Il mito etrusco nell’arte moderna e contemporanea – Tratto dall’intervista a Martina Corgnati

“Il mito etrusco nell’arte moderna e contemporanea: il tema della vita e della morte di un popolo cancellato culturalmente dall’imperialismo romano”

Tratto dall’intervista alla storica dell’arte Martina Corgnati

In questo articolo ripercorreremo un aspetto legato ad un popolo del passato che ci ha lasciato un’eredità non ancora del tutto scoperta, aldilà dei reperti ritrovati: l’arte etrusca.

Da un’intervista gentilmente concessami dalla critica d’arte milanese Martina Corgnati si evince un quadro completo sulla passione per l’arte etrusca sviluppatasi nel passato a seguito della scoperta dei primi reperti, fino al ritrovamento dell’Apollo di Veio, a suo dire, “ancora appiccicaticcio” da Giulio Quirino Giglioli.

Da questa analisi vediamo come un’ombra del mito creato dalle opere dell’arte etrusca abbia coperto con il suo lungo manto l’arte di epoche successive fino all’arte contemporanea.

Questa influenza ci viene illustrata nell’opera “L’ombra lunga degli etruschi. Echi e suggestioni nell’arte del Novecento” Johan & Levi editore, dove vengono citati tra le file degli artisti affascinati dal mistero etrusco figure che vanno da personalità del calibro di Degas a Pinot Gallizio.

Passando in rassegna da artisti come André Derain, ci viene mostrato il momento chiave della nascita del primitivismo a Parigi, come uno sguardo aperto su mondi anticlassici, come per Matisse e Vlaminck nel fu la scoperta dell’art nègre.

Derain, scrivendo all’amico dopo la visita a Parigi, cita già l’arte etrusca come anticlassica, delle arti primitive alla stregua dell’arte iberica di Picasso, origini anticlassiche che lo porteranno al ritratto di Getrude Stein. Derain continuò a operare in questo stile anticlassico in alcune teste di piccole dimensioni e nel proprio lavoro teatrale sconosciuto.

Arrivando a Pinot Gallizio, artista straordinario, scomparso nel 1964 pochi mesi prima che si inaugurasse alla Biennale di Venezia la sua personale presentata da Maurizio Calvesi e di cui la professoressa Corgnati ha curato varie mostre e cataloghi.

Gallizio, farmacista del Piemonte e studioso di chimica, che appassionatosi della capacità alchemica della ceramica e incontri con vari artisti dell’internazionale Situazionista, separatosi nel 1961, ormai affermato dopo le mostre parigine “lavorava in serie, in un immaginario liberissimo, dedicandosi alle notti e prima ancora all’ipotenusa come una storia di liberazione dei cateti in veste di pretendenti che inseguono l’ipotenusa, liberata da Pitagora”.

Appassionato delle culture dei Liguri, della mostra etrusca curata da Massimo Pallottino, allestita a Palazzo Reale di Milano realizza il ciclo delle notti che ha un legame con la notte dell’umanità, della prenascita, una tela “libera della festa della vita etrusca che evoca il dripping, la via lattea in una notte limpida senza nubi, infatti uno dei tre lavori delle notti usa il dripping con la calce liquida per dare idea di una festa della notte, della vita”.

La professoressa ci informa che il tema della “Notte” è molto caro all’artista, che infatti dedica più volte il suo lavoro come la Notte Barbara, Notte dei Liguri e Notte Cieca, quest’ultima eseguita bendato per non farsi controllare dalla razionalità.

Se da un lato parliamo della bellezza del repertorio etrusco, una nota dolente va al problema della violazione di molte tombe etrusche a causa della passione di collezionisti senza scrupoli che distruggono il contesto delle opere, importante per la leggibilità della storia dell’arte.

Come risposta a tali scempi storici interviene la tutela del patrimonio italiano e i musei, in merito la storica dell’arte ci annuncia la nascita futura di un museo etrusco a Milano per preservare la conoscenza e bellezza dell’opera etrusca.

A seguito di una mia richiesta di riflessione sull’aspetto mortuario dell’arte etrusca, la critica ci racconta del “Giardino chiuso” di Mimmo Paladino, con una figura giacente/dormiente, un personaggio che mostra il tema della morte, vita, barca e attraversamento, delle serie di dipinti intitolati “L’etrusco”, modi per ridefinire un spazio operativo e formale, senza tradire se stesso e il proprio linguaggio, “per mostrare uno spazio strettamente classico come quello del cavaliere”.

Riflettendo sul tema del cavaliere, tema comune nel tempo, l’esperta ci spiega la scelta del cavaliere etrusco della copertina del testo dipinto accettando la mia richiesta di confronto con l’opera dell’artista Marino Marino “Angelo della città”, esposta al Museo Guggenheim di Venezia, ricordandoci che sono “immagini che guardano indietro ad un mondo etruscheggiante al quale Marino Marini attinge come linfa vitale”.

Si tratta di un popolo che è stato estromesso culturalmente, nel testo si usa l’espressione “gli etruschi vengono bocciati senza appello”, riferendosi ad alcuni esperti del mondo dell’arte, nonostante l’intento divulgativo della mostra di Pallottini avesse cercato di comunicare le tematiche etrusche.

