Il momento

© W. Blake, Nabucodonosor, 1795

1
Mi ritrovai in mezzo a una palude olivastra e buia. Camminando con l’acqua alle ginocchia, a fatica, avanzavo cercando un luogo asciutto in cui potermi fermare a riposare.
Alla mia sinistra un canneto dondolava con sincronia assecondando il volere del vento e più in là vedevo dei bagliori sollevarsi in cielo segnando una strana linea gialla e verde che, aprendosi orizzontalmente come nebbia e perdendo densità, ricadeva in basso dove non riuscivo a guardare.
Cercai di avvicinarmi. Districandomi a malapena tra le alte canne, percorrevo dolorosamente quella strada non tracciata. Passando tra un fusto e l’altro, perdevo un po’ qua e un po’ là pezzetti di stoffa dei pantaloni o del cotone della maglia.
Riuscito infine a venire fuori da quella serra di sbarre verticali verdi, mi ritrovai improvvisamente di fronte a un incredibile spettacolo. Sul fondo, cascate di acqua verde ricadevano in valli fiorite e boschetti. Gli alberi, tutti da frutto, erano carichi di mele, ciliegie, gelsi, noci di cocco, arance, mandorle, albicocche, pesche, banane e innumerevoli altre varietà. In alto, scorribande di aironi disegnavano traiettorie di acqua condensata in brina, la quale cadendo dava vita ad arcobaleni che si intrecciavano, riempiendo un cielo stellato e ricolmo di luce al tempo stesso, adornandolo di colori.
Preso dall’eccitazione per una tale visione di bellezza e soprannaturale serenità, iniziai a camminarvi incontro e presto, con l’acqua ancora alle ginocchia, mi ritrovai a correre con un sorriso perenne e beato. E correndo ridevo e ridevo, ridevo come non avessi bisogno d’altro che non ridere di ciò che stava accadendo. E mentre ridevo e correvo, l’acqua sempre immobile e scura iniziò a bagnarmi i fianchi. Perseverando nella corsa, con grande fatica mi avvicinavo sempre più a quel luogo. Sulla soglia, due angeli dalle ali bianche, inespressivi, mi indicavano di passarvi in mezzo. Era quello il punto in cui vi avrei fatto accesso.
A pochi metri ormai da loro, lacrime di felicità sgorgavano ribelli dalle mie palpebre, ricadendo sulla superficie delle acque ormai alla gola.
Finché giunsi sulla soglia. Meraviglioso incanto di beatitudine quel luogo, l’osservavo stupefatto dal fondo della palude dov’ero inghiottito, a pochi passi dalla meta.

