Il contadino gentiluomo

 

– Zio, domattina vengo con te! Aspettami!

Luisa conosceva bene la puntualità dello zio Giuseppe e sapeva che, se l’avesse aspettata a causa di un breve ritardo, si sarebbe indispettito un po’, pur senza incrinare la sua compostezza sabauda.
Era molto abitudinario, lo zio Giuseppe, a tal punto che i suoi familiari si servivano del suo tempo ben scandito per regolare il proprio. Lo zio Giuseppe stava bevendo il caffè? Erano le 7.30. Stava scolando la pasta – quasi sempre spaghetti -? Le campane della chiesa suonavano le 13.00. Cercava la sua frequenza preferita alla radio? Mancavano cinque minuti alle 15.00.
Era lunedì mattina? Il contadino. Lo zio Giuseppe aveva appuntamento con il contadino.

Quel lunedì Luisa si unì al cerimoniale settimanale dello zio. Aveva bisogno di rimpinguare il frigorifero di frutta e verdura, in vista dell’arrivo dei suoi genitori che si sarebbero fermati per tutta l’estate.
Lo aveva avvisato già la sera precedente, in modo tale da avere un margine di ritardo – pochi minuti, s’intende – e non rimanere a piedi.

Il tempo di percorrenza in macchina era molto breve, reso ancor più breve dall’ora mattutina privata del traffico congestionante che si sarebbe scatenato di lì a poco.
A Luisa piaceva uscire all’alba con suo zio, la tranquillità delle strade e del mare, unita a una musica classica di sottofondo che sussurrava dalla radio accesa, facilitava le confidenze tra zio e nipote e le frasi potevano concludersi pacificamente, senza venire interrotte dall’incivile di turno che attraversava all’ultimo momento o che aveva parcheggiato l’auto malamente, impedendo la viabilità. Luisa si ricordò dei suoi studi all’università, di uno in particolare, quello sui poemi cavallereschi: esercito cristiano ed esercito mussulmano si facevano la guerra di giorno, per poi raccogliere i reciproci morti la notte, come se la notte, e il silenzio, annullassero le ostilità e il rischio di un giudizio fuorviante. Ecco: Luisa sentiva che suo zio Giuseppe, da solo con lei in auto, alle prime luci dell’alba, fosse più propenso alla confidenza, svelasse una parte di sé profonda che, poco dopo, puntualmente, avrebbe invece celato con pudore granitico.

– Speriamo di trovare qualcosa
– Che vuoi dire, zio?
– Voglio dire che il contadino arriva di buon’ora e già dopo pochi minuti ha venduto tutto.
– Ma così presto?
– Sì, così presto.

E si strinse sotto l’ascella il suo marsupio in finta pelle. Con gli anni lo zio era passato dal borsello in pellame fine e ricercato, con chiusura in fibbia di ottone e un odore di cuoio che non lasciava dubbi sulla sua autenticità, a un più volgare – e copiato varie volte – marsupio fasullo venduto ai margini di un incrocio in attesa dello scatto del rosso. A Luisa questo cambio di eleganza dispiacque molto, ma non lo diede mai a vedere, non avrebbe mai potuto ferire lo zio Giuseppe, che comunque riusciva a compensare questa caduta di buon gusto con un portamento sempre elegante.

Il quartiere si trovava in una periferia malmessa del paese, dai caseggiati grigi e spertusati per lavori abbandonati a metà. Parcheggiarono a poca distanza dall’Ape Piaggio gialla e arrugginita. I primi bancarellieri imbonitori erano già lì.

– Buongiorno don Nino! Che abbiamo oggi?
– Buongiorno sig. Giuseppe! Ma lei doveva dirmelo, che veniva…
– Non mi dica che ha già venduto tutto, eh!?
– Tutto tutto no, ma io lo so che cosa vuole lei… E quello che vuole lei io non ce l’ ho più. Sa che c’era qui, cinque minuti fa? La fila!

