Hesperides. Le coeur rouge.

Советский поэт Владимир Маяковский

LE COEUR ROUGE

(commento ai poemi di Vladimir Majakovskij)

 

“Ho sfaccettato le mie lacrime in versi,

gioielliere in delirio!”

Amorc’hanulloamatoamarperdona, vibrante s’innesta il soffio d’amore nel grembo di chi si presta all’ascolto. È una dedizione deleteria e arricchente, è una propensione verso l’autodistruzione, è un giogo d’astuzie e armi impari dove il duellante che possiede maggior percentuale di tumtummante muscolo è destinato a perire. Ma quale dolce tormento è il tocco del dispettoso arciere? Poeti, scrittori, artisti, ne decantano vizi e virtù da immemore tempo, scienziati provano a darne spiegazione parlando di ormoni e incidenze chimiche, ma la verità appartiene solo a chi dalle freccia odiosa vien beffato. “L’anima ho teso come una fune sul precipizio, e v’ho danzato, acrobata-equilibrista, giocoliere delle parole” scriveva nel 1916 Vladimir Majakovskij, “Ritornami giovane il cuore!” implorava, innanzi la struggente separazione che l’attendeva dalla donna amata, apparteneva ad un altro e con l’altro avrebbe vissuto, non a lui, non al suo amore le dolcezze dell’alcova eterna sarebbero andate. Ne “Il flauto di vertebre” e nei Poemi, scritti dal 1916 all’anno della morte egli, poeta e fido interprete del futurismo russo, discusso e incontrastato rappresentante dell’arte moderna, canta, canta di sé, delle vibrazioni amorose che lo colpirono, canta di Lilly Brik, del suo malessere, invoca l’aiuto di colui che l’ha condannato “Ho bestemmiato, ho urlato che Dio non esiste, e Dio ha evocato una donna dalle voragini amare”, chiede ascolto all’altissimo Inquisitore, “lacerami contro le stelle taglienti… fa’ di me quel che ti pare… squartami. La tua mano sarà da me benedetta.”  Avrebbe osannato la furia celeste se solo quel dolore, quell’inferno che ardeva nel petto fosse stato debellato e i cieli per l’autore son l’incarnato di un tisico ma  nonostante la sofferenza di un cuore spezzato egli sa, conosce la potenza del bacio, d’uno sguardo e il sorriso fiero e dolce che essi lasciano, come impronta fissa nei volti degli uomini che l’incontrano. E con quel “sorriso cade giù il trafitto aviatore, se si ricorda della tua bocca baciata” . La donna come salvezza, l’amore come via, scala verso il Paradiso. La guerra incombe, giovani a frotte vengono inviati, spediti al fronte, egli stesso prima deciso sostenitore della rivolta poi (dopo il carcere e l’accusa di sovversione) oppositore, conosce la pericolosità delle baionette e la nube nemica e conscio di ciò concede all’uomo come suo unico pensiero di rinascita il ricordo dell’amore e della donna amata, “Mi diranno: muori in battaglia! Il tuo nome sarà l’ultima goccia di sangue a rapprendersi sul labbro lacerato dalla mitraglia.” E quello stesso nome verrà inciso lungo il gelido ferro delle catene che nell’oscurità saranno baciate pensando a lei, i cui occhi diventano tombe, sprofondate e silenti e il “diadema di sillabe in arcobaleni di brividi”  prodotto da Majakovskij sarà disperso alla luce della rinuncia e della glaciale distanza imposte da colei che lo tiene lontano e la tristezza si fa rabbia, causata dall’impotenza e dall’afflizione, e la tristezza si fa ardore e pulsione distruttiva quando tuona “Attaccale al collo una collana di perle come una pietra!”  ma il sentimento permane e la stanza del poeta ne sente la pienezza quando tra risate e pianti singhiozzati produce ” una smorfia d’orrore”. Qual soluzione può esserci allora per l’animo inquieto se non dedicarsi alla propria arte? Il primo Poema ( Flauto di vertebre) termina con l’ammissione del poeta: “Non voglio che un veleno: bere, sempre bere i miei versi.” E ancora la carta si fa sfondo biblico e le parole chiodi in cui egli stesso crocifigge il suo sentire. Era il 1915, il suo Tredicesimo apostolo verrà pubblicato con il puntuale impegno della censura, la produzione poetica è crescente, in quegli anni terrà svariate conferenze, nel 1918 