Il Pulcinella sazio

Mi accingo a questa visita a domicilio con tanti dubbi, ma anche con un certo interesse, divertimento quasi!
Il figlio del paziente, uno spilungone dinnoccolato che sembra trascinarsi a fatica, mi spiega. E’ già un anno che il padre non vuole uscire di casa, iniziando con una fase di inappetenza, disinteresse, apatia. Stimato professore di drammaturgia in pensione, da qualche tempo si comporta in modo strano, biascica spezzoni di testi teatrali, risponde a sproposito, pretende di vedere nell’interlocutore ora questo ora quell’altro personaggio. Per tenerlo calmo – mi spiega il figlio come controvoglia – hanno cominciato ad assecondarlo, la sua badante e alcuni suoi studenti affezionati, rispondendo a questa fissazione di stare nel mezzo di una rappresentazione.
Ma ultimamente il disturbo si è fatto più rabbioso e più specifico: indossa continuamente una maschera di Pulcinella e, non riconoscendo il figlio, lo chiama signore e lo ricopre di improperi, accusandolo di non si sa bene quali crimini.
Gli hanno pure portato il prete, uno vero, pensando a chissà quale possessione, ma il paziente lo ha scambiato per Pantalone, e ha cominciato a fargli una sfilza di scherzi e lazzi, che il prete si è pure divertito e alla fine ha consigliato di farlo vedere da un dottore.

Ed eccomi qua. Dottore, certo, ma fin troppo incuriosito, ingolosito, a mio modo già colpevole.

— Non contraddica signor dottore, non faccia agitare — mi dice la badante, invero piuttosto avvenente — che poi passa tutta notte in bianco, che manco si vuole togliere maschera.
— Gli dia un po’ di corda, fa discorsi sconnessi ma interessanti,—  interviene Landolfi, lo studente, lungo e ossuto, che lo andava a trovare quotidianamente.
— Io lo trovo magnifico nel suo eloquio, meglio che a teatro…—  rinforza Arialdi, il suo collega pacioccone.
— Voi non l’aiutate certo a rinsavire…—  interviene amaro il figlio.

La curiosità mi divora. Vengo introdotto in un salone buio, illuminato da una faro che spiove dall’alto e proietta ombre inquietanti sul pavimento disegnando mostruosamente a terra la sagoma che mi viene incontro dondolando storta.

