Gente poco raccomandabile

Anche quel giorno tornò da scuola in ritardo e puntualmente sua madre lo accolse all’ingresso con sguardo apprensivo riempiendolo di premure. Tentò di alleggerirlo dello zaino ma lui rifiutò. Era grande ormai cavoli!
Suo padre non proferì parola. Lo aspettava in soggiorno, al tavolo, mentre versava per sé del vino.
«Anche oggi vi hanno trattenuto in classe per terminare le interrogazioni?»
A dire il vero sarebbe stato più verosimile chiedere “anche quel giorno ti sei trattenuto a parlare con i ragazzi delle altre classi mentre tua madre sta in pensiero perché devi fare tanta strada a piedi da solo?”, ma in fondo nessuno di loro era stupido e tutti sapevano tutto. Che senso avrebbe avuto la chiarezza? Così rispondere “No, oggi il collaboratore scolastico ha perso cognizione del tempo e ha fatto suonare con ritardo la campanella!” sarebbe stato lo stesso che dire “Sì, papà, è che l’argomento era troppo interessante!”.
«Posso prendere anch’io del vino?» fu invece la risposta di Michele, o meglio: la domanda.
Il padre non rispose ma gliene versò un po’ nel bicchiere.
«E adesso perché sei così tranquillo!?» proruppe all’improvviso la madre rivolta al marito. Scosse la testa e sparì in cucina tra i fornelli.
Michele sapeva perché i suoi erano così preoccupati tutte le volte. Non erano stati chiari nemmeno quella volta, quando ne avevano parlato con lui, forse per non destare eccessivamente la sua curiosità e sortire l’effetto contrario. Probabilmente.
Tuttavia aveva sentito spesso i suoi parlottare e nella sua mente la chiarezza non mancava affatto: i vicini. Era una famiglia numerosa: padre, madre, due figlie e un figlio, due cani e una tartaruga d’acqua. A dispetto delle apparenze, erano persone da cui diffidare. I suoi genitori li conoscevano da anni ormai e li evitavano in tutti i modi onde evitare di essere coinvolti in qualche faccenda poco raccomandabile.
Erano persone curiose, più impiccione che curiose, a cui si aggiungeva anche la pecca di essere pettegoli. Dunque regola numero 1: mai confidare nulla di personale a chi certamente avrebbe fatto circolare la notizia, con conseguente clausola di: dire qualsiasi cosa si voglia far sapere a tutti. A volte li si poteva sorprendere nascosti dietro le imposte delle finestre, scrutare fuori in cerca di scoop. Spesso guardavano verso casa loro ed era inquietante.
Altra caratteristica della famiglia Addams (così li chiamava sua madre per via dei baffetti di lui e dei lunghi capelli nero corvino di lei) era l’inganno. I suoi dicevano sempre che erano persone bugiarde, pronte ad inventare qualsiasi storia pur di ottenere. Ne risultava che Michele di fatto non sapeva chi realmente fossero perché molteplici erano le identità che giravano attorno ad ognuno di loro. Il marito faceva il pompiere, ma forse anche l’elettricista, quando non era impegnato a fare volontariato o l’avvocato delle cause perse. Lei era maestra o in alternativa estetista un po’ medico di base un po’ anche contabile. Le due figlie erano gemelle e avevano più o meno la sua età ma girava voce che andassero con ragazzi più grandi e si presentassero agli appuntamenti intercambiabilmente a seconda di chi fosse libera o avesse voglia di uscire, contando sull’uguaglianza fenotipica. Il fratello minore trafficava sempre nella sua stanza alle prese con strani ordigni, era un genio informatico nonostante la tenera età e si diceva fosse in contatto con terroristi islamici per i quali progettava bombe e armi. Il suo sogno da grande: far esplodere chiese e scuole con presidi e insegnanti dentro.
Ma fosse solo questo sarebbe stata una famiglia innocua! C’era dell’altro: i suoi sostenevano di aver visto il padre un giorno sul retro di una gastronomia pagare un uomo che gli dava in cambio buste di polvere bianca mentre la madre procurava ad un amico ragazzi e ragazze attraenti. Dunque spaccio di droga e favoreggiamento della prostituzione! Erano accuse grosse queste. Michele non poteva ignorarle. Dunque regola numero 2: ignorare la regola numero 1 a qualsiasi costo e stare alla larga da questa gente.