Don Nino era un signore di non più verdi anni, vissuti sotto il sole delle vigne e degli agrumeti di proprietà. Tutto questo aveva lasciato il segno su mani indurite e dalle unghie orlate di terra, e su di un viso accartocciato tra rughe che permanevano anche quando l’espressione voleva essere lieve.
Gli occhi annegavano in orbite asciutte come pozzi aridi, il corpo era magro, una corta pennellata verticale che nel punto più alto andava chinandosi in avanti e costringeva il capo, per contrappeso, a uno sforzo eretto innaturale. Le dita, sebbene stanche, riuscivano ancora ad afferrare con decisione gli ortaggi e a posizionarli sull’unico piatto dell’ antica bilancia in rame.
Sembrava un uomo dai sentimenti quieti, o forse si erano acquietati con l’età e le fatiche.
Luisa s’incantava a osservarlo, cercava di immaginarlo chino sulla sua terra, con gli abiti sporchi da lavoro, il sudore imperlato sulla fronte e lungo la colonna vertebrale. Le risultava difficile questo sforzo di immaginazione, perché a guardarlo ora, il lunedì all’alba, accanto ai suoi ortaggi ben disposti nelle cassette impilate, si presentava vestito d’un pantalone scuro dallo stiro perfetto, d’una camicia grigia di – forse misto – cotone col colletto ben inamidato e calzava un paio di mocassini neri dalla forma ormai irregolare e ripetutamente lucidati. Indumenti vetusti che però tradivano una certa cura e ritualità nel riporli, le stesse da chissà quanti anni. Un abbigliamento che ce la metteva tutta ad abbellire la magrezza, e nell’insieme la figura ne usciva decorosa e di indubbio rispetto.
Lo sguardo di Luisa cadde sul polso – stranamente sottile -: un orologio di buona fattura gli cingeva la pelle e le vene in rilievo, scivolando con il quadrante verso l’interno per via dell’eccessiva magrezza. Sarà nato di sicuro prima della guerra e sarà nato già con indosso il mestiere di contadino, pensò Luisa, un mestiere indispensabile per affrontare le tribolazioni del mondo dopo un conflitto.

– Quanti ne vuole, signorina?

Toccava a lei, finalmente. Suo zio Giuseppe aveva fatto man bassa di quasi tutta la merce rimasta, a lei non restavano che qualche pesca e due-tre ciuffi di insalata. Comunque, poco cambiava: sarebbe scesa al piano di sotto la sera stessa, da suo zio Giuseppe, e avrebbe saccheggiato il frigorifero di ciò che la mattina non era riuscita ad accaparrarsi. Il vantaggio di vivere tutti nello stesso stabile consisteva in questo non rimanere mai senza qualcosa, e anche se non si cercava un qualcosa, ci si cercava comunque.
Don Nino aprì la portiera dell’Ape Piaggio e tirò fuori una busta di pomodori.

– E questi?
– Questi li ho conservati. Mi dispiace dire di no agli altri, così li ho nascosti.
– Allora me li prendo!

Lo zio Giuseppe accennò un sorriso bonario, mentre riponeva le sue buste in macchina, e cedette a sua nipote il privilegio dei pomodori.
Don Nino dimostrava una generosità equidistante con i suoi clienti, faceva del suo meglio affinché ognuno di essi tornasse a casa con quanto desiderato. Se l’afflusso di gente si rivelava inaspettato e concentrato nei primi minuti di vendita, cercava di conservare qualcosa negli istanti precedenti, nascondendo frettolosamente sotto i sedili. E questa volta l’atto di generosità era toccato a Luisa.
– Fai una buona scorta, che la prossima settimana e per tutto il mese di luglio don Nino non ci sarà- precisò lo zio.
– E dove andrà? – chiese Luisa, forse con un tono un po’ troppo impertinente.
– Alle terme – aggiunse lo stesso don Nino.

Luisa arrestò la sua manovra di scelta dei pomodori migliori. Nei primi cinque secondi credette che don Nino fosse dotato di un’inaspettata e gradita ironia. Alzò lo sguardo verso di lui e scoprì invece che non sorrideva, l’espressione restava seria e tradiva una certa smania per questo evento prossimo a venire.
Guardandosi bene dall’apparire eccessivamente curiosa, continuò:

– Ah, andrà alle terme! Qui vicino ce ne sono? Non lo sapevo.
– No, no… Non ce ne sono. Vado in alta Italia, e con mia moglie. Certo, mica posso trascurare mia moglie, io…

Nella risposta di don Nino l’attenzione si era focalizzata non sul luogo di destinazione, bensì sulla cura con la quale riferiva della moglie. E non capiva perché, ma dalla prosodia delle sue parole Luisa aveva intuito che quella frequentazione delle terme in alta Italia era un rituale rispettato ogni anno, qualsiasi fossero stati gli affari di vendita dell’ortofrutta.

