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“Posso anche non prendermi sul serio” pensò Alberto fissando assorto un punto luminoso lontano, rosso e intermittente, alto sulla montagna, proprio davanti all’ampia finestra del suo piccolo ufficio. Era la luce del ripetitore televisivo, così brillante in cima al traliccio anche nelle giornate più fosche. “Posso non prendermi sul serio neanche a quarant’anni” rifletté distratto e distante da tutto: dalla scrivania del suo ufficio, dalla sedia girevole sulla quale stava come abbandonato, dallo stesso edificio in cui avevano sede gli studi televisivi presso i quali lavorava come redattore.

C’era venuto subito dopo la laurea: dapprima qualche rara collaborazione esterna, poi un’assunzione temporanea in qualità di praticante giornalista, da ultimo l’incarico definitivo nel settore della cronaca. Aveva fatto anche numerose apparizioni in video, soprattutto in occasione di calamità naturali, durante le quali si era messo in vista come buon intervistatore della gente comune, non delle autorità affaccendate a visitare le zone colpite gratificando i giornalisti con dichiarazioni a raffica, quasi sempre inutili. Alberto amava fermarsi a parlare con i testimoni oculari, con chi aveva visto e sentito ma, a causa dell’emozione, non riusciva a esprimere interamente l’enormità dell’avvenimento. Da quelle esitazioni, da quei silenzi, da quei farfugliamenti, sapeva ricavare servizi irreprensibili dal punto di vista professionale e carichi di elementi spettacolari…

La ripetitività degli avvenimenti e l’incapacità o l’impossibilità di trovare una giustificazione ai guai del mondo e della gente ‒ ecco, dovevano essere questi i motivi del suo progressivo, irrimediabile, precoce disamore verso i fatti di cronaca. Non solo verso quelli tristi, naturalmente repulsivi; ma anche verso quelli nei quali il dramma non si manifestava per nulla o si occultava abilmente dietro i tratti lieti dell’apparenza.

Non prendersi sul serio significava per Alberto non prendere più nulla in considerazione anche fuori di se stesso. Niente aveva più importanza: riprendere o raccontare un avvenimento qualsiasi, piccolo o grande, era semplicemente una sciocchezza, una di quelle immense illusioni della curiosità umana sulle quali si basa il mondo dell’informazione. Migliaia e migliaia di messaggi intersecantisi nell’etere, da un capo all’altro del mondo, grazie ai satelliti e alle antenne paraboliche, alimentavano il mercato della notizia, ma nello stesso tempo lo saturavano. Per rendere più appetibile una notizia bisognava sovraccaricarla di valore: selezionarla, ripulirla, manipolarla, adattarla al proprio pubblico e vendergliela come genuina, a sua insaputa.

I dubbi sul mondo dell’informazione si riflettevano per Alberto, pari pari, senza alcun accertamento d’identità, nel mondo della vita quotidiana: dalla cronaca nera, o rosa, o bianca, alla cronaca sportiva, a quella economica e finanziaria, a quella politica, investendo in uno scetticismo implacabile lo stesso destino degli uomini.

Era per questo che Alberto cercava di resistere ogni giorno di più alle sollecitazioni della cronaca.

Faceva scorrere tra le mani i lunghi fogli con le notizie che le telescriventi battevano incessanti sui rulli di carta e, responsabile qual era di quel settore, indugiava parecchio nella selezione, tutto parendogli stemperarsi in una luce notturna, un’immensa penombra nella quale si agitava il caos degli avvenimenti senza nome, diversamente titolati da un continente all’altro, da una stazione all’altra, da una redazione all’altra, a seconda dell’intelligenza, dell’umore, della fantasia dei corrispondenti.

Selezionare voleva dire far ordine in quel marasma, senza poter scegliere, però, il silenzio definitivo. Del resto, si rendeva conto che ogni decisione non poteva che rientrare nell’ordine delle regole non scritte alle quali, consapevoli o no, si adeguavano tutti i dipendenti di quella stazione televisiva, adattando le notizie alla visione che avevano del mondo la massa anonima degli utenti e il ristrettissimo numero dei dirigenti.

“La vita è fatta di compromessi” si disse Alberto, scendendo a patti con il senso di disgusto onnicomprensivo che gli veniva dal foglio della telescrivente o dallo schermo del videoterminale. Non era una filosofia di vita, quella, ma una politica: la politica della sopravvivenza. Ricacciò quindi indietro il desiderio ricorrente di leggere un giornale di sole pagine bianche o di guardare uno schermo televisivo attraversato dal luminoso fluttuare dell’effetto neve, e chiamò nell’interfono il tecnico delle registrazioni.