Così capiva l’apprensione della madre. Questa famiglia abitava dall’altro lato della strada e lei temeva un qualsiasi contatto. Quando tardava a rientrare dalla scuola pensava subito alle grinfie di Mortisia.
Tuttavia tra comprendere e accettare c’era una gran bella differenza! Non era mica uno sprovveduto, lui, stava crescendo e sapeva badare a se stesso! Avrebbe saputo cosa rispondere se fosse stato fermato da un componente di quella famiglia. Non si sarebbe cacciato in nessuna questione losca ma non avrebbe fatto il cacasotto sfigato!
Pranzarono velocemente e lui fu grato del caffè perché quello era il momento conclusivo, al che avrebbe gentilmente porto i suoi saluti e si sarebbe chiuso in camera sua a “studiare”, verbo più comunemente usato come sinonimo del più arcaico “leggere fumetti”.
Dalla sua stanza osservava le gemelle Kessler mentre uscivano di casa sogghignando. E ripensava alle parole dei suoi genitori. Distolse lo sguardo perché tutta quella storia non doveva diventare un incubo. Le pagine del manga attendevano lui che si perdeva in futilità.
Proprio allora bussava sua madre alla porta.
«Cosa c’è?» irritato per l’intromissione.
«Se apri lo vedi.»
Michele aprì la porta a sua madre, un metro e mezzo d’altezza, volto sereno e con un sorriso dolce stampato in faccia. Teneva in mano una coppa di gelato stracciatella e pistacchio i suoi gusti preferiti. Ogni tanto aveva queste “sparate”! Spuntava all’improvviso con gesti teneri e lui non poteva non dimenticare tutte le frecciatine acide e l’irritabilità.
«Non è ancora momento, mamma!»
«Sì, ma ho pensato che un dolcino dopo pranzo non guasta!»
Gli toccò prendere il gelato – e non gli dispiaceva affatto, nemmeno le insofferenze verso sua madre gli avrebbero fatto passare l’amore per il gelato. E lei lo sapeva vecchia volpona!
La vita proseguì regolare, come sempre, stesse storie stessi copioni. Sole tramonta notte si dorme sogni pipì tutu tutù tutu tutù buongiorno colazione a scuola, prima ora drin drin, seconda ora drin, terzo drin si magna, quarto drin quinto drin e infine drin ciao a tutti.
Michele sventolava il manga del pomeriggio precedente in cerca di Rosario che gli avrebbe fatto conoscere sua cugina. Tuttavia Alberto diceva che quel giorno si era assentato per via della febbre e gli toccò incamminarsi verso casa. In orario! Beh, ogni mal non vien per nuocere, sarebbe rientrato puntualmente e avrebbe evitato isteria materna e sguardo assorto e pensieroso paterno. Che poi chissà cosa frullava nella testa di quell’uomo!
Era giunto già all’imbocco della sua via quando dietro di sé sentì voci familiari. Non ebbe bisogno di voltarsi, Michele, perché aveva compreso. Ma non lui avrebbe fatto il cacasotto sfigato! Sfoderò la più credibile poker face e proseguì nel suo cammino, finché non si sentì chiamare e rallentò il passo.
«Sì, hai capito bene, parliamo con te, il figlio dei Martini!»
Era o non era un eroe? Lo era o no? Adesso o mai più! Tre due uno si voltò.
«Ci conosciamo?»
«In teoria no…» iniziò una gemella.
«Di fatto sì» completò l’altra.
«Di vista» aggiunse la prima.
Michele socchiuse gli occhi per dare l’impressione che si stesse concentrando, per fare mente locale.
«Ma certo!» schioccando le dita, «abitate di fronte casa mia!»
Avevano ripreso a camminare ed erano arrivati all’altezza dei propri civici, l’uno perfettamente di fronte all’altro, proprio quando mamma Mortisia rientrava dal suo enigmatico lavoro in compagnia di una ragazza. In compagnia di una ragazza? Lui era a disagio e le gemelle lo percepirono perché aggrottarono le sopracciglia. Lui finse un sorriso per distoglierle dai sospetti e fece per congedarsi quando riconobbe la ragazza: la cugina di Rosario, e non sembrava molto allegra. Fu preso da un moto di onore che lo portò a rivedere i progetti dei prossimi cinque minuti: salvare la fanciulla in difficoltà.
