La strega necessaria

 

La stregoneria non ha discendenza.
Essa è antica come la vita.
(Emily Dickinson)

A Firenze, una delle molte città dove la chiesa cattolica, col suo abnorme retaggio di ricchezze materiali, testimonia imperitura superbia e contraddice il messaggio evangelico, qualche giorno dopo il cataclisma nelle zone dell’Oceano Indiano alla fine dell’anno 2004, una giovane forse psicotica o soltanto afflitta dal disagio di vivere si reca in un convento e al primo monaco incontrato consegna un memoriale profetizzante la prossima Apocalisse. L’ha composto in “scrittura automatica” – giura – dietro dettatura d’una oscura entità: “Il diavolo, probabilmente”.
Non è da dubitare che, nei tempi bui della caccia alle cosiddette streghe, simile memoriale risulterebbe una sicura prova di possessione diabolica, esponendo la giovane alla tragica sorte del rogo. Se oggi, poco caritatevolmente, il frate prospetta alla poverina un ricovero clinico e intanto la frequenta circuendola fino a metterla incinta, pochissimi secoli fa non avrebbe esitato a farla incolpare di stregoneria.
Di episodi analoghi, come quello del gesuita Girard che corrompe e tenta di mandare al rogo la giovane Catherine Cadière, riferisce Jules Michelet in La Sorcière (1862, 1863), saggio etno-antropologico, anomala narrazione o specie di poema in prosa come da più parti è reputata questa discussa opera di sociologia storica; che, pure avvalendosi di cospicue modalità letterarie, non manca di recuperare atti giudiziari irrefutabili e notizie di cronaca rimosse dalla storiografia generale, ma quasi sempre preziose per il compiuto racconto del vero.

Tradotto e ‘riscritto’ aggiornandone la leggibilità, modulando con la debita empatia (fedelmente, ma senza rigide invarianti o fiscali equivalenze) parole, frasi, segni d’interpunzione, riflessioni, ipotesi e paradossi, si rilevano nel libro di Michelet, riproposto in una nuova traduzione italiana nel 2005 (J. Michelet, La Strega), alcuni elementi di critica anticlericale non inattuali. Di esso colpiscono, oltre alla critica d’un conservatorismo cattolico persecutore di colpe immaginarie quanto nemico d’ogni cambiamento e progresso, i traslati di fanatismi, conflitti di classi e sistemi politico-economico-culturali che, dopo secoli, non appaiono troppo scaduti né archiviabili: anche considerando come, al presente, presso certi popoli dell’Africa e dell’India si continui a perseguitare le streghe. Relativamente all’Italia, meriterebbe un approfondito discorso a parte il fenomeno delle sedute esorcistiche e delle diverse centinaia di ‘esorcisti ufficiali’ oggi operanti alle dipendenze dei vescovi diocesani.

Altresì La Strega, libello-scandalo sequestrato alla sua uscita dalla polizia francese, denuncia senza infingimenti, compromessi o rispetto delle convenienze le ossessioni sessuofobiche gravanti da sempre sull’ideologia e la burocrazia cattoliche; né si può leggere senza profondo sdegno e un’amara tenerezza pensando alla solitudine e al destino di tante donne vittime di un controllo sociale totalitario, fondato sulla maniacalità più asfittica, la malafede falsificatrice, il brutale abuso.
Non sono meno di ventimila le “amanti di Satana” che, solo tra il 1300 e il 1600, vengono accusate di stregoneria finendo bruciate vive; e, secondo molti studiosi, dal medioevo al Settecento, alla Rivoluzione francese con la condanna dei privilegi feudali e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo (26 agosto 1789), supererebbero il milione le morti causate da una persecuzione paranoica e duratura, diffusa in tutto l’occidente. Tanto che verso il 1760, nel secolo dei Lumi, dal suo eremo di Fernet, “il monastero filosofico del secolo”, Voltaire bolla “per sempre l’infame”: intendendo la Chiesa dell’ignoranza intollerante, dei privilegi, dei soprusi e dei delitti. Del resto, ben prima di Voltaire il gesuita Friedrich von Spee scrive in Cautio criminalis (1631) che vera opera demoniaca è proprio la caccia alle streghe esercitata dall’autorità temporale.

