Le memorie naives di Concetta

 

La suggestiva stazione di un tempo che fu

 

Era un caldo e afoso pomeriggio estivo di agosto, aspettavo che mio figlio arrivasse a Guardia col treno proveniente da Catania, per passare insieme, a Pozzillo, il fine settimana. Arrivai con alcuni minuti di anticipo sull’orario previsto e anziché restare in auto decisi, dopo un po’ di ripensamenti se scendere o meno, di visitare la mia stazione, ignara della grande delusione che mi stavo cercando.

L’impatto non è stato piacevole, notai che tutto era cambiato, che non era più la stazione che io ricordavo, ma un sito anonimo e senza anima; una voce registrata annunciava gli arrivi e le partenze, tutto era artefatto, appariva come una scena di Cinecittà. Dalla fontana, che un tempo dissetava i viaggiatori, non scorreva più acqua; le finestre e le porte della stazione erano murate e dipinte di giallo, nessuno poteva più accedere, come un tempo, né alla sala d’aspetto con i bei sedili in legno e un grande tavolo al centro, dove si poteva poggiare un libro o il giornale, né tantomeno agli uffici. Nessuno poteva più ricevere una informazione e il biglietto bisognava farlo online.

La ferrovia era attraversata da un sovrapassaggio pedonale che deturpava l’estetica dell’intero sito. Sul marciapiedi di fronte vi era un magazzino meccanico con sopra un appartamento per il capo meccanico, oramai abbandonato, tutto intorno era popolato da gatti che, una signora gattara accudiva, portando ad essi scatolette di preparati, acqua e ogni ben di dio. L’edificio era dominato da un graffito raffigurante il grande Che Guevara. Un paesaggio surreale, anonimo.

In lontananza vicino al sottopassaggio si intravedeva il casello, color arancio sbiadito dal tempo, dove allora abitava il casellante caposquadra con la moglie, chiamata “la caposquadra”, una brava signora, che di tanto in tanto andava a trovare mia nonna, sua vicina, alla quale conservava un po’ di uova delle sue galline, cosa che lei gradiva tanto. La casa, abbandonata da tanto tempo, aveva le finestre aperte e una tenda in pizzo, che svolazzava sul davanzale, le conferiva un tocco di mistero.

Mi rattristò il cuore vedere come tutto era scomparso e anziché trovare sviluppo, trovavo regressione e mancava soprattutto lo spirito della stazione, mancava quell’andirivieni di gente che si recava a lavorare o a studiare a Catania, Acireale, a Giarre o a Messina e utilizzava il treno, come mezzo più economico e veloce. Infatti si raggiungeva Catania in venti minuti, con una sola fermata alla stazione di Acireale. Allora, diversi lavoratori dei dintorni di S. Tecla, Stazzo e Pozzillo arrivavano in bicicletta fino a Guardia e lasciavano la bici nel grande cortile dei miei nonni, per poi proseguire in treno. D’estate, le stesse venivano posteggiate, all’ombra, sotto un grande albero di fico.

In quel momento in stazione c’era uno straniero attempato, ma atletico con due zaini e sacco a pelo, capitato lì chissà come e diretto a Messina, un ragazzo, con un aria da artista, che scattava fotografie all’Etna visto da quell’angolatura ed io, che aspettavo l’arrivo di mio figlio. Poco dopo l’altoparlante cominciò a tuonare annunciando il treno proveniente da Catania.

In un attimo tutto il passato di quella stazione mi tornò alla mente.

I miei nonni materni abitavano in un palazzo giallo adiacente l’attuale sottopassaggio dove un tempo vi era un passaggio a livello con le sbarre e dal balcone, da bambina, potevo ammirare tutti i movimenti della stazione e tante altre cose come le belle sfilate dei cavalli bardati a festa con pennacchi dai variopinti colori, che si dirigevano a Trecastagni per la festività di S. Alfio: era una sorta di gara per chi aveva il carretto più bello. I familiari prendevano posto sopra il carretto e suonavano col “bummulu” e i tamburini le solite tarantelle attirando la gente che si riversava in strada per ammirare la parata. C’erano poi quelli devoti, che avevano ricevuto grazie nell’ultima guerra, che percorrevano la strada a piedi fino a Trecastagni. La sera poi vi era il rientro di tutta quella folla.

I miei ricordi risalgono a quando i treni viaggiavano a carbone e a quando lo zio Salvatore, marito di una sorella di mia madre, che lavorava fin dall’età di quattordici anni nelle ferrovie, spesso, facendo la tratta Catania-Messina, quando arrivava a Guardia, e ci trovava affacciati al balcone assieme ai nonni, ci salutava con un fischio più prolungato, alzando la mano e togliendosi il berretto. Notavamo come il suo fuochista, avvolto in una nuvola di nero, era indaffarato a buttare carbone nella caldaia, per alimentarla e faceva alzare la fiamma. I treni procedevano lenti e noi avevamo tutto il tempo di osservare ogni cosa.

