Il Joyce italiano ripara bambole

Antonio Pizzuto, palermitano morto a Roma nel 1976, appartiene al novero di quegli autori che hanno molto innovato nel loro tempo, destando l’interesse della critica più avveduta e che oggi giacciono dimenticati; fu molto apprezzato da Cesare Brandi e da Gianfranco Contini, che lo considerarono un punto alto dell’avanguardia letteraria. In particolar modo, col secondo strinse un’intensa e fraterna amicizia : così Gianfranco Contini nello straziante elogio funebre apparso sulla «Repubblica» il 26 novembre 1976, a tre giorni dalla fine del grande prosatore palermitano: “[…] nel momento della sua morte io penso all’amico, all’uomo sobrio, modestamente vissuto nella sua solitudine troppo ascetica per essere chiamata piccolo-borghese, fuori d’ogni società letteraria, in una non illustre periferia romana dove, praticamente prigioniero delle gravi fratture di alcuni incidenti, dell’artrosi e soprattutto dell’agorafobia, spiava il primo allungarsi delle ombre il 21 di giugno e con ansia attendeva che si accorciassero, tornassero alla vita, per Natale. Perché Pizzuto era un grande amatore della vita, quest’uomo eccessivo nel riso, eccessivo nel pianto, eccessivo nell’amore, eccessivo nell’amicizia. Era un mio amico. Consentitemi di non dire altro.”

