Intervista a Giuseppe Artino Innaria

(a cura di Alessandro Centonze)

Giuseppe Artino Innaria lo conosco da tanti anni, da quando, un ventennio addietro abbiamo cominciato la nostra attività di magistrati presso gli uffici giudiziari siracusani, dai quali entrambi ci siamo allontanati.

Da allora l’ho sempre stimato, condividendo questa mia stima con quella dei colleghi e del foro degli uffici giudiziari dove Giuseppe Artino Innaria ha lavorato, raccogliendo unanimi e meritati consensi.

Personalmente, l’ho sempre considerato un civilista raffinatissimo e un magistrato di eccelse qualità professionali, ma, fino a qualche mese addietro, non ne conoscevo le notevoli qualità di narratore. Devo la conoscenza di questa seconda – e parallela – vita del collega a Mario Grasso, infaticabile scopritore di talenti, talora precoci talora maturi, come nel caso di Giuseppe Artino Innaria, il cui “Non ho tempo da perdere”, fin da subito, ha colpito me e i tanti, entusiasti, lettori.

Il libro è un’opera letteraria splendida, scritta con uno stile raffinato e semiserio; ed è anche un’opera – finalmente non noir – ricca di riferimenti biografici e culturali: a me ha ricordato “Argo il cieco” di Gesualdo Bufalino, a Mario Grasso “Io cerco moglie” di Alfredo Panzini.

Quello che è certo è che sin dalle prime pagine “Non ho tempo da perdere” mi ha emozionato e ha stimolato la mia curiosità; da questa curiosità è nata l’idea della conversazione che riporto ai lettori nella sua interezza.

 

  • Come è cominciato il tuo percorso di lettura? Raccontaci di te, del tuo primo giorno di scuola.

Ho sempre avuto la vocazione dell’autodidatta. Son partito dalle figure dei fumetti e piano piano, con l’aiuto di mia madre, ho imparato a leggere, prima ancora di andare alle elementari. Nel 1976 la scuola iniziava ancora il primo ottobre. Mi ricordo col mio grembiule nero ed il fiocco bianco, accompagnato da mia mamma, fare ingresso timido in quella scuola elementare di Sesto San Giovanni, a pochi passi dalle Acciaierie Falck e Breda, che riconoscevo ormai per le sirene, udite da casa mia ad ogni cambio di turno. La prima settimana filò liscia, tutto mi sembrava facile, ma non volevo inimicarmi i miei compagni, ancora digiuni di alfabeto e copiati. Così facevo finta di essere alla pari con gli altri, anche se non dovevo essere un abile attore, perché la maestra, che abitava nel mio palazzo, un giorno mi incontrò in ascensore con mia madre e mi fece arrossire, con un rimprovero bonario. “Giuseppe, ho capito subito che sapevi leggere. Adesso puoi smettere! Non ti preoccupare, i tuoi compagni se ne faranno una ragione”. Era quella una scuola all’avanguardia. Presto, io e Natalia, l’altra bambina più brava della classe, ricevemmo l’incarico dalla maestra di aiutare Antonio ad imparare a leggere, un nostro compagno in ritardo. Dovemmo faticare un po’, Antonio era uno scapestrato di prima categoria, però era furbo e sveglio, e riuscì nell’impresa, restio ad imparare più per ribellione che per dislessia. Fu una straordinaria lezione per me e per Natalia, un emozionante apprendistato di solidarietà, una sperimentazione forte di come la lettura non debba rimanere un privilegio elitario.

  • Gli anni del liceo, di solito, sono i più importanti per la formazione umana ed intellettuale. Che ricordi hai di quel periodo?

