alla monacazione dell’altra. Cos’è questo pianto paterno? È dolore. È rimorso. Rimorso per aver sacrificato le rispettive figlie. E ancora le accomuna il grido finale di maledizione, contro se stesse e contro tutti. “Tanto più toccante – ci fa notare Raya – in quanto contrapposto a tutta una vita di rassegnazione esteriore ai voleri o pregiudizi altrui”.

L’analogia del loro destino non deve sorprendere. Può sorprendere solo chi non conosce il volto della donna siciliana, “che resterà ormai sotto l’insegna della capinera”. E cioè della giovinetta “per la quale il primo amore si svolge e sublima sino a morire con lei”. Non che tutte le donne siciliane amino alla capinera “né che donne non siciliane non possano amare allo stesso modo”. È che – spiega Raya – in Storia di una capinera Verga ha indovinato, ha battezzato un segreto, un complesso psicologico di molte donne della sua terra. Il legame tra la poetessa di Noto e la protagonista del giovanile romanzo verghiano è tutto nel sangue siciliano. Si aggiunga a tutto questo, magari per inciso, che il sacrificio della donna è uno stilema di quel Romanticismo, di quella temperie cui tanto la poetessa di Noto che la monaca di Verga letterariamente appartengono.

A far compagnia a Mariannina Coffa, in questo volume di Gino Raya, c’è lo scrittore Enrico Onufrio, altro dimenticato dell’Ottocento siciliano. Come la poetessa Coffa Caruso, anche lui ha avuto vita breve. Era di Palermo, ma ha insegnato letteratura italiana all’università di Catania. È stato amico del Rapisardi, poeta etneo, e di Giovanni Verga con il quale condivideva lunghe passeggiate notturne a Milano, dove (per un breve tempo) s’era recato con la volontà di fare l’editore.

Il professore Raya ritiene Onufrio un giornalista che sa alzarsi talvolta a scrittore. Il meglio della produzione di questo “giovane tra lo scapigliato e il realista” si trova in molte pagine della Conca d’oro, guida turistica di Palermo, o della raccolta di novelle La spugna d’Apelle; e per intero nel romanzo L’ultimo borghese, il suo “maggiore sforzo narrativo”. Romanzo che lascia l’impressione d’un giovane cui non mancavano le qualità narrative e che non ha potuto esprimere tutta la sua promettente indole di scrittore.

Professore universitario a Catania e a Messina, studioso soprattutto del Verga e di Capuana ma anche di De Roberto, D’Annunzio e Collodi, autore nel 1953 (tra tante altre opere saggistiche) di una Storia della letteratura italiana, critico letterario controcorrente e creatore della teoria del famismo secondo cui ogni azione umana e ogni opera artistica e letteraria hanno tutte origine dall’impulso biologico della fame (“l’uomo è ciò che mangia” diceva Feuerbach), teoria che gli procurò inimicizie e isolamento nel mondo culturale, Gino Raya fu il maestro proibito del nostro tempo, come scrisse Antonio Aniante nella prefazione a Tre vinti. Opera del 1976, stesso anno di pubblicazione di Storie nelle edizioni Spes di Milazzo. Le Storie sono composte di cinquantanove racconti – tutti di spunto culturale – ripartiti in cinque sezioni (storie sacre, mondane, politiche, morali, letterarie) pubblicate grazie all’impegno di un comitato di amici dello scrittore che a lui offrirono la prima copia per celebrarne il quarantesimo anniversario d’insegnamento. E vi si può ammirare una prosa limpida, come poche altre davvero. Asciutta, fine e ironica a tratti. Una prosa che fa innamorare e che merita un numero ampio di lettori. Non quello – ristretto – che Gino Raya ha ingiustamente avuto.

Gaetano Cellura