Notoriamente sottovalutato dagli storiografi accademici e tenuto in pregio soprattutto dai letterati, La Strega è forse il libro più noto di Michelet, storico illuminista ed esegeta della Rivoluzione francese animato dagli impeti passionali di quel romanticismo ottocentesco europeo che fa del mito e delle diverse metafore del diavolo – il goethiano ‘spirito che sempre nega’ – un suggestivo referente artistico.
Sarà per la resistenza d’un tale mito che il Pontificio ateneo romano Regina Apostolorum inaugura dal febbraio 2005 dei ‘corsi’ per sacerdoti, seminaristi e teologi a proposito di satanismo e possessioni diaboliche; con, tra i docenti, alcuni sacerdoti d’una perlomeno anacronistica associazione “Associazione Italiana Esorcisti”. Nemmeno manca un nostro contemporaneo prete esorcista e magister ineffabile di dogmatiche teologiche, il quale, dagli schermi televisivi, spiega come “sia più facile affermare l’esistenza del diavolo che quella dello Spirito santo”.
Ben più evolute idee professa, invece, l’uomo dell’Ottocento Michelet: il diavolo, questo dogma del Concilio Lateranense IV (1215) corrivamente ribadito nel “Catechismo della Chiesa cattolica” del 1992, non è il fallico serpe della Bibbia, la Bestiascarlatta dell’Apocalisse, l’Angelo ribelle Lucifero circonfuso di nera luce, il canaaneo Baal, l’ebraico Sat Anh fonte d’ogni male o il siriano Signore delle mosche Belzebù. Non è il Peccato sancito dal cattolicesimo, il belluino fantasma foriero d’ogni disgrazia o calamità e, infine, il capro espiatorio dell’umana nequizia; ma la metamorfosi del greco Pan, simbolo pagano della natura, degli istinti vitali, del desiderio, della disobbedienza alle morali e precettistiche dominanti, della libertà che non cede all’opaca rassegnazione predicata dalla Chiesa e afferma quel logos da cui nascono, con la volontà di osare e sperimentare, le arti e le scienze.
Spirito libertario è il diavolo micheletiano che, nella lunare figura della strega, mutuerebbe un’afroditica ninfa del dio-capro Pan, sodale di Priapo e del Dionysus esorcizzato ieri dall’Inquisizione e ora dalla psicopatologia farmacologica.
Così vediamo come, procedendo nel suo discorso, l’autore surroghi il torvo e osceno diavolo medievale coll’indomito ribelle seicentesco di Milton: un Satana ragionatore che, gravitando tra eros vitalistico e la melancholia della consapevolezza, diventa simbolo etico; e, dopo avere rovesciato i valori costituiti, sfida il proprio Dio, lo contraddice dialetticamente, gli s’oppone, lo accusa (Satan = ‘oppositore’, diabolé = ‘accusa’) chiedendogli conto dell’ingiustizia e dell’iniquo destino delle creature.
Allo stesso modo, nel nostro tempo, appunto come un simbolo viene inteso il diavolo dal teologo Herbert Haag, che apertamente ne esclude la realtà; rintuzzato, nel 1972, dal papa Paolo VI che parla di un’“esistenza personale del diavolo” riaffermata, in varie occasioni, da Giovanni Paolo II.
Alla rivolta del diavolo e delle potenze dell’ombra, ossia le scienze, fa eco la risata squillante della strega, non più supino agnello sacrificale ma con gli stessi tratti dell’Angelo Ribelle che trasforma l’innocenza punita, la mestizia desolata e il dolore in generosa energia. Nella sua alacre erranza alla ricerca d’un riscatto, è animata da coraggio temerario, operosità instancabile, astuzia raffinata e ironia lusinghiera: che trovano sempre il modo d’affermare le ragioni della vita creativa contro i veti di tutti i poteri. Insieme all’Angelo decaduto, la strega diviene anarchica. Ed è il diavolo che le insegna a gustare il sapore delizioso dei frutti dell’Albero della conoscenza.
D’un conio romantico aurato di loico illuminismo sono, in Michelet, la pietà e l’ammirazione per la piccola “donna del servo” che, troppo lungamente angariata, si ribella trasformandosi in furibonda Lilith, Medea e strega: necessaria strega, sacerdotessa della natura e del pensiero libero.
Il diavolo sovvertitore, la strega rivoltosa: se non ci fossero, bisognerebbe inventarli – pensano, per motivi opposti, oppressori e oppressi. Intanto è col diavolo, con la strega e il suo sangue senza colpa, quello stesso d’Abele, che inizia la modernità.
Con la libertà delle idee, i comportamenti non adattabili, le eresie, la critica dei governi del mondo e d’un regime ecclesiastico autocratico e amico dei dominatori, gli ammutinamenti degli sfruttati e le sommosse popolari sono l’altro nome sia delle messe nere che mettono in parodia il culto cattolico del sempiterno sacrificio, sia dei sabba, del diavolo e della strega. Costei è la donna vessata dai torturatori, avvilita dal giogo che la umilia dopo la caduta dal’Eden; e che, giudicata un essere inferiore, non soccorsa da Dio, rivolge il proprio anelito al Grande Proscritto, sua ultima speranza redentrice… Molto meglio l’Inferno del disumano ‘inferno in terra’ predisposto dall’Inquisizione con la complicità dei tiranni.
Allora – ipotizza Michelet -, cos’è il diavolo se non l’esito del sedizioso “sogno della strega”? E cosa il sabba se non un modo di concepire o inscenare la rivalsa degli oppressi e la loro permanente rivolta? La strega – accusata di fornicare coi demoni, tentare i misogini ministri della religione, rendere sterili le donne e impotenti gli uomini, seminare malefici e carestie, devastare i campi, far morire gli animali, volare al sabba cavalcando una scopa, sacrificare neonati nelle messe nere – è la prima e più facile cirenea del progetto egemonico d’una matrigna Madre Chiesa: che, per secoli, regna con la violenza sacralizzata insegnando come gli uomini possano giustificare i propri crimini inventandosi eretici, diavoli, streghe o altri ‘mali assoluti’.
Operante fin dall’inizio del 1200 per reprimere, dapprima, le eterodossie catare e valdesi, l’Inquisizione ha tre fasi correlate: la medievale, che rimuove l’eredità del pensiero greco e dura fino alla metà del Quattrocento; quella spagnola, conclusa ai primi dell’Ottocento; e l’altra, romana, voluta nel 1542 dal pontefice Paolo III contro la Riformaprotestante… Incredibilmente, essa vorrebbe durare fino agli inizi del Novecento, poco prima delle due Guerre mondiali e dei campi di sterminio nazisti, gli unici a superare in raffinata ferocia i tormenti, i roghi, i forni inventati dal Santo Uffizio e posti in opera dal braccio secolare dopo terroristici processi-farsa. D’altronde – scrive il malfamato Nicolau Eymerich nel Manuale dell’inquisitore (1376) -, scopo principale del processo e della condanna a morte non è salvare l’anima del colpevole, ma “terrorizzare il popolo”.
Si deve poi all’abominevole Ad extirpanda di Innocenzo IV, del 15 maggio 1252, la legittimazione della tortura negli interrogatori; e alla lettera papale Summis desiderantes affectibus (1484) di Innocenzo VIII la legalizzazione dei roghi: da appiccare contro qualsivoglia categoria di soggetti, avversari veri o presunti di Santa Romana Chiesa. Costoro finiscono arsi vivi, talora in massa (insieme ai roghi, si ricordino i forni costruiti su basamenti di pietra e adibiti a contenere in contemporanea diverse decine di condannati: da cuocere a fuoco lento), e i loro beni vengono incamerati dalla Chiesa; la quale, pianificato il proprio progetto di conquista e controllo del mondo, incrementa un traffico simoniaco che, attraverso la repressione programmatica o la strage mirata, costituisce il primo efficiente esempio di capitalismo predatorio e ‘globale’.
Fatta di melliflui, sinistri e causidici libertini, aguzzini psicopatici, farisei, bricconi e corruttori di giovani vergini e suore sono, al tempo dell’Inquisizione, monaci, preti e papi descritti da Michelet. Il loro zelo, promosso da un credo burocratico che non tollera impedimenti al proprio strapotere, è di marchiare con l’assurda accusa di stregoneria o con quella non meno discutibile di eresia chiunque possa essere sospettato d’antagonismo, laica insubordinazione o non conformità. Chi osa obiettare a tutto questo? Certo è una strega, uno stregone, un eretico, un indemoniato. Taluno non crederebbe alla stregoneria? Certo ignora che “il non credere alle streghe è la massima eresia” – illustra già in epigrafe il Malleus maleficarum (1490) di Krämer e Sprenger, tecnici tifosi della tortura non meno dei papi, crematori d’indemoniati e streghe, Innocenzo VIII, Alessandro VI, Giulio II, Leone X, Adriano VI, Clemente VII; o Clemente VIII, sotto il cui pontificato viene arso a Roma, nel 1600, Giordano Bruno: il geniale eretico che, dopo Copernico, prima di Galileo e contro il geocentrismo ecclesiale, spiega come sia la Terra a muoversi intorno al Sole.