«Maria!! Ecco dov’eri! Dovevamo vederci all’uscita da scuola ma non ti ho trovata, dov’eri finita? Oggi dovevi pranzare a casa mia, non ricordi?» proruppe con spavalderia.
La ragazza lo guardò corrucciata, confusa.
«Ci conosciamo?»
Michele avrebbe voluto strapparsi i capelli. Ma era stupida o fingeva? Non capiva che voleva aiutarla? Mortisia l’avrebbe portata dal pappone e Maria non aveva l’aria di una consenziente.
«Michele …» suggerì lui, «… amico… Rosario…» oddio, adesso sembrava pure un extracomunitario.
«Sei un amico di Rosario?!» intervenne Mortisia gioiosa, probabilmente stava già meditando di servire sul piatto d’argento maschietto e femminuccia in un sol colpo.
«Oggi Maria è ospite nostra, frequenta con noi il corso di percussioni e oggi pomeriggio c’è lezione» disse una gemella.
«Vuoi entrare a bere un bicchiere d’acqua e refrigerarti dal caldo? Sei pallido non mi sembri in forze ragazzo mio!» Mortisia corteggiava.
Quella poteva essere l’occasione per salvare Maria, che probabilmente diffidava anche di lui (o magari lo vedeva solo come quello strano ragazzo nerd che la fissava da lontano senza salutarla). Accettò l’invito ed entrò nella tana del lupo.
Ad accoglierlo un mostriciattolo urlante travestito da Zorro gli si arrampicò sulla schiena. Niente paura! Probabilmente non avrebbe mai usato un ordigno nucleare dentro casa propria!
Un uomo alto e magro gli tese la mano presentandosi come il signor Mattei (che sarebbe per lui rimasto in eterno Addams). Il resto della truppa entrò dietro di lui sospirando per la frescura dell’ambiente domestico dopo la fornace di una giornata assolata.
«Un bicchiere d’acqua al ragazzo che ha la pressione bassa!» esclamò la signora Mattei-Mortisia.
«Ma tu sei il piccolo Martini!» esclamò il signor Mattei, «Ma certo! Come non riconoscerti?! Michele, no?»
Michele annuì, consapevole di essere ormai entrato nella lista di quella gente. Prese il bicchiere che la signora gli porgeva e finse di sorseggiare. Non avrebbe accettato alcun genere di sonnifero per poi essere legato e portato chissà dove! Stava per aprire bocca ma fu interrotto dal signor Mattei che gli chiese se i suoi sapessero che lui fosse lì. Prontamente Michele annuì, che sappiano che non l’avrebbero passata liscia se l’avessero fatto sparire! Poi gli fu chiesto se volesse restare a pranzo. Guardò Maria, mordendosi il labbro lanciandole sguardi “non capisci, scema?”. Non capiva.
«Tesoro, non hai fatto uscire i cani?» chiese la moglie.
Oddio, i cani!! È la fine …
«Cara, sono rientrato in questo momento con loro, cacche e pipì tutto fatto, sono in veranda a sbranare il pranzo!”
A sbranare il …
«Michi, i croccantini!» chiarì una gemella per rassicurarlo, vedendolo impallidire.
Probabilmente avevano terminato di sbranare perché se li vide spuntare correndo verso di lui con lingue svolazzanti e orecchie al vento. Due barboncini, uno bianco e uno nero.
«Per amor del cielo, peste che non sei altro!» proruppe Morti esasperata (era inquietante quanto in quello stato sembrasse sua madre!), «Sei tutto sporco di terra, dove sei stato a giocare? Vatti a lavare, così a tavola non ti siedi! Perdonaci, Michele, chissà che idea ti stai facendo di noi?»
Le gemelle ormeggiavano ai fornelli, dalla cucina giungevano rumori di pentolini e accendini. Il dato sorprendente era che Maria sembrava essere già stata in quella casa, perché sapeva esattamente dove ogni cosa fosse conservata, e che ci fosse stata molte volte. Che fosse anche lei implicata e che lui stesse cercando di aiutare chi non avesse bisogno alcuno? Forse qualcosa nella sua mente iniziava a delinearsi.