fonderà la rivista Iskusstvo Kommuny (Arte della comune) e nel 1922 cominciano i viaggi all’estero, tra cui Berlino e Parigi. Proprio in quest’anno nasce il secondo Poema “Amo”, dove ripercorre la sua vita, analizzando la distinzione tra sé e il circostante in virtù della presenza di uno spirito sensibile che gli impone atteggiamenti e sensazioni distinte dall’ordinario, comportamenti e sensazioni che lo spingono ad amare l’amore e ciò che di splendente la natura offre. “Io d’amore son stato dotato a sufficienza” afferma in “Ragazzaccio”, il sole era suo compagno di bighellonate e per l’astro, le rocce ed il fiume trovava sempre posto e sarà proprio la stella dominante ad essere speranza e respiro nelle ore di prigionia dove serenamente attacca la fredda assurda consapevolezza dei “giusti” che avendo la possibilità di godere costantemente di tale calura, trattano il sole con sufficienza, per loro son solo “quattro raggi” ma il poeta avrebbe “dato qualunque cosa al mondo… per un giallo illuminello”. E quanto può contare l’istruzione e la cavillosità di spirito se l’uomo non riesce a “cantare d’accordo con una casa” o capire la “lingua dei tram”? Quanto può valere la scienza dell’uomo se non riesce con il proprio solo spirito a percepire la bellezza del circostante, a vivere pienamente ciò che lo circonda? “Io non frugo in sciocchezze polverose” dice ironizzando su pseudo studiosi, storici e cultori; odia i “grassi… pronti a vendersi per un pranzo”, quei damerini avidi di potere e sottomissione, che si prostrano per un avanzamento sociale o monetario, coloro che chiedono costantemente, coloro che fanno dell’ingordigia la primaria virtù. A Vladimir, basta conoscere Mosca, basta conoscerla nei suoi tetti e cigolii “Sbottonato sul petto, col cuore quasi fuori, m’apro al sole e alle pozzanghere” non riesce a controllare il cuore, sostiene, poiché egli “romba dappertutto”, e cresce come “montagna d’amore e… odio”, si definisce “un’appendice cardiaca, curvo per tutta la larghezza delle spalle”. Un cuore che lo sovrasta con la mole imponente. “Scricchiola la cassa toracica per lo sforzo… ma so che non lo lascerò!”. Un muscolo che diventa strumento d’avvicinamento e contatto, un muscolo che viene protetto dall’amata-bambina, la quale è casa, luogo di purificazione, un muscolo che crea un legame il quale non verrà dissolto né dalla distanza né dal tempo, da questa consapevolezza il grido finale “lo giuro: amo d’un amore immutabile e fedele.” In “A piena voce” Majokovskij si rivolge ai compagni, quasi facendosi vate, lascia loro un testamento poetico, parla del suo verso, a tratti magnificandolo, l’ultimo slancio di un poeta che è stato anche attore, sceneggiatore, regista, uomo politico, imprenditore di se stesso, lodato e poi contrastato per comportamenti dubbi che ebbe dentro e fuori la grande patria, quella Russia a cui non seppe mai rinunciare, neanche per la donna amata, forse perché la passione e il forte legame che lo ancorava alla terra natia era superiore al terreno sentimento, forse perché sentiva avvicinarsi l’ora del tramonto “sino all’ultimo foglietto io le consegno a te, proletario del pianeta” e ancora gli affondi ai “sani e destri, (per voi) il poeta ha leccato gli sputi polmonari con la lingua scabra del manifesto”  e infine l’ultima stoccata alla vita stessa, che è compagna alla quale annuncia “orsù percorriamo più in fretta nel piano quinquennale i giorni che ci restano”. Era il 1930, e il 14 aprile, nel vicolo Lubjanskij, alle 10.30, Vladimir Majakovskij si toglie la vita. Era il 1930 nello stupore generale venne spazzata via l’ars poetica dal fumo d’una carabina, e nell’aere macchiato dal sangue, nelle gocce d’amaranto, scorsero via il vitale ardore, la passione per la bellezza e la voce, quella voce capace di brividare urla piene “in gola ho un groppo di pena… in questa vita non è difficile morire. Vivere è di gran lunga più difficile.”(1926, A Sergej Esenin).

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