All’inizio del nostro millennio, taluni teologi oscurantisti e ideologi faziosi, nel tentativo di ridurre la portata criminale di quella che insistono a chiamare Santa Inquisizione riferendosi alla, infine inattendibile, Commissione di studio vaticana voluta da papa Wojtyla nel Giubileo del 2000, arrivano a sostenere che le corti inquisitoriali abbiano operato “per poco tempo”: provocando, dopotutto, “poche vittime”. Poco tempo? Ma risale al venticinque marzo 1199 la bolla Vergentis in senium con cui il papa Innocenzo III (colui che definisce Maometto “sudicia bestia” e i non credenti “figli di cani”) parifica il dissenso all’eresia e questa al crimine contro lo Stato: prefigurando la successiva, persistente alleanza o complicità fra governi e Chiesa. Ciò, in nome del loro ritenersi legittimati da “poteri cristiani” identificati con l’ordine politico generale.
Resta inoltre da eccepire su come la recente voga del revisionismo storico abbia potuto disinvoltamente minimizzare, fino quasi a disconoscere, oltre all’olocausto antisemita, i roghi degli eretici… Mentre già sentiamo lugubri dottrinari neoscolastici prendersi il lusso di sostenere, con perfetta improntitudine, che, istituendo la figura dell’avvocato difensore, l’Inquisizione sarebbe all’origine del concetto di ‘garantismo’: laddove la manipolazione revisionistica fa echeggiare nelle proprie metodologie una fin troppo vieta ipocrisia gesuitica, qualcosa di cui l’obiettività storica non avrebbe proprio bisogno.