– Sa, signorina, devo pensare alla mia salute, ho accumulato tanto stress, tanta fatica. Lì mi fanno i massaggi, anche…

Alla parola massaggi, Luisa posò il suo sguardo in rapidissima panoramica sul corpo di don Nino: un corpo così magro e ossuto, dal ventre incavato nella parte superiore e prominente verso il basso in una sorta di slancio di rivincita, sarebbe mai potuto essere superficie da massaggio per mani esperte e abituate a impastare carni ben più nutrite e sode? Avrebbero mai resistito, quelle ossa così fragili e quelle vene tanto trasparenti da sembrare di vetro? Le venne un’espressione quasi sofferente, al pensiero della fragilità precaria di tutto l’insieme.
Quell’uomo che, in un primo momento, sembrava appartenere all’epoca agreste delle vendemmie, delle semine e delle raccolte all’interno di determinate e cicliche stagioni, all’improvviso si impennò al di sopra e al di là di tutto ciò per una sorta di risarcimento, di riscatto sociale. Anch’io posso.

– Ho già fatto i biglietti, sa, signorina? Prendo l’aereo. Io e mia moglie, s’intende. Gaetano Platania e Maria La Rosa. Pure lei se lo merita, pure lei ha bisogno di riposare.
– Gaetano? –
– Sì, Gaetano. Io mi chiamo all’anagrafe Gaetano. Ma quando lavoro, sono don Nino.

A questo punto Luisa posò la borsa dei pomodori sulla cassetta di legno e si lasciò andare all’espressione palesemente attonita che fino a poco prima era riuscita a soffocare. Don Nino era anche Gaetano. Don Nino lo era per loro, gente del mercato del lunedì, della verdura su prenotazione e della bilancia a un piatto; lo era per i campi da arare e da sottrarre all’arsura. Gaetano lo era per gli altri, per l’agenzia di viaggi che gli prenotava il volo per le sue terme, per l’impiegato dell’ufficio di turno che doveva sbrigargli certi cavilli d’una complessità molto al di sopra della sua terza elementare: un equilibrio onomastico facilmente mantenuto dallo scandire del tempo dedito al lavoro e al riposo.

Mentre Luisa si lasciava andare alle sue riflessioni, intorno al contadino si consolidava un nutrito gruppo di acquirenti in un’atmosfera di benevolenza, atmosfera che don Nino riusciva a garantire con misura di certo maggiore rispetto a quella, approssimativa, fornita dalla sua bilancia.
Con gesti lenti e antichi consegnava il resto prelevando le monete da un barattolo di vetro utilizzato solitamente per le conserve: inseriva le dita storte e nodose sino al fondo, agganciava due-tre spiccioli e li tirava su, facendoli scivolare sulla parete di vetro. Una volta sul palmo della mano, guardava le monete attentamente una a una, rivoltandole, leggendo a fior di labbra il loro valore, prima di assicurarsi fossero dell’importo esatto. Tale accuratezza rivelava ancora un certo sospetto nei confronti della nuova moneta, e un sicuro rimpianto della precedente.
A Luisa non era mai capitato di incontrare un contadino così… moderno. Un contadino che, insieme al legame per la terra e per le sue fatiche, si affacciasse anche al confort della società contemporanea, quella dei viaggi in aereo in alta Italia e della frequentazione delle terme, a discapito del lavoro in piena stagione.
Le sovvenne il buon fratello dannunziano, quel Federico Hermil magnanimo, dai sani principi e dal rapporto armonioso con la natura, capace di illuminare di buon senso e speranza il cinico fratello Giuseppe, proprietario terriero senza l’afflato della terra. Luisa temette di averla persa per sempre, quella figura archetipica di uomo straordinario, dai gesti santificati dalle semenze e dalla pazienza dell’attesa. Era per lei difficile pensare che quell’uomo, don Nino al mercato del lunedì e Gaetano all’anagrafe, avrebbe preso l’aereo, sarebbe arrivato in alta Italia, avrebbe soggiornato in una di quelle strutture turistiche dove il ritmo è scandito dai turni di lavoro scritti su una agenda anziché dettati dal levar del sole e dalla pioggia, e si sarebbe lasciato andare sotto getti d’acqua termale e mani unte di essenze più o meno miracolose. No, non sarebbe stato possibile. Non voleva crederci. Non che don Nino non se lo meritasse, un po’ di riposo, ma i contadini riposano sotto gli ulivi, all’ombra della masseria, o la sera direttamente, sotto il portico di casa, quando la schiena non regge più e il sole di tutto il giorno ristagna attorno agli occhi.

