L’utopia senza avvenire

 

Il vincitore è un sognatore che non si è mai arreso. Per alcuni l’ha detto Nelson Mandela, per altri Jim Morrison. Ma non so se è proprio così. Se è stato sempre così. E se sognare aiuta a vincere. Perché, in politica, anche i perdenti eterni sognano mondi nuovi. Non smettono mai di sognarli, inseguirli. Sono perdenti eterni perché sconfitti anche quando, e raramente nella storia, gli capita di vincere e di vedere realizzata, restandone sconvolti, la loro utopia. Nella realtà, l’opposto di quella sognata. Perdenti senza speranza erano i Demoni di Dostoevskij nella Russia zarista e autocratica, nichilisti condannati alla sconfitta, all’autodistruzione, al carcere dopo aver istillato il veleno del radicalismo nelle vene della malata società russa. Quando il tema dell’utopia era fortemente attuale, Sartre scrisse un romanzo il cui protagonista – un sognatore per l’appunto – diceva parole come queste (cito a memoria): “Mi piace dire di no, sempre di no, e non voglio che quello in cui credo si realizzi, perché allora dovrei dire di sì, sempre di sì”. S’intitola L’età della ragione. Ma non consiglio a nessuno di leggerlo. È noioso, intellettualistico. Ma era forse un discorso sull’utopia che il romanziere francese voleva fare. Sull’utopia, buona finché rimane tale: quando si realizza – l’abbiamo visto con il socialismo reale – diventa incubo, produce mostri. Diventa distopia. Romanzieri come Zamjatin, Huxley e Orwell ci avevano avvertito del pericolo: ché distopie, cioè utopie realizzate, sono i loro romanzi. Anche Maria Luisa Berneri, con il suo Viaggio attraverso l’utopia, ci ha avvertito. Figlia del noto anarchico italiano ucciso durante la guerra civile spagnola, la Berneri dimostra di conoscerle tutte le utopie, di averle studiate, e dice che tutte hanno generato società irreggimentate, illiberali. Quattro anni fa Obama puntò sul sogno che è altra cosa, meno complicata. Convinse la maggioranza degli elettori americani a sognare e a votarlo. Ma senza promettere, come è nella natura delle utopie, paradisi terreni. Nulla di nuovo, in verità. Nell’America che aveva conosciuto e vissuto il sogno kennedyano e quello di Martin Luther King. Ma come considerare, rispetto alle parole di Mandela o di Morrison, uomini non più attuali come Gorbaciov, Adolfo Suárez e Santiago Carrillo che fu segretario del Partito comunista spagnolo? Enzensberger considerava i primi due “eroi della ritirata”. Della “ritirata” come categoria della politica. Uomini inclini alla rinuncia fino a perdersi, uscire di scena. A essere considerati traditori dai vecchi compagni e opportunisti dagli avversari. Gorbaciov voleva riformare e migliorare l’Urss. L’ha invece liquidata e liquidato se stesso: ritirandosi al volere della storia, del destino. Era un sognatore che ha perso. Quando, nel 1981, Suárez e Carrillo rimasero in piedi rischiando di essere uccisi nelle Cortes, nel parlamento spagnolo sequestrato e atterrito durante il golpe del tenente colonnello Tejero, cosa fecero se non difendere la giovane, ritrovata democrazia? Anche loro, nonostante il gesto fiero di fronte a un manipolo di miliziani armati, sono eroi della ritirata. Suárez era l’ex franchista che aveva guidato in Spagna, insieme al re Juan Carlos, il passaggio indolore dalla dittatura alla democrazia: ma lo fece suicidandosi politicamente. Consapevole di suicidarsi. Carrillo sognava di diventare il leader dell’intera sinistra spagnola. Anche lui, a un certo punto, ha dovuto abbandonare la scena. Lo scrittore Javer Cercas, nel racconto La tragedia e il tempo, ricorda quel pomeriggio del febbraio del 1981 come una codarda attesa del “corso degli eventi”. Nessuno scese in piazza e tanti dirigenti e militanti dei partiti di sinistra, si misero coraggiosamente in salvo attraversando la frontiera francese. Fu merito del Re, di Suárez e del generale Quintana Lacaci, comandante in capo della piazza di Madrid e anche lui ex franchista, avere impedito che un improvvisato golpe da operetta riuscisse a riportare la Spagna sotto la dittatura. Suárez, Carrillo, Gorbaciov: un filo storico li tiene insieme. Questo filo è la “ritirata”. Per Clausewitz la “cosa più difficile da fare”. In guerra. E pure nella politica. E ne sa ora qualcosa anche Berlusconi, per il quale fu certamente più facile “scendere in campo”, entrare in scena che uscirne.

 

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