La realtà dei fatti fondanti l’angoscioso ‘saggioromanzo-verità’ di Michelet è ben diversa. Poiché la maggior parte dei documenti dell’Inquisizione relativi ad atti di tribunali, processi, sentenze, liste di condannati rimane, in ogni paese, occultata e poi distrutta dalla Congregazione del Santo Uffizio, è certo che la struttura repressiva e i sistemi delittuosi adottati dai “Tribunali della fede” provochino, in pressoché settecento anni, un numero di morti davvero enorme se si considera la scarsa densità della popolazione in passato.
Nei secoli, niente sfugge al Santo Uffizio: che segue, sorveglia, dirige, controlla la politica, l’economia, la scienza, la stessa cultura umanistica; e, mediante il suo famigerato Indice dei libri proibiti (istituito nel 1559 da Paolo IV e abolito nel 1965 da Paolo VI), censura o condanna tutto quanto confligga coi propri dogmi: giungendo, in circostanze recenti, allo scopo di reprimere le coscienze che non può più bruciare insieme ai corpi, a contrastare le libertà laiche possibilmente proibendo, riprovando o contrastando le ricerche scientifiche e le produzioni letterarie, artistiche o filosofiche di autori trattati da posseduti, novelli eretici, streghe.
Così oggi, in un mondo che dovrebbe rifuggire da assiomi religiosi utili soltanto a dividere i popoli e contrastare lo sviluppo delle democrazie liberali, Santo Uffizio e Indice si compendiano nella Congregazione per la dottrina della fede (dove “dottrina” cum “fede” appare una smaccata contraddizione in termini): una singolare oligarchia incline ad avversare l’indipendenza delle attività laiche non corrispondenti alle posizioni ufficiali della Chiesa.
Variando le proprie strategie e assumendo altri nomi, coi suoi inquisitori da incubo e le sue fosche assisi, lo spettro clericale non cessa d’incalzare l’eretico prebarocco Rabelais e lo ‘stregato’ illuminista-romantico Michelet… Senti ancora la loro voce che nel gergo blasfemo dei demoni satirici Gargantua e Pantagruel, tra i gemiti della satanica strega destinata al rogo, continua a maledire tutti gli integralismi?                   

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