— Ah! Vi siete degnate ’e veni’, dottor professor Balanzone, avimm’a cura’ ’o male…—
— Che fu, che vi sentite?
— Nun v’hanno detto niente ’e compagneme? Brighe’, Arlecchi’ me l’avete portato sano sano, senza suspietto?
— Mi son foresto…—  interviene il tutt’ossa, che evidentemente fa la parte di Arlecchino
— Se vuole messer Pulcinella lo scanno io, con l’unghio der dito mignuolo…—  completa il paciocco che tiene posto d’una sorte di Brighella romanesco.
— Non agitate che poi…—  conclude la badante (Colombina?)
Strano tipo di visita, un po’ affollata, una vera pantomima, speriamo catartica.
— ’O volite sape’ che me duole? ’O volite proprio sape’?
— Sono qui per questo, ditemi pure—  rispondo professionale.
— Nunn’è dolor’e panza, nunn’è dolor’e cuore, non è mancanza. Meglio: non è mancanza e cosa: comme posso di’… è mancanza ’e mancanza.
— Mi faccia capire— intervengo per approfondire— mancanza di mancanza?
— Questa è proprio bela, el mancar d’el che manca! —  L’Arlecchino sbotta, in uno con una studiata mossa.
— Er mancante è come er soverchio, rompe er coverchio. Ma tanto… le mancanze… se mancano… le possiamo fare da capo tutte nuove, quando vogliamo! Vuole che manchiamo… di rispetto a questo produttor di balle, Balanzone e Ballacchiere, emettitore di aria ballonesca, pure puescente, e manco se ne pèrita?—  Il pacioccone attaccabrighe fa la parte sua e gli altri si sganasciano…
— Lasciate stare ’o Signor Professor Dottore, che me lo voglio spolpare io, che già è buona a vogli’e m’’o spolpa’. Mio caro Dotto’, non ci avete voi un desiderato? Un aspettativo, un … comme se dice ora?… un obiettivo?
— Ma certo, chi non ce l’ha? E’ bene avercelo…—  interloquisco.
— Eh… chi non ce l’ha! Appunto! Ci vuole un una meta, verso cuie fa’ rotta, un menna che si vuole suca’, un pertuso a n’tuppa’? Senno nun c’è verso, nun c’è senso: ’a freccia ci ha a punta e ’a punta vuole pizzica’ ’o bersaglio. E non glie dico che fame ci avevo, ci ho sempre avuto. Per fame, m’avevano a chama’ a me… A strati, a cozzo, a monselli, si poteva insaccare. E ’a fame m’ha temprato ’o ’gnegno, pure in compagnia della più pura ignoranzia, la fame mi ha condotto, insegnato il cammino, trovato una strada, spunta o scanta. E che soddisfazione, quando, una ogni mille mai, in culo alla malasorte, alla malanascita e alla malafede, alla fine potevo mette’ ’e mani su una dispensa, un tavola imbandita, una abbuffata, una cuccagna. Che stelle – ­dalle stalle – che pienezza, che felicità! Anche solo a sape’ che c’era, ch’era possibile, anche se impedito, faticoso, laborioso. Anche solo a sognarlo…—
— Capisco..
— Certo che capite, Dotto’, dovete capire! Sennò che parlo a fa’. Che se io songo Pulcinella, mandato, deputato, avvocato di tutti i fratelli miei ­– Zanni, Peppenino, Giufà, Buffoni, Giolli, ’e creature – voi, Dotto’, voi rappresentate ’o potere, ’a sapienza, ’o Creatore potrei dire… E i’accuse, Dottor Avvocato: pecché? ‘O dico io ’o pecché? Pecché m’avete arrubbato, deprivato, defraudato? —
— Adesso pure avvocato… ma deprivato di che, esattamente? E chi?—  cercai di rimandare la palla sul suo lato…
— M’avete rubato ’a fame, m’avete ridotto a sazietà…
— Pooreto el mio Polcinel…
— O ci ridate la fame nostra o senno ve pijo a morsi er cranio, all’ugolina…
I due studenti-maschere intevengono a rafforzare, più che a lenire, le escandescenze del paziente. Ma il discorso di fa interessante, provoco…
— Ma come, mi volete dire si stava meglio con la fame, la necessità, la penuria? Non considerate il progresso, l’efficienza produttiva che libera tempo per imparare e poi per elevare lo spirito?
— ’O spirito! Spirto, sparito, spirato, pìrito…
Ridono alla pernacchia che segue, che si vedono le crepe nella pelle, i compari.
— ’O motore, ’a forz’ ’e campa’, ’a cazzimma, la forza vitale, Eròs: ma ’o ssapite vuie di chi è figlio?
— Eros? Di… Venere?
— ’A quale! Mi cascate sulla mitologia mio caro Dottor Professor Sapiente. Venere lo accolse, l’adottò, lo impiegò, ma non fu la madre, nonsigno’. Eròs fu partorito da Penìa che si fece ingravidare da Poro il furbacchione, ma in quel momento ’mbriaco per la festa di nascita di Venere. Uscì per prendere aria e trovò Penìa sulla porta a mendicare. Come fu come non fu, Penìa n’escì gravida e partorì quell’amorino di Amore.
— Penìa certo, la dea della penuria; l’amore, che viene dalla mancanza e dalla furbizia, Platone… Simposio… —  balbetto.
— Avite visto ’o Dottore, ha azziccato ’o bersaglio suo … —  ridacchiano i compari — e quì sta l’accusa: m’avite fatto fesso: m’avete reso sazio: niente bisogno, niente soddisfazione. Morta Penìa, niente Eròs, solo civiltà. Inerte, impotente, entropicato. E manco Poro, l’espediente, la sopravvivenza, l’astuzia, tutto inutile! E parlo non solo per me, ma per tutti i morti… non di fame… ma che dico, magari! … i morti di noia, i sartrerelli, seppelliti dal cumulo indistinto delle soddisfazioni manco desiderate, fin dalla tenera età, non attannano, non smammano, non gli quaglia la mendola, non maturano mai. Niente più potenza e manco atto: solo inerzia, divina indifferenza, paradiso delle pietre.
— E voi cosa suggerite? Di mettere le scarpe strette, per avere la soddisfazione di…—  lo ammetto, questa non è molto professionale, ma mi sono fatto prendere dal gioco.
— Ma non ricordate, Dotto’, i sublimi turbamenti di piccirillo, che dovevano trovare strada tra i ‘nun se fa’, ‘è peccato’, ‘è proibito’: e ora? Dov’è quel batticuore al solo sorprenderla guardarti? Al solo sfiorarle la manina? E l’adulterio? Dov’è finita l’ubriacatura della corda tirata e poi rotta? L’apertura delle porte, la consegna della chiave, l’arresa senza condizione della fortezza con tutte le sue difese?
— El Dottor, ghe s’è minga inturgidido al sol pensier? —  mi fa l’Arlecchino.
— Piglia ’r bastone, piglia, che glie famo strigne’ ’e scarpe, vuo’ vede’ soddisfazione quando se ’e leva, er dottore… —  riprende il Brighella.
— Dottore non faccia eccitare che poi non fa dormire me —  chiosa la Colombina.