– Quanto pago?
– Dunque… quanti chili ha preso?
– Non lo so, questa è la busta con i pomodori.
– Vediamo…

Don Nino sottrasse la busta dalle mani di Luisa, la adagiò sul piatto della bilancia e osservò la lancetta tremula sul quadrante rotondo. Dopo il rito muto della pesa, sentenziò:

– Dobbiamo toglierne un po’.
– Toglierne? E Perché?
– Eh sì… Come faccio sennò… Un chilo è un euro, un chilo e due… come faccio? Mmm….Meglio essere precisi.

Luisa obbedì alla matematica indiscutibile di don Nino e rinunciò, suo malgrado, a due-tre pomodori, quelli più verdi.
Il cielo nel frattempo si era oscurato, la pioggia trattenuta sino a quel momento stava per arrendersi, l’avevano annunciata le previsioni, e anche i bancarellieri accanto che imprecavano nel loro dialetto – il dialetto… acceleratore dei tempi della conoscenza.

– Zio, ti aiuto a sistemare le borse in macchina!

Lo zio Giuseppe non chiedeva mai aiuto, ma non lo rifiutava nemmeno, annuiva senza alzare lo sguardo al di sopra dei suoi occhiali da ipermetropico e porgeva i pesi uno a uno, attendendo i tempi dell’altro, in questo caso di Luisa.

Nel giro di pochi minuti, dal cielo plumbeo cominciò a piovere, prima lievemente, poi gocce come aghi aumentarono il loro ritmo sino a diventare vera e propria pioggia.

Luisa e lo zio Giuseppe non avevano ancora finito di sistemare gli acquisti – lo zio Giuseppe esagerava sempre con le quantità, tacitamente complice delle incursioni quotidiane di Luisa nella sua dispensa -, quando all’improvviso don Nino, dall’abitacolo della sua arrugginita Ape Piaggio, tirò fuori a mo’ di trofeo silente un ombrello nero, dalla sagoma decisamente più grande di quella dei soliti ombrelli, e dal bastone del diametro il doppio più del normale.

Luisa non poté fare a meno di incantarsi. Le risultava facile individuare l’insolito, e le veniva difficile farsi i fatti propri.

– Che strano ombrello, don Nino!
– Era di mio nonno.

E nel pronunciare queste parole le dita nodose ebbero un moto convulso che portarono a serrare il bastone con ancor più veemenza, quasi ad assicurarne la presa.
Luisa osservò la figura del vecchio, osservò la sagoma fuori misura dell’ombrello, li osservò insieme, di rimando, prima una, poi l’altra, poi insieme senza rimando, e vide una immagine sola, sempre quella di un uomo corto come una corta pennellata verticale, ma ora diritta fino al capo, un uomo aggrappato al bastone di una vecchiaia ereditata negli anni, suggellata da quel ricovero scuro, intatto, faticoso e insieme leggero, perché senza brutte sorprese.
Luisa li fissava e più li fissava, più don Nino si stringeva attorno a quel bastone e la sua espressione si faceva circospetta, gelosa di quel possesso indiscutibile di cui non si parla, non si risponde se non con poche, laconiche parole: era di mio nonno.

– Sali in macchina, Luisa
– Arrivo, zio…

Il tempo di uscita per lo zio Giuseppe era scaduto, non quello di osservazione di Luisa, ma ciò era secondario. Lo zio Giuseppe dopo una certa ora non riconosce più il mondo–la strada, imprudente sarebbe stato precipitare tra le colonne d’Ercole d’una tabella di marcia non rispettata. Salutarono don Nino, agganciarono la cintura di sicurezza e si avviarono verso casa.
Don Nino la prossima settimana non ci sarà, don Nino la prossima settimana vola in alta Italia, si porta sua moglie Rosa, mica può trascurare sua moglie, lui. Don Nino la prossima settimana sarà Gaetano, dormirà su letti dalle lenzuola senza profumi, sorriderà beffardo sotto i massaggi unti, per quei giorni il sole risparmierà l’espressione arcigna che forse tornerà lieve, come quella dei signori, come quella dei signori che scelgono l’aria condizionata, che recuperano foglie di basilico dall’unico vasetto sul davanzale di cucina, che pesano i pomodori su bilance elettroniche al dettaglio dell’etto…
Luisa pensava… Pensava…
Ma se un giorno dovesse piovere… Ah…!!! Se poi anche lassù, un giorno, dovesse piovere…!