Sono stati anni felici. Ho avuto la fortuna di frequentare il liceo classico a Sant’Agata Militello, il “Leonardo Sciascia”. Il clima era leggero, noi maschietti ci divertivamo in componimenti goliardici, in cui coniugavamo il linguaggio aulico con le sconcezze adolescenziali… “Laggiù fra le fronde fricavi / frustrato da fremito forte / e quando le forze eran morte / ignudo il tuo corpo trovavi”. Allitterazione, rima, metrica! Mettevamo a frutto le nozioni apprese con lo studio della poesia, italiana, latina e greca. Eravamo ribelli, nonostante gli anni ’80, i paninari e i primi abiti firmati per i teen-ager. Io e i miei compagni vivevamo in un mondo a parte, niente Naj-Oleari, Timberland e Moncler o El Charro. Amavamo definirci lucciole nelle tenebre, eravamo rimasti ancora impigliati negli anni ’70, in cui eravamo nati. Ci piaceva ancora la politica, volevamo essere controcorrente, non volevamo arrenderci all’edonismo reaganiano. Eravamo estremisti, come lo può essere solo un adolescente. Avrei voluto tanto fare il politico o il giornalista, ed invece…

  • Ed invece?

Ed invece, mi ritrovai a frequentare giurisprudenza. Feci una scelta pragmatica. Mi sarebbe piaciuto iscrivermi a sociologia, ma alla fine prevalse la considerazione che una laurea in legge avrebbe avuto più facili sbocchi professionali. Superai l’esame di accesso alla Residenza Universitaria “Lamaro-Pozzani”, a Roma, nella quale allo studio universitario si affiancano corsi di economia, informatica e lingue straniere. Un istituto d’eccellenza, che sforna talenti affermati nel mondo. Lì, una sera di maggio, venne a tenere una conferenza Antonino Scopelliti, nel 1991, pochi mesi prima della sua morte. Raccontò i suoi inizi da Pretore, poi la sua vita sempre più impegnata, in prima linea contro il terrorismo, da uomo dedito alla legge in modo quasi religioso, una scelta di solitudine, un chierico che aveva abbracciato la fede laica nello Stato di diritto. “Non tengo famiglia!”, disse sorridendo amabilmente. Perché, invece, proprio in quel “Io tengo famiglia” era concentrato il succo del familismo amorale che in Italia tutto giustifica e tutti assolve. Quell’uomo, quel magistrato fuori dal comune, dal fascino mite e dall’eleganza squisita, mi conquistò. Quell’incontro segnò la mia vita. Riaccese la passione civile del liceo. Decisi che il mio futuro sarebbe stata la toga.

  • Nel tuo tempo libero che spazio hanno la formazione professionale e gli interessi extralavorativi?

Il magistrato deve sempre tenere il passo con i tempi frenetici di un legislatore e di una Cassazione, che di continuo sfornano novità. Tuttavia, credo che chi indossa una toga non debba dimenticare che la sua è una professione a carattere umanistico, perché è al servizio dell’uomo. Non a caso, nel III secolo d.c., Ermogeniano dichiarò che “Hominum causa omnesius constitutum”. È compito del magistrato affacciarsi di continuo sulla realtà umana, per meglio comprendere ed avere più chiara consapevolezza della materia viva su cui va ad incidere con le sue decisioni. Dedico quotidianamente uno spazio alla lettura (di solito in parallelo leggo un romanzo ed un saggio – prediligo quelli socio-politici –), e alla visione di film (amo il cinema indipendente). E poi ci sono i fine settimana, a godersi un po’ di sole e la buona cucina, per rigenerarsi dopo una settimana spesa sulle carte e davanti al computer.

  • Ci racconti qualche aneddoto tra le tue esperienze da giovane magistrato?

I primi anni li ho passati in Corte d’Assise, come giudice a latere. I processi riguardavano spesso gravissimi fatti di sangue, ma ogni tanto capitava qualche comica situazione da bestiario. Dall’avvocato, che provava “idiosincretismo” per i pentiti, al parente dell’imputato, che, informato della facoltà di astenersi, dichiarava: “Mi asterisco”. Il mio Presidente aveva un modo garbato ed intelligente di condurre l’udienza, che ammiravo al punto da poterne fare uno stile di vita. Di fronte ad ogni contrasto tra le parti, se ne usciva sempre con un “Andiamo avanti!”, efficacissimo quanto tranquillizzante. Ancora oggi, di fronte agli inevitabili scambi accesi di opinione in udienza, sono tentato di far ricorso a quella formula magica!

