Lo scrittore chiacchierato di Providence (sui Racconti del Necronomicon)

 

Nei primi del Novecento, un bambino alle prese con le sue prime sperimentazioni scientifiche, allestisce un laboratorio chimico. Verranno rinvenute da una coppia di nuovi proprietari, incise nella parete del seminterrato di una casa nel profondo Rhode Island, poche formule chimiche seguite dalle iniziali: “H.P. Lovecraft, – Chemist”. Queste iniziali stanno per Howard Phillips. Lovecraft, conosciuto per l’autore del libro maledetto, la cui leggenda dice sia realmente esistito, è stato scrittore molto prolifico fino all’età della sua morte, avvenuta in età giovanile per un tumore all’intestino. Purtroppo, e con questo molti suoi “adoratori” ne resteranno delusi, dietro la stessa affermazione di Lovecraft, il Necronomicon non è mai esistito ed ha le sue sole fondamenta nel subconscio del sogno e nella capacità inventiva dello scrittore di Providence. Al di là dell’essere un curioso ed attento lettore-scrittore, Lovecraft è stato corrispondente di due riviste , entrambe portate avanti negli anni della gioventù: la Scientific Gazette e il Journal of Astronomy. Il suo appetito scientifico sarà poi archiviato ( ma mai abbandonato ) a causa della sua cagionevole salute, che gli impedirà di proseguire negli studi finanche di raggiungere il diploma. Fu però lo stesso appetito che lo spingerà da quelle riviste a scrivere di macchinari collegati ad un unico cilindro o di un registratore dal quale scaturisce la voce meccanica di Akeley, nel racconto “Colui che sussurrava nelle tenebre” e da sussurri che provengono da automi in forma di corpi di cera assemblati grottescamente nelle loro parti minuziose da creature che paiono essere ombre, e la cui identità viene infine resa nota in un crescendo di terrore, e dichiarata dall’autore come pericolosa (il tutto scritto e trasposto sapientemente nel dettaglio per vocazione di scrittore che distinguiamo dall’essere il suo mestiere, perché gran parte della sua vita lavorò alla revisione dei manoscritti di aspiranti scrittori).

Lovecraft sembra dirci costantemente, tra le righe dei suoi racconti , che i nostri peggiori incubi potrebbero realizzarsi davvero, da qualche parte, in una dimensione oltre il tempo e oltre lo spazio. La sua scrittura si apre al fantascientifico e al contempo si inserisce nel contesto del progresso scientifico dei primi del novecento, mescolandosi alla meditazione sul territorio dell’ inconoscibile col seguente messaggio: sta a noi addentrarci il giusto o oltrepassare “La Soglia Finale” che ci aprirà le “ visioni disgiunte e terrificanti” (Il richiamo di Chtulhu). In questo e molti altri passaggi, (ma prendo solo questo per esemplarità) molti suoi proseliti avranno visto un invito all’occulto che Lovecraft però intende diversamente, dichiarandosi contro la magia evocatoria: “ quel cerimoniale meccanico mi sembrava tanto simile ai ghiribizzi degli inventori o degli scienziati folli , da far vibrare quella corda del dubbio che era stata lasciata intatta (…) ma d’altra parte , se ciò che diceva quel sussurro andava oltre l’umana conoscenza, il resto non era forse ancora più assurdo, mentre d’altra parte appariva meno assurdo, lontano com’era dal poter essere provato in maniera concreta?” (cit.) L’autore sembra suggerirci: ciò che non può essere ancora provato nella sua esistenza, vale a dire ciò che è potenzialmente vero, concreto, è detto che abbia più consistenza di un sogno? (cit)

Ritornano i versi Shakesperiani “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni” e nei sogni possono esserci epifanie, momenti in cui la nostra ignoranza si dischiude, e la conoscenza si apre all’essere coscienti di una maggiore sofferenza legata al tempo che viviamo. Oppure servirà forse ad aprire un varco sull’infondatezza delle nostre convinzioni riguardo al Reale che ci circonda (?) con la postilla di un avvertimento, a guardarsi dal territorio dell’inesplorato? I racconti potrebbero anche rifarsi alla predilezione di Lovecraft per il notturno e per certe letture giovanili del terrore, miste agli incubi di cui soffriva all’età di sei anni, alle “irriverberate tenebre dell’abisso” , che Lovecraft cita ne “La città senza nome”, che altri non sono che il Regno della Morte e i suoi serbatoi neri, presenti nei versi di Thomas Moore e nei racconti di Lord Dunsany, oltre ai racconti di Edgar Allan Poe, suo predecessore, di cui prediligeva le letture, sempre in età giovanile.