«Largooo!» urlò il fratellino uscendo pulito e profumato dal bagno, lanciandosi ridendo sui cani per accarezzarli.
«Nooo! Hai appena lavato le mani, mostriciattolo che fa impazzire sua madre!»
«Ma, mamma, mi guardavano dolci e bellini!» ribatté il bambino mortificato.
«Lo so, amore di mamma, vieni …»
«Maria!» chiamò Michele disorientato, «La signora sembra molto stanca, chissà come deve essere faticoso il suo lavoro!» voleva sondare.
«Sì, è vero, se svolto bene è impegnativo, ma lei ama il suo lavoro, quindi non si dispera. Ha un’agenzia che organizza eventi, è in società con un amico che si occupa di fotografia e dei ragazzi che collaborano, lei fa più da tramite con gli enti e i locali. Può essere divertente, mi raccontava che stamattina è stata alle prese con un catering!»
Michele rideva sotto i baffi a quella risposta, eppure lei era così rilassata e la signora sembrava così tanto un’organizzatrice di eventi!
«Tesoro, passami cortesemente il vassoio! Clara, cosa stai facendo!? Il sale l’ho già messo io! Grazie, mancava una sedia. Michele?»
Oddio, la signora chiamava lui!
«Rimani a pranzo dunque?»
«No, signora, mi dispiace tanto ma i miei genitori mi aspettano a casa»
«Li capisco, saranno in pensiero! Porta allora un saluto da parte nostra!»
Michele posò il bicchiere ancora pieno d’acqua su una cassapanca del soggiorno, ancora pietrificato.
«Poi, in effetti, il mestiere della signora si coniuga perfettamente con quello del marito! Lui lavora in una gastronomia. In realtà lì rappresenta una sorta di tutto fare, credo» continuava ancora Maria.
«Ricordo» si intromise il diretto interessato, «che un giorno arrivarono grossi camion merci carichi di sale e zucchero. I camionisti si rifiutarono di scaricare perché, a loro dire, avevano già fatto centinaia di chilometri sotto il sole e avevano fame. Così mi lasciarono tutto lì e il “tutto fare” dovette fare anche lo scaricatore. Quel giorno mi portarono anche il sale grosso al posto di quello fino, dovetti aprire tutte le buste!»
Quello era decisamente troppo per Michele. Doveva uscire subito da quella casa, il suo cervello gli stava giocando brutti scherzi?
«Ragazzo, tutto bene?»
Annuì energicamente e salutò frettolosamente. Si fiondò a casa dove puntualmente sua madre lo accolse preoccupata cercando di togliergli lo zaino dalle spalle e il padre versava il vino.
«Scusate, ma Rosario non è stato bene oggi, forse ha la febbre, gli ho dovuto fare compagnia nell’attesa che arrivasse suo padre!»
«Quanto sei caritatevole!» esclamò sarcasticamente la madre.
Quel pomeriggio, dopo la passeggera ossessione che tutto sommato la famiglia Addams era una caspita di famiglia normale, decise che avrebbe riesumato la sua collezione di fumetti. Aveva sentito che sua madre aveva spostato i vecchi scatoloni dal sottoscala al sottotetto e aveva capito trattavasi dei suoi fumetti. Aprì la botola, fece scendere la scala e salì su. Tagliò lo scotch da imballaggio con una penna sprigionando odore di vecchio. Risalivano a due anni prima, almeno, ma due anni prima non aveva notato le amiche dei protagonisti! Erano ben messe, le ragazze, avrebbe letto nuovamente tutti i numeri! Chissà cosa era accaduto in quel sottoscala per ridurre tutto a quella puzza!
La spiegazione giunse nel momento in cui piegò i lembi dello scatolone: non si trattava dei fumetti, ma di vecchi quaderni da ragazza, rosa, rossi, con i forellini, con i gattini. Nausea. Su ognuno c’era scritto il nome di sua madre quindi dovevano appartenere a lei. Certamente non si sarebbe accorta di nulla, quindi cosa costava darvi una sbirciatina? Notò che si trattava di veri e propri diari, segreti o no non aveva molta importanza, in cui erano riportati sentimenti e sensazioni risalenti – lo capì perché ogni giorno era datato – a tredici anni prima. La sua età. Quindi poteva rintracciare la vita dei suoi genitori a ridosso della sua nascita. Lo entusiasmò soprattutto il fatto che lì vi potesse trovare qualche confidenza a luci rosse sul padre o sui loro appuntamenti. Chissà che risate! Materiale da ricatto!