  • Ognuno di noi coltiva in segreto l’istanza di scrivere, ma poi finisce inevitabilmente per fare i conti con il desiderio di pubblicare. Come vivi l’una e l’altra dimensione?

Per quanto mi riguarda, l’impulso a scrivere nasce da una esigenza di chiarificazione dentro di me, è rivolta soprattutto a dare forma al mio caos interiore. Vivo la scrittura come una architettura virtuale, in cui le parole e i periodi si intrecciano in una struttura armoniosa, che sappia comporre pensiero ed emozioni in un equilibrio non solo estetico ma anche spirituale. Nessuno, però, scrive per sé. Il linguaggio è comunicazione, la relazionalità è vita. Manzoni scherzava quando accennava a venti lettori. È ipocrita dire che non si ambisce all’apprezzamento di pubblico il più vasto possibile. La scrittura ha in sé un germe rivoluzionario, vuole contagiare, cambiare il mondo. Almeno, io credo che questa sia la missione della letteratura. Oggi, però, pubblicare incontra molti più ostacoli che in passato. Il libro è considerato un prodotto commerciale, deve raggiungere il maggior numero possibile di consumatori. Viviamo nella dittatura del lettore medio e delle scuole di scrittura creativa americane, del politicamente corretto e della lingua piana. Nondimeno, la letteratura vera è altrove. È il regno della ricchezza linguistica, che abbraccia tutte le sfumature dell’universo. È accrescimento della realtà, oltrepassamento del quotidiano. Leggo un libro o una poesia per trovare quello che la quotidianità non mi offre, altrimenti faccio prima ad andare al bar o dal barbiere.

  • Un titolo davvero insolito quello del tuo romanzo di esordio. “Non ho tempo da perdere”. Perché disponendo di una innumerabile possibilità di titoli per questo bel romanzo – che personalmente ho molto apprezzato per la scrittura in pari misura che per l’originalità e personalizzazione dei suoi contenuti – hai scelto proprio questo titolo?

Il file originario, nella memoria del mio pc, era denominato “Il tempo è mobile”. Poi, quando ormai ero alla fine della stesura, ero tentato da “Il meglio deve ancora venire”, che tuttavia mi sembrava troppo ottimistico, come titolo. Alla fine, ho virato per “Non ho tempo da perdere”, perché mi è sembrato il modo più immediato per indicare lo spirito del protagonista del libro. Il testo è frutto di una metanoia, che produce una diversa percezione del tempo. I quarant’anni di Salvatore sono soprattutto questo, un crinale superato il quale il tempo non è più avvertito come prima, entra in una dimensione limitata, in cui non sono permessi sprechi.

  • Alla fine di questa intervista, Giuseppe, rivelaci quali sono i tuoi modelli letterari?

Milan Kundera. Adoro il suo abile intrecciare storie e riflessioni, romanzo e saggio. Il Pessoa de “Il libro dell’inquietudine”, introspezione e word-painting. Il disincanto sagace e sarcastico di William Somerset Maugham. Pirandello amava distinguere due tipi di scrittori, i costruttori e i riadattori, gli spiriti necessari e gli esseri di lusso, gli uni dotati d’uno stile di cose e gli altri d’uno stile di parole. Un po’ come per Pascal, che distingueva l’esprit de geometrie da l’esprit de finesse. I contenuti vengono prima di tutto, e per questo prediligo gli scrittori di cose, di sostanza spirituale, come lo sono stati Pirandello e Tomasi di Lampedusa, nitidi ed essenziali, ma la parola ha il suo fascino, la sua musica, la sua sonorità, che eleva, e Bufalino con D’Annunzio sono stati i più grandi virtuosi della lingua del Novecento.