La professoressa ci racconta la reazione molto forte in Francia dell’arte non accademica, in quanto “il mondo che prepara l’arte anti accademia si nutre di forme anti- classiche, come esigenza primaria degli artisti che porta ad una ricerca di qualcosa che non sia classico perché nel classico è riconosciuto il paradigma di una formazione dell’arte che va a concludersi nelle accademie”.

Ricordandoci che persino Degas, “conservatore dei valori autentici, va alla ricerca di passaggi che non siano la norma grecizzante”, durante le visite al museo, come Picasso guardava “quelle forme che sono diverse dalla norma classicheggiante”.

“Il momento etrusco, del mito etrusco, si inserisce in questa ricerca che domina le avanguardie, cioè il momento in cui per gli etruschi vi è un estremo interesse che va dai collezionisti all’architettura dell’etruscan style, del tuscanico affermatosi già il 1500, all’eclettismo inglese, dalle aste al British Museum che acquista opere etrusche del 1700 e 1800”, tuttavia sottolinea che non c’è ancora una vera “rivoluzione delle forme”.

L’artista cambia ispirazione in continuazione come una linfa vitale che la professoressa definisce “sguardo”, “lo sguardo all’etrusco nasce da una scoperta identitaria tutta italiana degli artisti italiani”, citando le terre refrattarie di Marino Marini di Vado ligure e la relazione con la mostra di Villa Giulia agli scavi e il ritrovamento dell’Apollo di Veio, rinvenuto da Quirino Giglioli nel 1916, prima del suo restauro definitivo, insieme alle statue che ornavano il tempo di Veio.

Partendo da una frase di De Micheli sul “Il Grande Grido. Ultima stagione di Marino Marini” sul tema della tragedia e della morte delle opere etrusche, presente anche nella cinematografia e alla tipologia dei ritrovamenti strettamente legati alla necropoli si invita alla riflessione sulla chiave di lettura delle opere di questo mito.

La professoressa, riferendosi alla citazione relativa al marino marini degli anni 20 richiama alla nostra mente l’invenzione della bomba atomica che porta molti artisti a riflettere sul potere distruttivo dell’arma e citando la frase “La nostra responsabilità per la natura”, di alcuni ecologisti militanti degli anni settanta, ricorda come molte opere d’arte di quel periodo esprimano il panico verso il futuro.

Ripercorrendo una disanima sull’animo umano, “un animale aggressivo come essere umano, per sua natura come essere antropomorfo, manca dell’uso degli inibitori interni”, ci ricorda che alcuni di quegli artisti avevano vissuto la guerra.

Il tema della morte e della catastrofe collettiva ritorna come oggi la nostra società affronta il problema dell’epidemia, malessere già vissuto nella storia.

Ci mostra come gli etruschi “vengono fatti sparire, dalla civiltà vincitrice romana, da un mondo imperialista di conquistatori che costringere gli etruschi a perdere la loro identità di popolo”.

Citando l’opera dell’Arringatore di Firenze, ripresa da Pistoletto nell’etrusco allo specchio, non appare più nulla di etrusco che non sia un imperatore romano, scompare culturalmente il mito etrusco.

Continuando la riflessione sul mito etrusco legato alla morte, si passa dal mondo cinematografico a letterario per questa epurazione culturale del mondo etrusco che rievoca perfettamente la tematica della shoah ebrea.

La professoressa ci ricorda come l’interesse da parte ebraica è forte, citando il film del 1970 “Il giardino dei Finzi Contini”, film di Vittorio De Sica tratto dal romanzo omonimo di Giorgio Bassani del 1962, ambientato nella necropoli etrusca di Cerveteri, dove si crea un parallelo tra le tombe etrusche e il cimitero ebraico di Ferrara.

Nonostante per gli Etruschi non si tratti di deportazione, la cancellazione culturale da parte romana è forte, che rievoca in me un concetto di “damnatio memoriae” culturale.

Un contraltare al tema della morte è invece “il senso della vita” dipinto negli affreschi tombali, dalle feste, alle scene di sesso espresso con forza fisica, danze e giochi, in una libertà di passaggio e joie de vivre, che non ha nulla a che vedere con il moralismo classico repubblicano romano”.

Al contrario gli artisti contemporanei si innamorano della vita e del sorriso, ad esempio la professoressa cita un artista che si innamora dell’aspetto vitalista della donna etrusca che è Massimo Campigli che in un suo scritto intitolato “Scrupoli” si innamora di quel sorriso etrusco “aperto all’eternità, così conturbante anche per Martini che lo definisce sprazzo di eternità che cercherà spesso di imitare per non soffocare”.

Riferendosi alla valenza estetica, la professoressa ci ricorda che un grande artista come Martini non copia perché “per un grande artista non c’è imitazione, c’è suggestione, passione, non copia, … al punto tale che un artista come Mimmo Paladino si innamora del mondo etrusco attraverso Martini, pur venendo da una terra apparentemente diversa da quella etrusca”.

Alla stessa stregua di Mimmo Paladino, noi ci siamo innamorati del mondo etrusco attraverso questa dettagliata disamina del tema etrusco nelle opere di artisti contemporanei, guidati dallo sguardo attento e appassionato di un grande critica d’arte italiana.

Ombretta Di Bella

L’INTERVISTA:

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