Cominciò a scrivere molto tardi, una volta andato in pensione dall’incarico che ricopriva di Questore. In realtà, questo autore che leggeva Platone nell’originale e che, come scrive Contini, era “munito di una cultura classica e filosofica in più lingue d’inaudita vastità”, è oggi molto trascurato e rischia di finire tra i dimenticati, se lo lasceremo un po’ alla volta allontanare da noi. Il titolo del suo romanzo forse più celebre“si riparano bambole”, come una volta ha spiegato Antonino Buttitta, fa venire in mente l’ insegna di una vecchia bottega palermitana: “Si riparano bambole e si vendono anche”, e funge da rimando quasi crepuscolare all’ infanzia dello stesso autore, che ha impastato Pofi con materia autobiografica. Storia che comincia a snodarsi dai primi anni del secolo scorso, negli interni gozzaniani, viene da sospettare, di una agiata famiglia borghese, dominata dalla figura del nonno di Pofi, brillante avvocato, e dove si muovono pure madre e padre del protagonista: l’una che se ne sta al riparo, in un mondo tutto suo, l’altro inadeguato alla vita, dominato dalla figura del suocero; sullo sfondo di una Sicilia diafana e evanescente, l’ Isola del primo conflitto mondiale. Così quella che potrebbe diventare una specie di saga famigliare, di stantia epopea borghese, invece si fa una sorta di ironica (memorabile, a questo proposito, la prima pagina, nella quale Pizzuto da par suo spiega cosa sia il pettegolezzo tipicamente siculo) e parodica carrellata di volti e luoghi, di età della vita (sino a una vecchiaia che è insieme sconfitta e liberazione), in un perfetto montaggio onirico. A fare da nume tutelare, si sospetta, oltre a Proust, Savinio: ne viene fuori una sorta di mostruoso ibrido, mascherato di Ottocento, e però raccontato con scrittura novecentesca. Si assiste del resto a uno strano miracolo, leggendo le avventure di Pofi: prende corpo un misterioso realismo. Sembra tutto vero, è tutto vero: ma nello stesso tempo, per uno strano sortilegio, tutto diventa finto, come malignamente cristallizzato. Nella prima parte del romanzo , alla maniera di Proust, Pizzuto non ha fretta nel raccontare, si prende tutto il tempo che comporta una osservazione minuziosa, attenta a cogliere le sfumature e le vibrazioni di un ambiente.  Le figure umane sembrano toccate da un occhio che deve ancora continuare ad allungare lo sguardo su tante altre cose, nessuna inutile, ma tutte tali da segnare un momento singolare ed irrepetibile della realtà: “Il letto dei nonni sempre rifatto meticolosamente, fino alla levigatezza assoluta, era intangibile. […] Nessuno vide mai occupato quel letto da dormienti. Era come se i nonni passassero la  notte seduti nelle rispettive poltroncine a pie’ di esso, una gamba sull’altra, attenti per non smuovere i tappetini, gli sguardi sui due crocefissi al barlume della fiammella assetata e pavida.” Vi è un’eco delle atmosfere che si respirano ne “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, uscito appena due anni prima, il 1958, che si percepisce nitidamente sin dal secondo capitolo, allorché la famiglia di Pofi si sposta a Erice nella residenza estiva e l’autore descrive il “circolo dei civili”, dove si svolge la partita a carte dei “quattro gran giocatori” o il pranzo con alcuni ufficiali di un distaccamento militare ospiti della famiglia, o le riviste e le esercitazioni militari. La cugina di Pofi, Cotilù, è una ragazzina che già amoreggia con più di un ragazzo, e il padre, “lo zio Titta”, fatica a tenerla al guinzaglio; Pofi, più piccolo di lei, le fa da messaggero d’amore. Scrittura rapsodica, ma secca, asciutta, si avvale di una libertà espressiva che, sia pure vigilata e accurata, nasce da quella spontaneità creativa che appartiene all’autentico narratore. Lo stesso Pofi, il ragazzino protagonista, con il suo intrufolarsi, avvinto com’è da una irrequieta curiosità, rappresenta più un’idea di conoscenza che una figura umana. Un po’, anche, come il Pinocchio di Collodi. Così pure il rapporto idealizzato da Pofi con la compagna di scuola Camilla, una delle sue prime fiamme, miope e bruttina, ma “Per lui, per lui, ella era invece tutto.” non richiama, in qualche modo, alla mente l’analogo rapporto tra Don Chisciotte e Dulcinea, anch’essa vista come musa ispiratrice, benché niente affatto bella? Non è un caso che un altro personaggio richiami alla memoria il protagonista del capolavoro di Cervantes, ed è quell’innominato “dottore” filosofo e conferenziere (dalle “risposte svolazzanti”), che compare a metà del romanzo, nel capitolo che registra il neologismo “gàrdenpàti” (così come qualche passo prima avevamo incontrato l’altro neologismo “fubol” e qualche capitolo più avanti, incontreremo “sloga” e poi “maunten”, “Neva”, “pentiure”, “fingherprinti”, “meibì”, “brecfst”, un po’ alla maniera di Beppe Fenoglio), personaggio sempre assorto nei libri e che la penna di Pizzuto si diverte affettuosamente a sbertucciare come sottoprodotto di un affanno tra i libri che allontana inesorabilmente dalla realtà, come accade giustappunto a Don Chisciotte. La scrittura di Pizzuto, ingioiellata da espressioni latine e greche, nonché francesi e inglesi, ogni tanto sembra volerci sorprendere, mettendosi a correre, quasi a rispondere ad un incalzante e diverso impulso interiore che la sospinga giù per una cascata, dove le parole si trasformano in un fiume d’acqua che sussulta e schiuma. La domestica Francesca, che ha un dente solo, l’avvocato che lavora nell’ufficio davanti casa e all’ora di uscire si affaccia e dà l’avviso alla moglie che corre a calare la pasta, Checchina che da ferma si addormenta e stramazza al suolo, l’automobile che è messa in moto girando la manovella, i due morelli che vengono attaccati alla carrozza, si dipanano quali oggetti e figure costretti dal vortice della corrente a rigirarsi e capovolgersi per assecondare il ritmo furioso  di un’architettura fantastica e portentosa che fa pensare al Gaudì della “Sagrada Familia”. A questo prestigioso risultato la scrittura mira palesemente: non a lasciare, ossia, memoria dei personaggi, che anzi vi sfumano, meglio ancora, vi appaiono anch’essi come fuggitivi (“frettolose figure”), bensì a rendere il senso di un passaggio veloce e fragoroso delle stagioni della vita. L’originalità di questo autore non sta solo nella scrittura. Alcune immagini offrono la misura di una spontaneità radiosa quanto eclettica: si guardi all’attricetta che “Aveva bistro alle palpebre, sedeva e parlava mollemente” e “Odorava di gelsomini gardenie iris gaggia.” Quando uscì “si riparano bambole”, va ricordato, a gridare al miracolo, tra gli altri, furono Eugenio Montale e Giorgio Caproni: «È un libro che merita di essere letto e raccomandato, tanto acuto è lo sguardo di Pizzuto», scrisse il primo; «una vera e propria rivelazione» chiosò il secondo. Al tripudio della critica (andrebbero pure ricordati, tra gli altri, Jacobbi, Baldacci, Bo), non corrispose mai quello del pubblico. Qualsiasi commento sarebbe superfluo.

Diversamente dai suoi colleghi, gratificati da ricchi supplementi remunerativi e fulminei avanzamenti di carriera, egli uscì dalla guerra, dopo ventisette anni di servizio, col grado di semplice commissario e condusse fino all’ultimo respiro una vita «afflitta, modesta, appena vicaria, ed in tristezza», inoltrando continue, mai soddisfatte richieste di sussidio a enti e istituzioni. Questa è l’istanza che egli indirizzò all’Accademia dei Lincei il 7 ottobre 1971: Il sottoscritto Antonio Pizzuto, settantottenne, autore di noti libri, osa chiedere gli sia concesso un premio che possa aiutarlo a continuare il proprio lavoro senza gli affanni finanziari onde ne è turbata la serenità e possibilità: egli vive di una pensione mensile ammontante a sole 218.295 lire, da queste esclusivamente dovendo mantenere la propria famiglia. Col massimo rispetto.

 

Pizzuto_con_De_Mauro_e_a_Lessico_e_Stile[1] senza modifica

 

 

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