Marchesi, un comunista, mille ambiguità

Era comunista o fascista? Fu questo e quello insieme? E il suo partito ne era al corrente?

Di questa ambiguità, ufficialmente negata dal partito comunista, Concetto Marchesi non si è liberato mai. Per tre volte – nel 1931, nel 1935 e nel 1939 – giurò fedeltà al fascismo. La prima volta fu quando il regime impose il giuramento ai professori universitari. E molti furono quelli che si rifiutarono pagandone le conseguenze. La seconda volta quando entrò a far parte dell’Accademia dei Lincei. E la terza quando venne incluso nell’Accademia d’Italia (“superfascista”).

Sull’ambiguità politica del grande latinista si concentra molto il libro dello storico Luciano Canfora (che ne definisce “sconcertanti” le scelte): Il sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italiano. Più di mille pagine, pubblicato da Laterza lo scorso settembre.

Studioso del mondo antico e autore di una meravigliosa Storia della letteratura latina, riscritta in otto edizioni, Marchesi è nato a Catania nel 1878. È stato professore di latino e greco al ginnasio di Nicosia e al liceo di Siracusa e docente universitario a Messina, Pisa e Padova. È stato socialista (e massone) fino al Congresso di Livorno, quando decise di seguire prima Bordiga e poi Togliatti. Durante il regime gli si aprirono due strade: integrarsi nel fascismo o scegliere la militanza comunista. Preferì la prima, più comoda, tranquilla e redditizia (anche di onori). E fu così abile da far credere d’averla concordata con il partito per non lasciare l’università del tutto nelle mani del fascismo. Conservò i rapporti con i compagni clandestini ma ne istaurò e mantenne altri, prima e durante la guerra, con il fascismo e anche con la monarchia e con Badoglio.

Con lui fu spesso in contrasto Giorgio Amendola che negò i contatti dello studioso con Curiel e gli altri giovani antifascisti.Ludovico Geymonat mise in dubbio la sua intransigenza comunista nel Ventennio, attirandosi la dura replica dell’Unità. Togliatti, che ne apprezzava la cultura e le doti di raffinato umanista, gli lasciò invece ampia licenza di critica e autonomia di pensiero. Mauro Scoccimarro lo accusò di “grave compromissione” con la Repubblica di Salò e Luigi Longo disse che, in seguito a questa compromissione, Marchesi era stato censurato dal partito e a un passo dall’espulsione.

Lo studioso di origine catanese definì “una burattinata del Pci”la guerra partigiana contro i tedeschi e rimase alla guida dell’università di Padova mentre altri intellettuali abbandonavano cariche e onori e si davano alla macchia. Il suo discorso inaugurale all’università non incitava affatto all’insurrezione antifascista ed era stato – leggendo il libro di Canfora – un capolavoro di ambiguità. Tanto da essere applaudito dagli studenti in divisa della Rsi. Ebbe ottimi rapporti con il ministro della cultura della Repubblica Sociale, Alberto Biggini, fregandosene della direttiva del partito comunista che vietava ogni forma di collaborazione con i repubblichini. E non fu il suo unico atto di insubordinazione. Il 15 novembre del 1943, dopo l’uccisione delfederale di Ferrara Igino Ghisellini, si diede alla latitanza in Svizzera contravvenendo alla richiesta del partito che voleva mandarlo a Roma. E nel 1947 disobbedì a Togliatti votando (“per fedeltà massonica”– scrive Canfora) contro l’articolo 7della Costituzione insieme a Fabrizio Maffi e a Teresa Noce. Con tono lirico(ne La bisaccia di Cratete) racconta il suo attraversamento notturno del confine per la Svizzera: “Ero stanco. Un tale mi accompagnava per un sentiero ripido e stretto…Tra le stelle velate dalla luna Giove brillava di una divina bianchezza. Certe volte il cielo è stupendo sull’affanno dell’uomo”.

Luciano Canfora riconosce in questa biografia, e non poteva non riconoscerli, i meriti intellettuali del grande latinista, il suo genio. Ma ne demolisce la figura di stalinista intransigente emersa nel dopoguerra e durata a lungo. Lo stalinista che nel 1951 sull’Unità etichettava la polizia di Scelba come “malavita in divisa” e che a Montecitorio definiva i liberali “diretti e legittimi eredi del fascismo”. Lo stalinista che derideva Krusciov e giustificava, un anno prima della propria morte, la repressione sovietica  in Ungheria. “Tiberio, uno dei più grandi e infamati imperatori romani,– disse all’VIII Congresso del Pci – trovò il suo implacabile accusatore in Cornelio Tacito, il massimo storico del principato. A Stalin, meno fortunato, è toccato Nikita Krusciov”. Ma anche lo stalinista che nel 1939 aveva preso la tessera del Partito nazionale fascista. Fece quest’ammissione, secondo Canfora, a Bellinzona. Nel primo interrogatorio dopo aver attraversato il confine svizzero nel 1944.

È stato lui a scrivere l’articolo contro il filosofo Giovanni Gentile.Articolo affidato a Girolamo Li Causi e manipolato prima della pubblicazione su Rinascitacon il titolo Sentenza di morte. Curioso questo “triangolo” tutto siciliano: Marchesi, Li Causi e Gentile. Il filosofo di Castelvetrano –ideologo del fascismo, ministro della pubblica istruzione durante il Ventennio, direttore della Normale di Pisa e dell’Enciclopedia Italiana – era la figura con cui Marchesi fu – o fu messo – in forte contrapposizione. Mentre Li Causi (di Termini Imerese), primo segretario del Pci siciliano, era il dirigente comunista con cui in quegli anni più stava a contatto.

Gentile fu ucciso davanti alla propria residenza fiorentina il 15 aprile del 1944. Due partigiani che si finsero studenti si avvicinarono alla sua auto e gli spararono senza pietà. Spararono a un uomo disarmato. Marchesi ammise la paternità di quell’articolo, ma non delle ultime righe, quelle che avrebbero fatto di Gentile un bersaglio. Dal canto suo, Li Causi disse di averlo modificato, ma solo parzialmente. Cioè di non aver scritto lui le parole decisive.

L’omicidio del filosofo, sul cui mandante resta dunque un fitto velo di mistero, divise il fronte antifascista, ma fu accettato dal partito comunista e dall’Unità. Canfora fa balenare l’idea che Marchesi fosse al corrente delle aggiunte apocrife al suo articolo e le avesse approvate. Come condizione posta a questo grande studioso dalla doppia vita politica per recuperare nel proprio partito la fiducia persa durante il fascismo. E per idealizzarne nel dopoguerra la figura di comunista combattente.

Gaetano Cellura