Quando Lovecraft concepisce la Città senza Nome, nel 1921- data peraltro d’inizio del lungo concepimento che dei racconti, che durerà per i successivi tredici anni tra interruzioni e collaborazioni presso il mensile Weird Tales – in una lettera a Frank Belknap Long ammetterà che il racconto nasce da un sogno arricchito dall’invenzione. Abdul Alhazred potrebbe essere “colui che ha letto tutto” (vedasi l’assonanza che sembra esserci secondo il critico Malcom Skey all’interno della frase “ all has read”) Alhazred però, per quel che ne sappiamo, nasce come pseudonimo adottato dallo scrittore, quando all’età di cinque anni era affascinato dalle storie delle Mille e una Notte. Non esiste nella realtà un Abdul Alhazred. Infatti come lui stesso dichiarerà : “è un personaggio inventato da me. Anche i versi inclusi nel testo sono miei, scritti appositamente per questa storia”.   Semmai al limite, il famoso distico del poeta, è da intendersi di Lovecraft stesso poeta, come messaggio di visioni disgiunte e caotiche, private (non prive) di ragione, dotate solo di quel che giunge per rivelazione spontanea dopo lo sforzo razionale (che avvenga nel sogno, o nel momento immediatamente precedente alla veglia) “Non è morto ciò che può vivere in eterno, ed in strani eoni anche la morte può morire”. L’allusione alla morte è da intendersi metaforicamente ed in senso lato. Può essere la morte di tutte le certezze acquisite, in un momento x. Probabilmente lo scrittore voleva suggerirci un’ Ex Nihilo, Nihil fit. (Dal nulla non viene nulla.) Ma una tenebra da cui sarebbe originata la Luce Pura tale da smentire la buia tenebra medioevale. E ne ritroviamo peraltro testimonianza di ciò nella prima parte del racconto “ Il richiamo di Cthulhu”- l’orrore d’argilla, dove Lovecraft ci parla di una fuga dalla luce mortale, verso “la pace e la sicurezza di un nuovo Medioevo.” (cit.) Non vi sono dubbi che Il Necronomicon trae la sua materia dalla profonda e frustrata inventiva di uno scrittore di racconti, che visse in totale isolamento dal mondo quasi tutta la sua vita. (passerà la sua prima notte fuori casa a 31 anni, e viaggerà per l’America dopo la morte della madre Sarah, mentalmente instabile ed eccessivamente iperprotettiva nei confronti del figlio al punto da spacciare il suo leggero prognatismo per bruttezza per convincerlo a restare chiuso in casa con lei). Di fatto comunque fu lo stesso Lovecraft ad ideare per gioco, una breve storia editoriale del Necronomicon così abilmente costruita dall’autore che ebbe un successo inaspettato presso tante schiere di lettori fino a sembrare vera, e che portò molti a credere alla sua esistenza. Ma essenzialmente, va ribadito, fu solo un gioco d’invenzione.

Tra le versioni più rinomate dell’originale vi sarebbero una traduzione in inglese fatta da John Dee, mago ed alchimista dell’epoca elisabettiana, una versione latina custodita al British Museum e un’altra alla biblioteca Nazionale di Parigi, scritte tra il quindicesimo ed il diciassettesimo secolo. Ne esisterebbero altre, distribuite tra il Massachusetts, l’università di Harvard, (tralasciando quelle della fantomatica Arkham) , e Los Angeles. L’autore s’inventerà addirittura (ma solo per gioco letterario) tre copie manoscritte risalenti al 730 d.C. e relative traduzioni greche e latine di Teodoro Fileta, e del latino Olaus Wormius, bruciato sul rogo per eresia, e altre copie segnalate (ma mai rinvenute) nello Jutland. E’ evidente però, se si ha cura di leggere tra le righe delle sue dichiarazioni, il tono ironico dell’autore, che riempie la storiella editoriale di dichiarazioni ricche e al contempo troppo misteriche; infatti trattasi tutte di copie dal testo arabo interamente trascritte a caratteri gotici, o di copie del libro maledetto presenti nella biblioteca Vaticana, o di copie la cui ubicazione non viene riportata nemmeno genericamente ma che si dice essere di proprietà di “un americano miliardario” di cui non viene riportato il nome. Fu poi di fronte ad una recensione di una versione in inglese moderno del libro maledetto che Lovecraft iniziò a palesare una lieve preoccupazione riguardo le voci che circolavano l’esistenza del libro maledetto.

Alcune personalità dell’ambiente letterario, come quella di Colin Wilson misero in circolo delle vere e proprie dicerie, ed in questo ebbe la sua parte di colpa la credulità della massa e quella di scrittori demagoghi, che non verificarono l’attendibilità della fonte, arrivando perfino ad affermare, che il padre di Lovecraft faceva parte di una filiazione americana della Massoneria di Rito Egizio fondata da Cagliostro. Secondo la ricostruzione mendace di Wilson, Lovecraft si sarebbe assunto volontariamente la falsa paternità della leggenda del Necronomicon per proteggere la memoria del padre che era venuto in possesso del libro maledetto. Tale menzogna non resterà impunita a lungo e luce verrà fatta sulla vicenda dallo stesso Lovecraft. Dal trattato di magia evocatoria che ne risultò, lo scrittore di Providence giustamente adirato dichiarerà al suo diffamatore: “Non è mai esistito un Necronomicon di Abdul Alhazred perché sono stato proprio io ad inventarlo… e la spazzatura messa in circolazione da sedicenti teosofi rientra nell’ambito del falso proditorio…”.

Se quindi vogliamo riconoscere la paternità a Lovecraft di quest’opera, ci basterà ricercare tra le creature da lui ideate, gli amuleti, le pagine invecchiate di libri maledetti e polverosi, cani dalle sembianze mezze umane, ibridi metà umani e metà roditori dal nome Brown Jenkins, streghe bruciate sul rogo, divinità oscure e perfino presenze aliene che comunicano in forma di sinistri sussurri, e ancora molto altro, tutte creature che se da un lato appartengono al fantastico, dall’altro rinvigoriscono incubi ed immaginazione, e che talvolta possono rivelarsi inaspettatamente, cose molto più autentiche e meno perniciose del disquisire umano sulla verità.

 

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