Sfogliò pagina dopo pagina, senza trovare nulla di scottante, finché non comparve per la prima volta il suo nome. Lesse e rilesse più volte perché non credeva ai propri occhi. Eppure c’era scritto proprio questo:
“Caro diario, oggi sono rientrata devastata dall’ospedale con Tommaso, per l’ennesima volta, dopo il quarto e ultimo tentativo. Ho provato a spiegare al medico che forse il problema era l’incompatibilità con mio marito, che forse era necessario passare dall’inseminazione artificiale alla fecondazione in vitro con il seme di qualcun altro, con molte più probabilità di successo. Sono disposta a sottopormi ad intervento chirurgico ma il medico ha continuato a scuotere la testa dicendo che nel mio caso non è opportuno, per le mie condizioni di salute. Ero scoraggiata ma poi Tommaso ha espresso un pensiero ad alta voce, così, con noncuranza. “E se adottassimo?”. Io sul momento sono scoppiata a ridere, credendolo in vena di scherzare. Poi ho riflettuto.
Abbiamo pranzato in silenzio. Alla fine, quasi contemporaneamente, abbiamo detto “Perché no?!” e ci siamo capiti al volo. So che sono lunghe le procedure ma ci informeremo, ne abbiamo già parlato. Sarebbe meraviglioso, ideale se fosse appena nato. Quanto sarebbe tutto più semplice! Sarebbe NOSTRO al 99%, che è quasi 100! Abbiamo pensato anche al nome: se femmina, Laura, se maschio, Michele.”
Michele voltò pagina per andare al “caro diario” successivo.
“Caro diario, finalmente ci hanno chiamati. Io sono su di giri. Anche Tommaso è emozionato, sebbene non voglia darlo a vedere. Ma lui è così, è tutto sulle sue, introverso, ma io so sempre quello che pensa e quello che prova. Siamo felici. Siamo ancor più felici perché l’agenzia è in contatto con un ospedale nel quale una donna ha appena partorito e non vuole tenere il bambino. C’è poco da esser felici in realtà, perché questa è una cosa orribile. Pensare che c’è gente che non riesce a rimanere incinta e certe donne non si rendono conto del tesoro che possiedono! È ingratitudine. Per questo forse non è un male ciò che è accaduto. Perché questa creatura potrebbe così avere l’opportunità di crescere in una famiglia che certamente si occuperebbe di lui molto meglio, avendolo voluto e desiderato e quindi amato, non vedendolo come una calamità imposta e non voluta.
È un maschio. Per adesso è con la madre, noi andremo fra tre giorni a prenderlo lì stesso. Spero solo che lei non si affezioni troppo nel frattempo. Michele … Tommaso voleva Arturo ma a me sapeva troppo di vecchio. D’altronde Michele è l’arcangelo e lui cos’è per noi se non un angelo caduto dal cielo?”
«Grazie, mamma ma non mi sento proprio un angelo! Specialmente adesso …»
“Caro diario, oggi siamo andati a prendere Michele. È un bambino meraviglioso, un ciuffo biondo in testa e due occhioni azzurri. Splendido. Mi stringe già la manina e sorride, mi ha sorriso subito quando mi ha vista, come se l’avesse capito.
Quella donna, invece… quando mi ha vista mi ha guardata malissimo, era brutta e aveva un’espressione arcigna. Sono contenta che non l’abbia voluto. Non oso immaginare come questo bambino sarebbe cresciuto con questa! Non c’era nemmeno il marito, probabilmente non c’è mai stato, chissà se non sia una donnaccia. Ci siamo salutate e lei non mi ha detto nulla. Solo: grazie. Al che si è alzata ed è sparita. Ho come la sensazione che non volesse rivederci mai più e che avesse fretta. Proprio per questo lei non mi preoccupa.