Mentre preparava il testo di accompagnamento alle riprese di una cronaca giudiziaria, Alberto si scoprì a osservare i gesti precisi e partecipi del tecnico che montava il materiale sulla moviola. Poteva avere vent’anni, un ragazzo asciutto e alto, con un che di entusiastico nel modo di lavorare. Non ne ebbe invidia. Semplicemente pena.

L’aveva detto qualcuno, sicuramente, che quarant’anni è un’età tremenda. Alberto cercò di ricordare dove avesse letto qualcosa del genere. “È l’età in cui si diventa ciò che si è” rifletté con una certa angoscia, sottilissima ma percettibile.

Forse era la fitta che sempre più spesso avvertiva nella zona della scapola destra: un dolore intercostale, sordo e insistente, che talvolta gli toglieva il respiro. Forse era quell’acuta noia del tutto. Sentiva di essere finalmente diventato quello che era stato da sempre: un vecchio. Un vecchio stanco, accidioso, insensibile. Anche malato, forse. Un uomo senza giovinezza, come passato dall’infanzia alla vecchiaia attraverso una vuota apparenza di maturità.

La stanchezza del mestiere che pian piano lo induceva a diradare sempre più i suoi interventi personali ‒ quei pezzi di bravura per i quali era subito diventato noto, quelle interviste tempestive e richiestissime, quei commenti in cui l’aspetto politico degli avvenimenti non si disgiungeva mai da quello umano ‒ e di riflesso il tedio verso una vita fatta di parole pesate, studiate, selezionate in funzione di un gigantesco inganno in cui l’informazione si riduceva alle dimensioni dei pollici dello schermo televisivo e alla quantità di parlato che accompagnava le immagini ‒ ecco, erano certamente queste le ragioni più profonde che lo avevano spinto a chiedere all’amministrazione un congedo straordinario.

Ragioni di salute: breve periodo di sosta durante il quale farsi visitare da un medico di fiducia, discutere con lui anche di quelle fitte alla spalla. Anche i colleghi, soprattutto quelli con cui aveva da dividere le responsabilità redazionali, trovarono naturale la decisione. Si erano accorti di qualcosa? Il volto segnato? Gli interventi professionali sporadici e privi di mordente? L’evidente rifiuto delle notizie, anche di quelle più piacevoli?

Alberto si accorse di essere al centro dell’attenzione dei colleghi. Sapeva che si trattava di pura cortesia. Lui, con un altro, si sarebbe comportato nella stessa maniera. Pure accettò di buon grado le telefonate che, nei due o tre giorni successivi al suo ricovero in una clinica specializzata in rapidi controlli, gli giunsero numerose da parte di amici e conoscenti, perfino di semplici estimatori esterni. Come volavano le notizie! Poche parole scambiate con qualche titubanza, gli auguri e gli scongiuri di rito insieme con qualche sospiro eccessivo finirono con il creargli intorno un alone di compatimento fuori luogo, quasi che l’impaccio nel parlare di sé, scambiato dagli altri per reticenza voluta, fosse segno di un male solo a lui misterioso ma palese ai medici, senza alcun dubbio.

Di voce in voce, all’interno della stazione televisiva, quel male rimbalzò da uno studio all’altro, facendo diventare effettivo quanto era soltanto presunto. In pochi giorni Alberto fu dato per spacciato.

Egli stesso avvertì subito quella specie di rumore di fondo che prendeva il sopravvento sulle parole dei medici, sugli auguri e i saluti degli amici, sulla tranquilla dimestichezza dei parenti. E pensò di non sottrarsi anzi di adeguarsi a quel rumore incontrollabile. Cominciò a provare addirittura una certa felicità interiore, un certo appagamento come da anni non gli accadeva. Nell’alimentare senza darlo a vedere quel brusio commiserante di voci sovrapposte, non sapeva se la recita della propria imperturbabilità esteriore dovesse ascriversi alla sensazione di essere in buona salute o piuttosto al fatto che gli esami clinici non erano ancora definitivi e creavano dubbio nel dubbio, attesa nell’attesa. Del resto, il soggiorno in clinica dovette prolungarsi più del previsto, dando nuova esca alle supposizioni.

Non era proprio quello che si aspettava, quando il primario in persona andò a trovarlo nella sua cameretta spiegandogli che occorreva qualche esame supplementare, solo per vederci più chiaro, per carità, non per altro, tanto ancora non c’era nulla di certo, e poi un dolorino tra le spalle poteva dipendere da un fatto esclusivamente muscolare, un piccolo strappo, un movimento maldestro, uno stiramento improprio.

