Il Presidente e il Comandante: Nitti, D’Annunzio e la questione fiumana

È stato scritto quasi cent’anni fa, nel 1921 per la precisione, ma sembra parlarci, dilacerata com’era, dell’Europa attuale. Con la differenza che allora non esisteva alcuna idea o progetto di Unione, si usciva dalla guerra e la preminenza degli interessi nazionali non era una finzione. Nitti parlava di un’Europa balcanizzata. “Ascoltando alcuni discorsi – diceva – e assistendo ad alcuni avvenimenti si ha la sensazione di essere a Belgrado o a Sarajevo”. Nato a Melfi in provincia di Potenza, era professore universitario, economista e uomo politico d’ispirazione radicale. All’estero veniva visto come il politico più assennato del quadriennio 1918-1922, per l’Italia pieno di contraddizioni. E Keynes lo riteneva un valido interlocutore.

Prima dell’Europa senza pace (pubblicato da goWare con un’introduzione di Giulio Sapelli – opera che fa parte di una trilogia sul Vecchio Continente) aveva scritto La ricchezza dell’Italia e Napoli e la questione meridionale; era stato ministro del penultimo governo di Giovanni Giolitti (1911-1914) e del governo di Vittorio Emanuele Orlando dopo la sconfitta di Caporetto; infine presidente del consiglio per un anno prima di essere sostituito nella carica dal revenant Giolitti, che nell’autunno del 1920 firmava con la Jugoslavia il Trattato di Rapallo – di “sincera amicizia e cordiali rapporti per il bene dei due popoli”. Quanto cioè non volevano D’Annunzio e i suoi legionari e sostenitori, che vedevano così vanificata l’impresa fiumana.

Al governo Francesco Saverio Nitti non restò con le mani in mano. In politica interna introdusse (sotto la pressione dei socialisti e dei cattolici) la proporzionale, costituì la Guardia Regia (poi soppressa da Mussolini) da affiancare ai carabinieri nella tutela dell’ordine pubblico, legalizzò l’occupazione delle terre incolte nel Mezzogiorno, presentò in parlamento una proposta per l’istituzione dell’INA (Istituto nazionale delle assicurazioni). Che fu approvata e divenne legge nel 1912 nonostante l’opposizione delle compagnie assicurative private e del liberista Luigi Einaudi. Prima della Grande Guerra vide approvato anche il suo piano per la costruzione di grandi centrali idroelettriche nella Sila e nel bacino del Tirso. Si trovò ad affrontare il grande problema del prezzo politico del pane, ormai difficilmente sostenibile di fronte al debito pubblico dello Stato le cui spese superavano più di tre volte le entrate. In politica estera rifiutò di partecipare alla spedizione franco-inglese contro la Russia sovietica gettando le basi per il riconoscimento del regime bolscevico e condannò l’avventura fiumana definendola la “follia di un vanesio”. Ma per i legionari di D’Annunzio e per quanti credevano in quell’impresa fu soltanto il presidente “Cagoia”, appellativo che vuol dire pavido, incapace di prendere quelle decisioni che i sostenitori del Vate si aspettavano.

Lo sfacelo dell’Europa Nitti lo vede già in quel corollario ai disastri della Grande guerra che fu il Trattato di Versailles, nei suoi presupposti per un secondo conflitto. “Il sentimento nazionale, trasformato in nazionalismo – scriveva – mira alla depressione di altri popoli…Se negli altri paesi è un delitto, in Italia è una stupidità”. Conosceva la realtà (storica, politica e sociale) di ogni singolo stato; riteneva una follia aver dilapidato con la Prima guerra mondiale quel grande patrimonio di pace e di ricchezza europea conquistato in cinquant’anni. Vedere il commercio tedesco come un’arma e temerne ovunque la penetrazione, elevare barriere doganali tutti i giorni erano per lui forme di protezionismo bestiale imposto dai ceti industriali. Aveva scritto queste e altre cose con uno stile godibile non solo in L’Europa senza pace che ci viene, dopo tanto tempo, riproposta nella sua mai perduta attualità; ma anche nelle altre due della trilogia: La decadenza dell’Europa e La tragedia dell’Europa; e nell’intera sua opera che spazia da L’emigrazione italiana e i suoi avversari (1888 – dedicata al suo corregionale e maestro Giustino Fortunato) a Meditazioni e ricordi (1953). Sarcastico nei giudizi, Nitti era in fondo più giornalista che politico.

Tra i suoi insuccessi ve ne fu uno che può benissimo condividere con Giolitti: quello di non essere riuscito ad affrontare la crisi italiana del dopoguerra e aver favorito così l’avvento di Mussolini al potere. Come nota Sergio Romano, il suo miglior pregio – governare l’Italia “come uomo di cultura, pronto a raccomandare più che a comandare” – si rivelò invece un limite in quel turbolento momento della storia patria in cui soprattutto i ceti conservatori e borghesi erano attirati dalle sirene di Mussolini e di D’Annunzio e vedevano in lui un politico sensibile alle rivendicazioni delle classi popolari e dalla mano debole nel fermare scioperi e proteste. Proprio nella vicenda di Fiume, Nitti non seppe “conformare gli atti alle parole” di condanna e non fece nulla per spegnerla. Forse una mano potevano dargliela i socialistiche pur ne avevano apprezzato il progetto riformatore e meridionalista. Ma nel momento decisivo, quando cioè Nitti più ne aveva bisogno, si misero invece a inseguire ideali ancora più radicali e velleitari. I socialisti non solo rifiutarono di collaborare con lui ma anche con i successivi governi di Giolitti e di Bonomi. Un comportamento che rese inevitabile la vittoria del fascismo.

