Il silenzio di Gramsci a Livorno

Perché Gramsci, con sorpresa generale, non pronunciò alcun discorso in quel Congresso che divise per sempre la sinistra italiana?

Ricordato a cent’anni di distanza, quel silenzio interessa molto a Ezio Mauro, in libreria da novembre con La dannazione – 1921. La sinistra divisa all’alba del fascismo, che rielabora, attraverso inediti documenti d’archivio, le ragioni della scissione di Livorno. A contendersi la direzione e il futuro del Partito socialista, in quel momento il più forte del parlamento, da una parte ci sono Bordiga, Gramsci e Terracini (l’ala sinistra); dall’altra Serrati, Turati, Treves e la Confederazione generale del lavoro (le correnti degli unitari e dei riformisti).

Il fascismo è alle porte e il suo squadrismo, visto di buon occhio dalla borghesia e dagli agrari, semina violenza. Ma tutti ne sottovalutano la portata. I socialisti sono più interessati allo scontro interno, a dividersi tra di loro, a indebolire movimento operaio e proletariato invece di far fronte comune con le altre forze democratiche.

Forse le parole più belle su Gramsci ce le lascia il liberale torinese Piero Gobetti, che fu costretto all’esilio a Parigi e che morì giovanissimo per le bastonate ricevute dai fascisti. Gobetti scrisse: “Il suo socialismo è prima di tutto una risposta contro le offese della società alla sua solitudine di sardo emigrato (…). Più che un tattico o un combattente Gramsci è un profeta. Come si può esserlo oggi: inascoltati se non dal fato”.

Siamo già arrivati al 1924 quando Gobetti fa questo ritratto dell’ideologo più amato del comunismo italiano. Il fascismo si è rinsaldato al potere. E la scissione di Livorno, in cui il Profeta si distingue per il suo silenzio, comincia a essere vista come un errore politico colossale. Trionfo della reazione la definisce Gramsci stesso in una lettera a Togliatti.

Ma la storia del socialismo italiano è piena di scissioni. Quella di Livorno, in cui l’ala sinistra si distacca dal Partito socialista, è storicamente la più importante. Ma non la prima e neppure l’ultima. Nel 1892 (Congresso istitutivo di Genova) i socialisti si separano dagli anarchici; nel 1912 vengono allontanati dal partito i gradualisti Bonomi e Bissolati; nel 1947, guidata da Saragat, ci sarà la scissione di Palazzo Barberini.

Con La dannazione Ezio Mauro, ex direttore di Repubblica e della Stampa, rivisita la scissione di Livorno con la passione di chi ha sempre cercato e visto la sinistra come una possibilità di cambiamento. “L’ho cercata – dice – soprattutto attraverso il mio lavoro” (intervista a Simonetta Fiori).

Da Mosca, e da Lenin in particolare, arrivavano indicazioni precise. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre, della sua “formidabile spallata ai tempi della storia”, i partiti socialisti dovevano scegliere la via rivoluzionaria per rovesciare il sistema capitalista e la loro funzione non era più compatibile con le posizioni riformiste né con la presenza nel parlamento borghese. Turati e la Confederazione generale del lavoro respingono questa linea. E restano dell’idea che la via riformista e democratica, senza passare per gli orrori di una guerra civile, è l’unica da seguire. Al congresso di Livorno i comunisti prendono 58 mila voti e abbandonano la sala cantando l’Internazionale; 98 mila voti vanno alla mozione maggioritaria degli unitari e 14500 a quella di Turati e Treves. Un altro partito, fedele alle direttive di Lenin e guidato dall’ingegnere napoletano Amedeo Bordiga, nasce da quella scissione: il Partito comunista d’Italia.

Due sono le figure che affascinano l’autore della Dannazione. Figure agli antipodi. Turati e Gramsci. Bravi “a mettere in campo una teoria della politica”. Almeno a provarci. Non erano solo dei militanti. Col senno di poi – ma è troppo facile! – le ragioni della storia sono dalla parte del primo, ci dice Ezio Mauro. Ragioni che non gli vengono riconosciute perché non sa “tradurle in pratica politica”. Gramsci è il teorico dei consigli di fabbrica, il direttore dell’Ordine nuovo, ma finisce “sotto accusa per il fallimento della stagione rivoluzionaria a Torino”. E questa è una delle ragioni del suo silenzio al Congresso del 1921 “nonostante il suo nome sia stato invocato dalla platea”. L’altra va cercata nel fatto che Gramsci arriva al Congresso non come un acceso promotore della scissione e con posizioni dunque divergenti da quelle di Bordiga. Ripete ai compagni che “spezzare il PSI sarebbe un danno per la classe operaia, sarebbe privare i lavoratori di una grande forza”. Sa che non basta il sostegno dell’Internazionale per “raggiungere e costringere alla riflessione tutti i nuclei e gli elementi costitutivi del partito socialista”. Sa che non è stata condotta “una campagna sistematica”. Dice queste cose soltanto in privato; e in pubblico quando è ormai troppo tardi per determinare le sorti del Congresso e il corso della storia.

Gaetano Cellura