L’unica cosa che Alberto sentì di approvare fu di poter essere ancora visitato, osservato, sondato con strumenti sensibilissimi e modernissimi, precisi nella diagnosi al punto da lasciare pochissimo spazio all’opinabilità, e oltretutto innocui.

Non poteva dire perciò d’esserci rimasto bene quando finalmente, un venerdì mattina, il primario gli annunciò che il pericolo era scongiurato; che sì, effettivamente, si trattava di un dolorino da nulla; che poteva riprendere la sua attività quando avesse voluto; anzi, dimesso lo stesso giorno, gli restava ancora l’intero fine settimana per qualche svago; infine sarebbe stata senz’altro sufficiente qualche frizione con un medicamento che, ecco, gli stava prescrivendo insieme a una dozzina di massaggi fatti da mano esperta ‒ e nel dir questo il primario si aprì a un sorriso d’intesa maschile, al quale Alberto rispose con un sorriso altrettanto largo, più per dissimulare il suo stato d’animo che per accettare il consiglio.

 

Era sempre stato così. La sofferenza fisica non lo spaventava. Ciò che lo terrorizzava era, invece, l’idea di dover perdere qualcosa del suo corpo: da un dente a un capello. Figurarsi un dito, un arto, un organo. Non era questione di aspetto esteriore. Piuttosto, gelosia della propria integrità fisica. Qualsiasi intervento sul proprio corpo gli dava il senso di una mutilazione irrimediabile, non solo l’asportazione di qualcosa come le tonsille o l’appendice intestinale: bastava un taglio, una ferita lunga a rimarginarsi.

Spesso osservava i bicchieri di casa, le tazze, i piatti, ogni cosa che potesse presentare una crepa, una scheggiatura, una ferita provocata dall’uso. Ci passava sopra le dita, ne sentiva con soddisfazione la lucida solidità, il rumore stridulo prodotto dallo strofinio. Gli studi classici l’avevano condotto in visita, più spesso da studente universitario, ma non aveva smesso neppure ora che il tempo libero a disposizione era più esiguo, qua e là per l’Europa, per musei e mostre, collezioni pubbliche e private, dove un certo interesse per l’archeologia gli faceva minutamente osservare antiche anfore greche, etrusche, romane, di terracotta, molte volte mutilate, sbreccate, manchevoli di parti importanti, con certe ferite che il tempo non aveva saputo o potuto sanare. E le guardava con raccapriccio.

Talvolta, in quelle circostanze, gli veniva in mente, con un acuto senso di autoironia misto a nostalgia, il periodo in cui, sui diciott’anni, aveva conosciuto Maria, una ragazza che lo aveva tenuto sulla corda dei sentimenti per molti mesi, ma che poi ‒ novella Beatrice o novella Laura o novella Angelica ‒ era andata sposa a un altro. Fra le tante idee che gli avevano attraversato la mente in vista di una conclusione rapida e felice di quel corteggiamento senza dubbio lungo e ossessivo, gliene era venuta una davvero balzana che, però, più delle altre lo aveva reso quieto per qualche giorno. Poiché Maria, da poco in possesso della patente di guida, conduceva spericolatamente l’automobile del suo temibile padre ‒ gelosissimo dell’auto non meno che della figlia ‒ lui aveva immaginato, come un sacrificio doloroso ma necessario, di lasciarsi scivolare sulla strada al suo rombante passaggio, facendosi investire di striscio e magari spezzare una gamba o un braccio, pur di averne se non l’amore almeno la pietà. Aveva immaginato la scena nei minimi particolari: lei che scendeva pallida e sconvolta dall’auto per corrergli in aiuto, trasportarlo in fretta al pronto soccorso e da qui, trasferito in una corsia dell’ospedale, vegliarlo lunghe ore al capezzale, tenendogli stretta la mano, accarezzandogli la fronte e i capelli, aiutandolo a sorseggiare qualcosa come un elisir di felicità, senza più nessuna preoccupazione del mondo e del suo terribile padre. Sarebbe stata, quella, l’occasione migliore per far sbocciare l’amore in lei, anche in lei, essendo in lui ben radicato, quell’amore, dal primo giorno che l’aveva vista. Che follia!