Ho invece conosciuto un’altra donna, gentilissima. È alta e ha bellissimi capelli lunghi e neri, è graziosa nell’insieme, ha un bel sorriso. Con lei c’era il marito, anche lui molto gentile. Dovrebbe solo togliere quei baffetti all’antica, ma per il resto davvero tutto molto bello. Lo scrivo perché queste due persone mi sono sembrate disponibili nei miei confronti. Credevano fossi io la madre naturale, forse per la somiglianza dei colori. Io non avevo inizialmente risposto. Che importava, d’altronde, che differenza avrebbe fatto? L’infermiera però intervenne dicendo che il bambino era appena stato adottato. Quanto l’ho detestata! Che bisogno c’era di specificarlo? Mi sono sentita come se mi avesse sottratto in un secondo parte della mia maternità. Fortuna che quest’ospedale non è il nostro, fortuna cioè che si trova un bel po’ di comuni dopo il nostro. Non penso rivedrò più nemmeno l’infermiera.
I due nuovi amici gentili si chiamano Mattei, si sono offerti di darmi il loro aiuto con il bambino. Lei aveva avuto due gemelle coetanee di Michele e sarebbero potuti andare d’accordo. Ho apprezzato la loro cordialità ma in che cosa mi potrebbero essere d’aiuto non capisco. Si sono comportati come se essere genitore adottivo fosse diverso dall’essere biologico. Nostro figlio ha solo tre giorni di vita, anzi cinque, dunque non vedo in cosa la nostra genitorialità dovrebbe differire dalla loro. Certo, non l’ho avuto nel mio grembo, ma lui non lo sa né a me importa, ciò che conta è che adesso è nella nostra vita e lo ameremo come se fosse del nostro stesso sangue.”
“Caro diario, gli psicologi dicono che dovremmo pensare fin da ora a come dire a Michele delle sue origini. Gradualmente, dicono. Ma come si fa? Non è semplice. Non ci sono indicazioni precise, dicono che cambia da caso a caso, che noi dobbiamo farci seguire da qualcuno che nel corso degli anni possa darci i giusti consigli in base alle situazioni e ai problemi che si vanno a creare. Ma dico: perché dovrebbero crearsi problemi?
P.S. I coniugi Mattei sono andati a vivere nella villa di fronte alla nostra, esattamente di fronte! Quando ci siamo incontrati, ieri mattina, erano sorpresi per la coincidenza, non avrebbero mai immaginato di ritrovarci là.”
Michele tremava, era madido di sudore e prese a sfogliare le pagine dei quaderni una dopo l’altra, velocemente, senza leggere, controllando solo dove fosse il suo nome e vide che era quasi ovunque. Da quel punto in poi le righe e i quadri erano tempestati di Michele Michele Michele, Michele di qua Michele di là, oh Michele un angelo Michele, MICHELE! Stava impazzendo. Sfogliava rischiando di strappare la carta. Decise che avrebbe cercato l’ultima pagina di quell’immensa epopea, che sarebbe risalito all’ultimo giorno in cui sua madre aveva scritto il suo “caro diario”. Finalmente rintracciò il quaderno. Era datato tre anni prima. Tre anni fa scriveva ancora su quei cosi! Andò all’ultima pagina. Poche righe:
“Caro diario, ancora Michele non sa. Sono passati tanti anni e le abbiamo pensate tutte, ma puntualmente ci sembrava sempre il modo sbagliato di dirglielo proprio sul punto di farlo. A volte penso: dobbiamo proprio farlo? Finiremmo per scombussolare le nostre vite, detto così all’improvviso. Lui ci odierebbe e noi lo perderemmo. Forse non ci reputerebbe più i suoi genitori e vorrebbe andare alla ricerca di sua madre naturale. È così tranquilla la nostra vita, è così sereno il bambino! D’altronde i genitori sono coloro che si prendono cura. Forse è meglio che le cose restino così, sempre che la famiglia Addams non vuoti il sacco e sputi il rospo. Loro sanno tutto, anche i figli. Ma dico: perché coinvolgere i bambini in queste cose? Sono così piccoli! E poi i bambini … sono la bocca della verità, non sanno tenere i segreti. Fin ora, è andata bene.”
… bene… famiglia Addams… Addams …
A Michele girava la testa. Eppure… è così sereno il nostro bambino! …madre naturale… suoi genitori…
Scosse la testa. Le gemelle Kessler, la storia della droga e della prostituzione, i terroristi, la promiscuità… un’altra donna, gentilissima… il marito, anche lui molto gentile… sempre che la famiglia Addams non vuoti il sacco e sputi il rospo…

 

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