2
Un ticchettio d’orologio, costantemente, mi rimbombava nelle orecchie come una pulsazione regolare. Alzati gli occhi da terra, una terra rossa e nera di carbone, vidi in cielo un grande orologio. Roteava le sue lancette che segnavano su simboli che non conoscevo. Una cornice di squame di serpente l’adornava ed essa mi fece una tale impressione che quasi rimasi incantato a guardarla. Ma non capivo cosa significasse. Spostai allora lo sguardo sull’orologio, cercando di coglierlo nella sua interezza per quanto fosse possibile, dato che era enorme.
Rimasi non so quanto tempo a fissarlo. Inizialmente non vi studiavo nulla in particolare. Poi iniziai a osservare la lancetta. Passò del tempo e cominciai a fare caso a dove la lancetta muovendosi si fermava. Analizzai quindi i simboli, uno per uno, e quando di tutti riuscii a comprenderne il significato passai alla cornice. Essa mi fu semplice da interpretare. Una volta capito l’orologio nella sua interezza potei distogliervi lo sguardo e ad andare oltre.
Una volta incamminatomi, mi resi conto d’essere circondato da una miriade di persone. A milioni mi stavano attorno come un enorme esercito disordinato che festeggiava nel campo una battaglia vinta la notte stessa. Notai subito che molti, tra uomini e donne, bevevano e schiamazzavano. Alcuni si picchiavano in un furore di urla e risse. Poi acquietatisi facevano l’amore e, terminato questo, prendevano a bere. Non erano esclusi dal tutto i bambini che, vestiti come adulti, non avevano lo sguardo della fanciullezza. Sparse, molte baracche, a pezzi o in fiamme, segnavano come fossero croci di un cimitero i campi distrutti o infecondi. Spesso gli uomini si erano raccolti in gruppetti e sparsi per la valle ferrosa e compatta dove si trovavano, si distribuivano tra geyser di fuoco ed esalazioni di fumo nero e debilitante, cercando di raccogliere genti come mandrie. Passando in rassegna a gruppi di migliaia, incatenavano chiunque non avesse la forza per opporsi e ne facevano ciò che volevano. Per alcuni il destino era quello d’essere sciolti in grandi pentole per farci sciroppi e pozioni che provocavano possessioni a chi vedevo berle, per altri erano pronte asce e, staccategli le teste, queste rotolavano fino a spaccature profonde nel terreno, sparendo per sempre. Altre teste venivano invece ripulite con lame e cucchiai e usate come contenitori o boccali. Altri gruppi armati incrociandosi si davano battaglia con assurda crudeltà.
Man mano che camminavo, un incredibile sgomento mi assaliva. Vedevo madri dall’aspetto demonico, barbute e coi capelli radi e lunghi, schiaffeggiare con una mano i propri figli e con l’altra accoglierli in un abbraccio. E nel braccio che li accoglieva, vedevo i figli con denti di squalo strappare pezzi di carne viva che ingoiavano intera. Nella folla distinguevo piccole ma numerose famiglie correre da tutte le parti in cerca di riparo. Stregoni dall’aria benevola, indossando camici bianchi da medico, propinavano farmaci a uomini a pezzi, privi di arti o squarciati da spade e lance. E questi uomini, bevuta la medicina, divenivano ebeti che, abbassatisi i pantaloni, urinavano oro. Quest’apparente caos era in realtà dispiegato da un misterioso ordine, sicché nessun gruppo riusciva a prevalere su un altro in modo definitivo e le sofferenze potevano proseguire infinitamente.
Tra la folla, dovunque mi guardassi, scorgevo all’orizzonte più o meno distante, creature enormi e muscolose che afferravano con mani artigliate le persone che ferite non riuscivano a fuggire. Afferrateli, gli incidevano con un grande artiglio il petto o la testa, bevendone una strana linfa che gli colava dalle aperture. E gli uomini attorno, vedendola, la chiamavano “ambrosia”.
L’orologio in alto intanto andava avanti. Finché a un tratto batté tre colpi e allora tutta la massa indefinita e incontenibile si arrestò di colpo perdendo ogni movimento o parola nell’osservarlo ipnotizzata. Fu allora che passandogli accanto capii che nessuno di essi mi percepiva più e potevo finalmente cercare un’uscita. Messomi a correre, arrivai fino a quella che mi parve l’unica costruzione presente in tutto l’immenso territorio coperto dalla valle. Essa era grande e scura. Di pietra nera e legno carbonizzato, aveva al suo ingresso molte orme di varia grandezza. Giuntovi all’interno, non c’erano scale ma solo una grande e immensa sala, dove vi trovai una quantità di armature. Tutte queste armature, di colori diversi, erano sporche di sangue, o macchiate d’ambrosia, o adornate di pelle umana e non solo. Disgustato dall’orribile fattezza di quelle armi, uscii da una piccola porta che scorgevo all’opposto da dove ero entrato. Non appena fui fuori, un grande silenzio mi accolse sulla soglia di un luogo diverso. Una montagna si sollevava dal suolo, non molto alta. In cima alla montagna, vedevo un trono su cui seduto stava un anziano dalle proporzioni gigantesche. Accanto a sé nessuno che gli facesse da servo. Senza dubbio era infatti un imperatore.
Fui invitato da questo a risalire la montagna con un gesto e mi incamminai. Lungo il cammino, però, fui incuriosito da ciò che mi circondava. Tanti specchi, infatti, erano posti chissà da quanti anni su quel tragitto e tutti impolverati se ne stavano in attesa di qualcuno che si specchiasse. L’anziano sovrano, vedendomi avanzare a rilento, mi fece segno di sveltire il mio passo. Ma, ricordandomi della lezione che avevo imparato prima, quando ero precipitato nella palude, mi volli soffermare un attimo per provare a ripulire uno di quegli specchi per vedermi. Lo afferrai e passandoci sopra la manica di cotone mi osservai riflesso. In quell’istante stesso caddi in un pozzo nero e in quel pozzo, alzando lo sguardo dal fondo in cui ero precipitato, vidi che davanti a me stava una splendida e lucente armatura bianca, colpita da un raggio di luce che filtrava dall’alto. L’armatura aveva una strana spada poggiata innanzi. Un’arma come non ne avevo mai viste e che sinceramente non saprei descrivervi, se non nel dirvi che era una via di mezzo tra una lancia, una sciabola e un flauto. Indossai l’armatura ed essa mi calzò alla perfezione. Era oltretutto leggera e non mi impediva alcun movimento. Dopo pochi istanti, le pareti attorno a me iniziarono a scuotersi e caddero fragorosamente. Non ebbi neanche il tempo di capire cosa stesse accadendo, che adesso stavo in un luogo meraviglioso, pieno di verde. Era il luogo che avevo visto al di là della palude. Alle mie spalle, i due angeli di allora, unitisi con altri, planavano verso di me sfoderando le spade. Di fronte, invece, altrettanti demoni, come quelli veduti nella valle di ferro e carbone, spiegavano ali sottili di pelle e impugnando dei forconi mi assaltavano. Sguainai la mia arma e muovendola in aria con colpi secchi riuscii a colpire da lontano entrambi i gruppi che si arrestavano terrorizzati. In breve i loro corpi iniziarono a dissolversi tra urla e smorfie di terrore. In quel frangente, mi assalì l’anziano gigante. Stringeva tra le mani un’arma identica alla mia! E mentre tentavo di difendermi, un angelo e un demone sopravvissuti all’attacco di prima mi si indirizzavano contro. Planavano a velocità incredibile e in poco tempo, svoltando da cime lontanissime, mi furono alle spalle. Ormai giunti, uno tentava di colpirmi con un fendente, l’altro d’infilzarmi. Con un gesto rapido riuscii a scansarmi ed essi finirono col colpirsi accidentalmente a vicenda. Caduti dal cielo come corpi inanimati, provocarono nel vecchio un grande timore, cosicché, rimasto solo, pensò bene di fuggire. Ma nel fuggire badando solo a guardarsi le spalle da me, che non avevo comunque avuto la prontezza di corrergli dietro, oltrepassò il valico che io stesso non avevo saputo oltrepassare, e cadde nella palude.
Scorgendolo dalla soglia di quel luogo, lo vidi in mezzo alla moltitudine, assalito e sbranato, nelle profonde e misteriose acque dove l’orologio a forma di serpente tiene il tempo all’infinito.

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