La vetrina

Passavo davanti a quella vetrina tutti i giorni, da tanti anni.
Negli anni della scuola ci passavo davanti in fretta, quasi senza accorgermi che lì c’era una bottega con la sua vetrina, e per di più non me ne importava di cosa fosse esposto in bella mostra all’interno di quella vetrina.
Mi sembrava di vederci oggetti scuri, non molto collocabili come forma e dimensioni: potevano essere tanto dei quadri coma delle stampe o forse dei libri o, ancora, oggetti differenti. Ma tutti di un colore non ben definibile, di forma non sempre regolare, di dimensioni spesso non misurabili.
Più tardi nel tempo mi sono chiarito qualcosa di più nei confronti di quella bottega. Quasi tutti i giorni ci passavo davanti e ci gettavo uno sguardo distratto. Gli oggetti che si presentavano alla mia vista erano sempre più netti e chiari, distinti nella loro conformazione e nella loro superficie, ma ancora poco evidenti nella loro figura. Più di tutto si faceva evidente un oggetto, collocato proprio al centro della vetrina: un libro, si sarebbe detto, o forse una scatola, o ancora un quadro, chissà. Comunque era un qualcosa che attirava la mia attenzione in modo eccezionale, quasi come una stregoneria che affascinava prima di tutto i miei occhi e poi anche il mio cervello e il mio spirito.
Passavano gli anni ed io passavo sempre davanti a quella bottega. Cambiava, si capisce, l’oggetto piazzato in mezzo alla vetrina, ma comunque qualcosa di simile era sempre lì, sempre nello stesso posto, sempre qualcosa che ricordava più di ogni altro oggetto un libro, ma che poteva comunque essere anche una scatola, o un quadro.
Una cosa però cambiava: man mano che io passavo davanti e gettavo lo sguardo sull’oggetto questo si faceva sempre più chiaro, sempre più definito, sempre più evidente. A questo punto non c’era più nessun dubbio: era un libro, un libro grande, massiccio, rilegato in pelle di colore scuro, senza nessun segno o figura o immagine sopra di esso, sulla copertina… un libro che dava immediatamente l’idea del sapere, ma anche del magico e del meraviglioso.
Mi immaginavo il padrone del negozio (non l’avevo mai visto, ma me lo immaginavo, chissà perché, un vecchio con la barba e i capelli lunghi), mi immaginavo dunque il padrone del negozio impegnato a trovare ogni qualche settimana degli oggetti nuovi da mettere in vetrina, nuovi e differenti ma comunque somiglianti sempre a quelli che da diverse settimane (se non da diversi mesi) facevano la loro figura nella vetrina della sua bottega. Un vecchio… un vecchio saggio e paziente, con la saggezza dei secoli dei secoli della cultura della nostra terra, un vecchio che non vuol saperne d’andar via, di scomparire di fronte alla violenza dei tempi nuovi. I tempi che hanno portato mode nuove e nuove abitudini, oggetti nuovi e una ricchezza che, forse, un tempo la gente non se la sognava neppure…
Il padrone della bottega deve essere paziente, credo, per trovare ogni po’ di tempo questi oggetti, sempre differenti eppure sempre uguali, da mettere nella vetrina. Deve avere una pazienza di secoli, se non di millenni, per conservare la sua bottega qui, nell’affannarsi del viavai della città di oggi…
E il mio pensiero andava allora agli anni passati: a come questa bottega fosse sempre stata lì e a come il suo padrone dovesse aver gestito i suoi affari; come avesse visto cambiare i tempi e le persone, ma lui sempre lì, con la sua vetrina e i suoi oggetti da rigattiere (adesso, finalmente, avevo anche capito che tipo di bottega fosse, quella…).
Non mi arrischiavo ad entrarci: non per pigrizia o per soggezione, ma semplicemente avevo paura che entrare nella bottega potesse, chissà, farla scomparire, cancellarla dalla realtà dell’esistenza del quartiere. Di quel quartiere che era il mio da tanti di quegli anni che forse non me lo ricordavo nemmeno io, ma che era sicuramente il mio quartiere, esattamente come quella vetrina era la mia vetrina, e quel libro il mio libro…
Un giorno capitò una cosa che mi convinse a entrare: sulla copertina del libro in vetrina vidi un disegno che era la riproduzione assolutamente identica della casa in cui avevo passato i momenti più belli della mia infanzia: una casa che per me era sempre stata un mistero, una fascinazione, un luogo magico, di meraviglia. E allora… forse la possibilità di sapere qualcosa di più su quella casa, forse la possibilità di risolvere tanti misteri che mi ero immaginati negli anni più belli, forse…
Sono entrato. Il padrone era assolutamente diverso da come me lo ero immaginato, ma ugualmente con un aspetto da brav’uomo, tanto da ispirare fiducia a chi, come me, entrava per la prima volta nella sua vita nella bottega di un antiquario.

«Il libro è sempre stato il medesimo. Posso giurarglielo. È da cinquant’anni che lavoro qui ed è da cinquant’anni che quel libro è in vetrina. Per me è una sorta di feticcio: cambio altri oggetti esposti in vetrina, ma quel libro mai. È come una sorta di talismano, per me».
«Sarà così (ma come fa ad essere da cinquant’anni, se costui mi sembra un signore abbastanza giovane…), ma io gli passo davanti tutti i giorni (o quasi) e mi sembra che sia cambiato, almeno ogni tanto».
«Il libro non è mai cambiato, ma siamo noi che lo siamo. Ciò che forse un tempo non vedevamo, adesso lo vediamo. Ciò a cui una volta non pensavamo neanche un po’, adesso può diventare il pensiero quotidiano. È così. Tempora mutantur, nos et mutamur in illis. E questo libro si limita a registrare questi nostri cambiamenti».

L’avrei voluto comprare, quel libro. Ma il rigattiere mi disse che è molto meglio così. Non sapere, o non pensarci, è un esercizio di pazienza che l’uomo deve apprendere ogni giorno della sua vita.

vetrina

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