La stazione di “Guardia Mangano S. Venerina” era così denominata perché a quei tempi era un centro di snodo commerciale di una certa importanza. La maggior parte dei trasporti avveniva via rotaia e a Guardia vi erano magazzini dove si lavorava la famosa “patata di Giarre” e la merce, appositamente confezionata in ceste di castagno finemente tagliato e intrecciato, con relativo coperchio, veniva spedita in gran parte del mondo. Mio nonno aveva uno di questi magazzini adiacente alla stazione dove veniva conferita parte della produzione locale per poi essere spedita, dopo la lavorazione, per lo più in Russia.

Da S. Venerina, famosa per le sue distillerie, venivano esportati liquori e alcool delle delle ditte Fichera e Russo e, anche da Guardia la distilleria di alcool del cavaliere Giuffrida, spediva i suoi prodotti, derivati dalla lavorazione delle vinacce. La stazione era un continuo andirivieni di mezzi, carichi di merce da spedire.

Intorno agli anni settanta, alla ferrovia venne aggiunto un secondo binario, fu costruito un ponte e i sottopassaggi. Lo zuccherificio “Eridania” di Genova, spediva giornalmente diversi vagoni di zucchero, che veniva poi trasferito tramite camion a Catania e a Palermo.

La stazione era ben curata, le aiuole colorate con lantane e buganvillee, un lungo viale che faceva da marciapiedi separato dalla vicina strada, da un muro, su cui erano posti dei vasi a forma di “Mascheroni”, di variopinti colori era oggetto di scherno da parte di qualche persona poco sensibile, nei confronti di un ragazzo con grossi deficit mentali che si aggirava spesso nei pressi della stazione. Su questo marciapiede il maestro Rapisarda, mio vicino di casa, nel pomeriggio era solito portare i nipoti a passeggiare, e tutti i bambini del quartiere vi si radunavano lì a giocare oltre che occupare anche la strada adiacente.

La cabina di comando della stazione, con al centro un grande orologio, era una costruzione in lamiera verde che si aggettava sul marciapiedi nel punto centrale dove questo si allargava, e, ai lati di questa, dei campanelli cominciavano a suonare ininterrottamente a destra o a sinistra a seconda che il treno in arrivo fosse da Catania o da Messina.

Dietro i vetri si intravvedeva il capostazione, col suo berretto rosso, che usciva all’arrivo di ogni treno fino a dargli il via per la partenza. I Capi stazione, allora, erano delle personalità, in paese, assieme al medico e al prete e, tra questi, ricordo il capostazione Billè, col cui figlio, Pino, frequentavamo la stessa scuola elementare. I nostri genitori a turno, dovendo raggiungere la scuola, sulla nazionale, luogo molto trafficato e pericoloso per i bambini, ci accompagnavano in macchina e viaggiavamo insieme. Qualche volta, se ero stata assente alle lezioni, mi recavo in stazione, da Pino, in un locale attiguo alla cabina, per fare assieme i compiti assegnati, con l’aiuto di suo padre.

Tutto il personale che lavorava in ferrovia abitava in un palazzo situato in fondo alla stessa via; era di forma squadrata e con le finestre, ma senza balconi e io mi chiedevo, già da bambina, come potessero vivere in case senza un balcone su cui i bambini potessero giocare…

Da universitaria, come tanti altri ragazzi, pur avendo una cinquecento, preferivo per comodità,viaggiare col treno fino a Catania. La stazione era un centro vitale per tutto il paese, un luogo oltre che di commercio, di incontri, di partenze e di arrivi, di fazzoletti bianchi che sventolavano dai finestrini per salutare i propri cari, quando cominciò l’emigrazione verso la Germania.

Ricordo i primi tempi del mio trasferimento con la famiglia nel Veneto, circa quaranta anni fa, si viaggiava col treno, in cuccetta o in vagone letto, quando c’erano anche i bambini. Ricordo ancora quei momenti dolcissimi degli incontri con i miei genitori agli arrivi e del grande dispiacere quando si ripartiva.

I treni di lunga percorrenza non si fermavano a Guardia, ma una volta il capostazione, sapendo del nostro arrivo, disse ai miei genitori che avrebbe fatto fare una fermata veloce al treno per farci scendere a Guardia ed evitare così, ai miei genitori, di andare fino a Catania a prenderci… e così fece. Noi eravamo già pronti vicino all’uscita, con l’unica valigia che ci concedevamo per questi lunghi e faticosi viaggi e, in un attimo, eravamo giù dal convoglio e il treno riprendeva velocemente la sua corsa.

La stazione di Guardia è stata anche centro di conflitti, nell’ultima guerra mondiale.

Mia madre mi raccontava che la popolazione affamata aveva aperto un vagone carico di grano requisito per i militari, quando improvvisamente dall’alto un aereo fece un’incursione sulla ferrovia falciando tutti quei poveretti che cercavano di accaparrarsi un po’ di grano per sé e per la propria famiglia. In seguito a questo grave accadimento, durante il quale anche la casa dei miei nonni fu colpita per fortuna lievemente, mio nonno si rese conto che bisognava allontanarsi da quei luoghi divenuti oramai pericolosi e, con tutta la famiglia, si trasferì a Passopisciaro, in campagna.

Come tutto cambia!… Adesso i trasporti si svolgono su autostrade o superstrade, tramite camion o tir. È finita l’era dei treni e delle belle e suggestive stazioni di allora. Ogni cosa ha il suo tempo!

 

 

 

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