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Il figlio entra, impeccabile nel suo vestito gessato, verticale, indifferente, lo sguardo come pietrificato, sembra tuttavia aver seguito la scena:
— Adesso basta padre, voi andate via, dottore faccia qualcosa, metta fine a queste pirandellate… — dice con voce monocorde.
— Finalmente una richiesta un’aspettativa, un desiderio…— il paziente-padre-Pulcinella sembra sorpreso, perdendo per un attimo l’accento e la posa, ma poi si riprende: — voi, nunn’o state a senti’… l’acqua è queta, ferma, sazia. Per rompere i ponti ha a desidera’ ’e cade’, nun basta un sasso che un… un pullicinella, un pulcino, una pulce, ha tirato nel mezzo e che solleva quell’onda stanca…
— Mi me son pissia’ de soto—  l’Arlecchino.
— O, stiricallongo, maccarrone senza perciato, che vuoi fare a legnate? Ce l’hai una stizza di del sangue di Giacobbe nelle tue vene? —  il Brighella al figlio.
— Per amor di dio! —  la Colobrina.
— Io… io? —  Il figlio sembra un motore inceppato.
— Tu? Sì, tu che non hai mai ucciso il padre, perché mai te lo sei costruito, indotto da una madre che ti ha tenuto al seno e mai smammato, che ti ha anticipato ogni premio, che non ti ha mai partorito del tutto…— il paziente s’è tolto la maschera, la sua faccia è mezza feroce e mezza in pena, —  colpiscimi!, Innalza e distruggi il tempio! Tira fuori le palle…
— Dottore, ma non lo sente? Gli dia qualcosa, faccia qualcosa… — mi dice il figlio tradendo per la prima volta un’emozione come di scoramento, ma me ne guardo bene, comunque non saprei cosa fare e d’altro canto mi sto divertendo troppo. Forse si vede, spero di no.
— E poi, mio caro Pulcinella, non era forse mio padre, che mi ammoniva di non pretendere, di non eslatarmi, di non desiderare la roba degli altri? —  Così dice il figlio strappando la maschera di Pucinella dalle mani del padre e parlandoci:
— Mio padre…, ma guardalo, o Pucinella, guardalo—  e gira la maschera nera e lucida di Pulcinella come se questa veramente potesse guardare il padre, — istruito e raffinato, un po’ castrato un po’ effeminato, matriarcale, buddista d’occidente: l’hai raggiunto il Nirvana? Hai fatto almeno un passo verso l’illuminazione? L’hai trovato il tuo Avalokitesvara? L’hai almeno desiderato? Ah già, com’è che dicevi?: ‘Più desideri più te ne allontani…’
La mascella mi pende allibita: quel coup! Mi aggiusto sulla seggiola per seguire meglio lo spettacolo. Un po’ mi sento in colpa per questo divertirmi tanto poco professionale, ma la scena è imperdibile. Le disgrazie, rappresentate, ci rassicurano di esserne fuori, spettatori, che finito lo spettacolo…

Quando… i miei occhi allibiti vedono estrarre dalla tasca destra del figlio una rivoltella e un attimo dopo la vedono puntata verso il padre. I peli mi si drizzano in testa: ma ch’è carica? E io che credevo di giocare…
— Eppure eri tu – anche tu – la mamma che mi teneva lontano dai pericoli, che mi aiutava a innalzare il muro, che mi coccolava di balocchi, che mi preveniva dal crearmi illusioni, che mi esortava a essere concreto, serio, misurato, per non rimanere deluso, per non bruciarmi le ali volando troppo vicino al sole. Ma non è tua la colpa, o padre, che t’ammazzo a fare! Anche tu vittima. E un colpevole ci dev’essere. E’ che ci hanno frugato nel cervello, nello spirito, nell’idea, nell’essere: ci hanno ridotti a meccanismi, macchine, orologi, enigmi complessi ma precisi. Istinto, questione di vita o di morte, di vita e di morte. Cani appresso agli odori. ‘Venite che lo ripariamo!’

E si gira lentamente, viso, corpo e pistola, verso di me – me? – solo un attimo prima di sentire le pallottole bruciarmi la carne.
Il padre e il figlio, Landolfi e Arialdi, la badante amante, la maschera stessa di Pulcinella dagli incavi bucati e bui degli occhi, mi guardano, con l’aria di giudici, amareggiati ma sicuri della sentenza.
Ma io che c’entro?

Mi sveglio di soprassalto. Racconto, resoconto o resa dei conti?

Dott. Curiazio Mairone

Vice-Capo-Servizio di Igiene Mentale Territoriale