 

Era ancora presto quando, l’indomani, decise di mettersi in automobile con pochi effetti personali, le carte di credito, il passaporto, una buona scorta di denaro contante. Non sapeva in che direzione andare. Strada facendo si lasciò guidare dall’istinto. Pur avendo con sé l’atlante stradale, non volle consultarlo nemmeno a grandi linee. Non era abituato ai viaggi improvvisi e senza meta determinata. Anzi, quando doveva scegliere gli itinerari e i luoghi delle sue vacanze, aveva sempre preferito affidarsi alle agenzie di viaggio. I viaggi di servizio, fin quando li aveva fatti, non li aveva mai considerati propriamente tali: erano le circostanze naturali del suo lavoro. Dopotutto, a viaggiare erano sempre in équipe: lui, il tecnico delle riprese, l’autista del furgone attrezzato. L’avventura del servizio superava quella del viaggio, anche se spesso le strade erano impervie o inagibili e bisognava approfittare di mezzi di fortuna, come barche, elicotteri di salvataggio, fuoristrada militari. “L’informazione, prima di tutto” sorrise Alberto con una smorfia di disappunto.

Adesso, ascoltando la radio di bordo con le notizie dell’ultima ora sulla viabilità, con le musiche e le canzonette rilassanti, poteva dirsi ripiombato nel suo elemento naturale. Solo che non la ascoltava da addetto ai lavori, ma da semplice utente, come i milioni di ascoltatori che in quel momento erano sintonizzati sulla medesima stazione.

Le voci, i suoni, le melodie, i comunicati si avvicendavano e completavano con un effetto piatto e leggero che non dava particolari sussulti. Fece perciò un balzo sul sedile d’un tratto, quando, in coda a uno dei tanti notiziari ascoltati mentre viaggiava verso sud, sentì fare il suo nome. Comunicavano il modello, la marca, il colore e la targa della sua auto, pregavano gli ascoltatori di darne notizia telefonando a un certo numero di polizia. Anche di lui, oltre al nome, fornivano l’età e le caratteristiche fisiche. Del resto, il suo non era un volto proprio sconosciuto, vista la professione che svolgeva.

Come un lampo, gli venne in mente il fornello a gas di casa sua. Le cose dovevano aver seguito questa successione. Prima di partire aveva avuto desiderio di un caffè, aveva preparato la macchinetta con la cura abituale, aveva acceso la fiamma del gas, per un po’ aveva atteso che il caffè gorgogliasse nello scomparto superiore della caffettiera, ma subito qualcosa l’aveva distratto ed era uscito così, senza nessuno in casa che potesse rimediare al guaio. Immediatamente pensò di mettersi egli stesso in contatto con la polizia: sarebbe stata la cosa più saggia. Non era solo curiosità del disastro, forse un incendio o una fuga diffusa del gas qualora il caffè, fuoruscendo dalla macchinetta, avesse spento la fiamma del fornello. Era anche il desiderio di risentirsi vivo, al centro dell’attenzione. Adesso era lui che faceva notizia presso il grande pubblico, come fino a qualche giorno prima aveva fatto notizia presso la piccola cerchia dei colleghi e dei conoscenti. Capiva tutta l’ironia racchiusa in quella brevissima serie di avvenimenti, dato il senso di svalutazione con cui egli avvolgeva l’intero mondo dell’informazione.

La radio ripeté ancora un paio di volte il messaggio, aggiungendo che si temeva per la salute del “noto giornalista televisivo, appena dimesso da una clinica della capitale in seguito a un ricovero per accertamenti sanitari, e scomparso senza lasciare traccia”. Dell’eventuale disastro provocato dal gas non si faceva cenno. La sua memoria su quel punto ora diventava meno incerta: gli pareva di ricordare che, prima di uscire, aveva bevuto il caffè e quindi spento la fiamma del fornello. Del resto i timori su di lui, adesso, erano ben altri.

“Posso anche non prendermi sul serio” sorrise Alberto. E pigiò il piede sull’acceleratore con un improvviso, enorme senso di liberazione.

Continuò a viaggiare su quella stradina che si arrampicava come una mulattiera lungo il costone di una montagna ricca di abeti e pini e che aveva imboccato proprio per evitare l’ingresso in autostrada. Preferiva star lontano dalle vie più trafficate e soprattutto dalla gente. Capiva che quello era un momento critico dell’intera sua vita. Gli era facile ricondurre molte delle sue esperienze al nodo di adesso: a questa specie di fuga non programmata e a questo inseguimento di cui, straordinariamente, veniva fatto oggetto.

“Posso non prendermi sul serio neanche ora che comincio a mettermi fuori pista” si disse Alberto guardando davanti a sé al di sopra del tornante stretto e improvvisamente franoso che le gomme della sua auto già mordevano senza presa; e giù si stendeva il burrone della valle, come un abisso illuminato dal sole di mezzodì, immenso e distante.

Angelo Maugeri