Verso il “niovo”, verso l’altrove l’apologo figurale di Squadrito

 

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Continuando a leggere e penetrare nei significati ulteriori dell’arte figurativa di Annamaria Squadrito, si fa strada nella memoria del fruitore il fervore degli anni dell’engagement (impegno politico) e dei suoi protagonisti. E insiste immediatamente il ricordo della linea di esclusione fino all’emarginazione a carico di quanti, giovani o ex giovani, non paludassero le proprie opere di argomenti d’impegno. Che poteva essere civile, morale ma principalmente politico, fino a trascurare e snobbare l’aurea regola dell’attualità nemica di ogni espressione artistica in mancanza di quel filtro magico che ne fa sublimare il messaggio oltre ogni contingenza. E va bene, anche quella è stata una moda, un momento, sicuramente una esperienza e forse una lezione. Mi veniva da pensare, appunto, all’entusiasmo di quegli anni che presto avrebbero passato la mano ad altre preoccupazioni, a loro volta estemporanee, a loro volta effimere tensioni all’approssimazione artistica se poi il tempo breve, lo stesso spazio minimo tra la febbre la guarigione e un nuovo stato febbrile (nuove avanguardie, il vessillo vermiglio del post-moderno, etc.) che avrebbe segnato nuovi entusiasmi e distintivi. Qualcosa resta. Fatalmente. Ma quel che resta di un giorno è spesso il desiderio biologico di riposare. Riposare quando le ansie non premono smodatamente come oggi la solitudine che viene governata dalle medicine magiche e stranianti dell’elettronica che ha abolito distanze e orologi in cambio dello straniamento per ogni riflessione. Una contingenza anch’essa, che non sappiamo quanto potrà durare, né a chi passerà la staffetta. Ed è forse questo il segreto che aiuta a vivere, meglio o peggio non vale appulcrare se e quanto. La vita è divenire e solo gli stolti elogiano il pregresso e disprezzano il progresso. Annamaria Squadrito in tutto questo frastuono e obnubilamento epocale naviga, tra l’indignata e la speranzosa e si va intanto ritagliando uno spazio tutto per sé. Uno spazio che mi viene da comparare a quello dell’arbitro nel campo di gioco. Solo che Annamaria Squadrito non fischia e non gesticola. A lei basta tracciare le schede umane, sociali e politiche della nostra epoca che è anche la sua. Rappresentarla in teatri all’aperto dove il singolo individuo può alludere all’universalità e dove la costante presenza di un cavallo potrebbe alludere persino al mezzo su cui procedere o con cui fuggire dall’orrore delle contingenze odiose. Lei colloca davanti ai nostri occhi uno specchio e, senza imporcelo, ci costringe a specchiare in esso le nostre stramberie, quelle del mondo, quelle delle psicosi collettive e dei desideri. In questa sua nuova opera ci sono i problemi che attanagliano il nostro habitat con tutta una scala di problemi vitali la cui gravità (l’elenco dei problemi, con le qualifiche che l’artista ha messo in pagina a motore della metafora dei due momenti colorati), dagli inquinamenti atmosferici e acustici a quelli alimentari, dalle guerre agli attentati, a tutta una scala di orrori sociali e politici che non lasciano spazi oltre quelli della fuga. E forse per questa volta il timbro costante del cavallo potrebbe essere quello stesso del fruitore dell’universo in ansia per un “Altrove”. L’arte della Squadrito è un continuo succedersi di lezioni morali alla de Montaigne, un gridare sottovoce per chi ha la sensibilità di intercettare messaggi come resoconti di vita reale in alfabeto segnico e cromatico di immediata informazione come solo la vera arte può e sa esprimere senza didascalie parenetiche ma lasciando al fruitore la facoltà di intercettare e intercettarsi.

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