Fu soprattutto l’occupazione di Fiume da parte di D’Annunzio a segnare la breve durata del suo ministero. Anzi, dei suoi tre ministeri in un anno. Contraddistinti per otto mesi dallo scontro, in verità non sempre deciso, tra il Presidente e il Poeta guerriero. Quest’ultimo faceva leva sui risentimenti di molti reduci, sulle rivendicazioni dei nazionalisti, l’insoddisfazione degli alti ufficiali dell’esercito che non gradivano la prospettiva di essere messi a riposo.

Nella sostanza l’occupazione di Fiume altro non fu che una violazione degli accordi internazionali. L’istrionico comandante D’Annunzio – indebitato, orbo di un occhio e prossimo ai sessant’anni – aveva ancora bisogno di un palcoscenico su cui “andare verso la vita”, da cui trarre profitti e parlare al mondo: la questione fiumana gliel’offriva. Marinetti corse ad esaltarne l’impresa con un’ondata di euforia futurista. Sollevato dalla folla che gridava “Eia, eia, alalà!” e inneggiava alla Dalmazia italiana, disse di non aver “mai sognato un così rosso vulcano di eroismo”. Nel periodo di permanenza a Fiume, il poeta della “guerra sola igiene del mondo” mise in guardia D’Annunzio dai monarchici passatisti e dalle spie nittiane che lo circondavano. Certamente non fu necessario metterlo in guardia dall’ammiraglio Millo, governatore della Dalmazia, che si era impegnato(pubblicamente) a sostenere, come altri disertori, la causa dannunziana della vittoria mutilata.

L’occupazione di Fiume durò sedici mesi. A porvi fine fu l’ordine di fare sul serio, e dunque di sparare, dato al generale Caviglia da Giolitti che intanto era succeduto a Nitti. Alcuni storici la considerano come l’anticamera del fascismo. Altri ne sottovalutano l’importanza. Come non le diedero peso, a suo tempo, gli alleati dell’Italia in sede di trattativa diplomatica. Ciò che impedì a Nitti di licenziare Millo e di usare le maniere forti con D’Annunzio fu la segreta ma alla fine vana speranza che, finché durava, quell’occupazione poteva cambiare la posizione internazionale nei confronti delle rivendicazioni italiane. Sia con D’Annunzio che con Mussolini non ruppe mai del tutto i contatti fino al 1924, quando fu uno dei primi a espatriare per motivi politici. Informò l’uno e l’altro, prima della marcia su Roma, che sarebbe stato disposto ad assumersi l’onere del governo, in quel momento “calice avvelenato” per ogni vecchio liberale, a condizione che il parlamento approvasse il suo programma di riforme. Poi, nell’aprile del 1923, pur non appoggiando Mussolini, affermò che bisognava metterlo alla prova del governo senza ostacolarlo. Un atteggiamento politico che non lo salverà successivamente dagli attacchi fascisti e dall’esilio in Svizzera e poi in Francia. Nel 1943 venne arrestato dalla Gestapo e condotto in Austria dove scrisse Meditazioni dell’esilio. Rientrò in Italia alla fine della guerra e si dedicò ancora attivamente alla politica italiana sino alla morte (febbraio del 1953).

Nitti diceva di essere italiano ed europeo. Lavorando per l’unione europea lavorava per la grandezza del proprio paese. Il Mezzogiorno d’Italia fu al centro dei suoi studi come della sua attività politica. Pur non risparmiando critiche alla classe politica meridionale, più incline ai partiti che all’efficienza delle amministrazioni locali, non poté non contestare che l’unità d’Italia aveva favorito maggiormente lo sviluppo (soprattutto industriale e finanziario) del nord che quello del sud. Privato per di più della sua ricchezza monetaria, dei suoi beni ecclesiastici e demaniali e costretto a fare i conti con la miseria delle campagne, con il duro lavoro dei braccianti. Ragioni che li costringevano a emigrare se non volevano diventare briganti. Quanto agli impieghi pubblici, “furono quasi invasi dagli abitanti di una sola zona” scrive nell’Italia all’alba del XX secolo.

Del suo avversario Gabriele D’Annunzio, Nitti lascia un efficacissimo ritratto nell’ultima opera: Meditazioni e ricordi. Raramente il poeta diceva quel che pensava o pensava quel che diceva, ma aveva una grande capacità di lavoro. Nitti non ne apprezzava la morale né la serietà, ma commise l’altro errore di ritenerlo un uomo coraggioso disposto piuttosto a farsi ammazzare che a recedere di un millimetro sull’annessione di Fiume all’Italia.Anche per questo, al contrario del proprio successore al governo, si trattenne dall’usare contro il Comandante le maniere forti. D’Annunzio invece scappò al primo colpo di cannone sparato dagli assalitori, senza far onore a se stesso e dimostrando di trattare Fiume come le sue amanti. Che “abbandonava dopo averle sfruttate ed esaurite”.

Gaetano Cellura