Halima (3)

Sulla poltrona giaceva una filinia a forma di punto interrogativo, il ragno era già morto. Era Halima che non aveva più trippa, non aveva neanche la forza di mangiare. In sala d’aspetto sperava nel suo turno con tutto il suo angelo custode, Shafi. Squadrava le persone annoiate perché l’attesa era lunga, c’erano solo malati arabi per quel dottore arabo che si sapeva sbrogliare nell’aiutare con certificati medici i suoi connazionali. Shafi gentilmente le ricordava di stare a testa alta per prevenire la gobba, ma dove trovare la voglia visto che lui non le mungeva le mammelle da troppo tempo? Insomma non le dava importanza. Lei se l’era affidata al muro la testa. Cominciò a sentirsi come il punto di contatto col muro sia che ruotasse il capo a sinistra come a destra. Si credeva arrampicata e statica e guardava dall’alto il teatro nella stanza. Ascoltava la musica delle parole, si abbronzava alla luce del neon, quasi quasi cercava un’anima persa ma non discerneva se fosse la sua o quella di altri. Sapeva che mai qualcuno le si sarebbe avvicinato per aggredirla e perciò ad ogni istante si convinceva di diventare quasi un dipinto, sì, un quadro che raffigurava il suo stato dell’essere passato a parte i colori dei suoi quattro vestiti che possedeva, uno per ogni stagione:
“Quando mai un o una vuole avere a che fare con una che non sa quanti anni ha, il nome del paesino dove è nata, senza sapere che ore sono. Qui sanno pure i neonati sapere scrivere e leggere, per questo non mi danno soddisfazione di considerarmi. Ma che leggono sulla mia pelle che faccio una pietà simile?”
Si aggiustava il fazzoletto che legava e nascondeva i suoi capelli affinchè non ce ne fosse uno ribelle che osava fuoriuscire. In tanti modi si era vista, dipinta da ogni bocca che la pennellava e in tanti modi si era sentita vuota ogni volta che aveva sgravato:
“Può essere mai che muta e analfabeta sono un punto interrogativo? Se non fosse per questi figli non sarei mai nata con loro”.
Non aveva più stimolo per il cibo. Niente riusciva a solleticarla, aspettava. Aspettava di fare una nuova comparsa ma stavolta era per il silenzio. Ora che era in menopausa, ora ascoltava la voce del silenzio:
“E’ possibile che non sono neanche la memoria ripetuta, una possibile -unpocosomigliaaquesta unpocoaquellaediquestomipiglio-?”
Per questo motivo Shafi se l’era trascinata dal medico. Se fosse potuto entrarle nella mente avrebbe scoperto cose nuove:
“Non sono stata capace di andare oltre a tutte le parole che si sono composte senza un giro di Dio il quale non se ne serve. Forse è per questo che non ci sono spiriti e colonne per me. C’è solo l’alcova, la portaletto.”

 © Paola Campanella

© Paola Campanella

L’avrebbe forse giudicata invece di soffrire. Senza il tempo che non consisteva da una mestruazione all’altra, la vita di Halima era un istante interminabile, pressante, pesante, insomma era un’istante che le rosicchiava le ossa e si masticava il suo appetito:
“Forse morire è così, è un pensiero eterno che vaga nell’aria. Sono una vana. Sono stata sempre seduta voltando le spalle a chi di dovere, affidandomi al muro e col sangue che mi è circolato bollente per essere femmina, per il dovere di subire gli imperfetti in stato di degradazione”.
Aveva trascorso tre quarti della sua vita entrando in intere scene di personaggi, per caso:
“Se le persone non sono state delle persone oggi io non sono immaginazione, sono soltanto occhi che guardando la luna cancellano quello che dicono sembra un viso”.
Eppure aveva trascorso la sua vita come un ruolo attribuito giorno per giorno, sudando per riuscirci, convinta di esserne capace ed avendo sbattuto in faccia che così non era sia dal marito che dai figli.
Fare per lei era stato poter fare il rumore trascinando i piedi, lavando i piatti, recitando le preghiere, agitando le membra. Con la prole che si ritrovava accanto temeva di finire male la commedia perché aveva paura sempre di più, dimenticava a volte nella parte quella parte. L’incompiuto per una semplice storta per esempio. Temeva Shafi sempre calmo a considerare ogni situazione, capace, colto. Di lui aveva paura dopo la menopausa e si girava anche davanti a lui gli occhi altrove:
“Oh, se io potessi essere una che è muta non sarei un punto interrogativo a spasimare che non è mai quello che dico e che ogni volta che mi pare di afferrare qualche bramosia mia cambia la forza. Non lotterei con quelle ombre del passato che mi hanno ammaestrato e non allenato nelle parole. Non sarei un’edilizia con le unghie più lunghe di quelle delle streghe del silenzio.”
D’un tratto udì pronunciare il suo nome e cognome, scattò in piedi come una persona svegliata dagli schiaffi, come se avesse di nuovo venti anni, ancora in buona sostanza. Scese in campo col ruolo della malata giusto per fare guadagnare soldini a chi faceva il ruolo di medico:
“Che fatica essere chiamati a nascere sia a sinistra che di conseguenza a destra, tentare di pescare negli altri la propria gloria”.
Shafi parlò in vece sua al medico di inappetenza, di distrazione, di fatica ma lui sapeva che Halima era reduce di una lite con la figlia nata dal primo matrimonio di Halima, Leila:
“Io ti detesto. Non avresti mai dovuto far infilare nel tuo letto un altro uomo all’infuori di mio padre. La Patria l’ha onorato e ti ha assegnato una pensione di guerra per mangiare. Tu lo hai ucciso per la seconda volta. Non credo che il nostro Dio non ti punirà. Da allora non ti ho più chiamato mamma. Qui i figli di non importa chi, così ti chiamano. Per me sei morta da allora e quest’uomo che si comporta come Allah su terra per me è nessuno. Ci resto con voi finché non sono maggiorenne poi non hai che da dimenticarmi, non ti sarà difficile… Abbracciati quel cardone!”
“Ricordati che un dovere è essere padre e un dovere è essere figli. Sono i miei genitori che lo hanno deciso, non si poteva affidare a carne estranea quella di mia sorella. E’ stata un’opera caritatevole. Credi che ci si stanca di più a dire no? E’ l’inverso, credimi”.
“Mi avete rotto le scatole col vostro Dio. Più siete ignoranti più lo cercate fino a pulirvici il sedere. Fosse stato per brama di sesso ti avrei, crescendo, forse giustificata”.
“Se non ti avessi mandato a scuola saresti come me. Oh Dio come la vita mia mi scappa dalle mani”.
“Inoltre che senso ha vivere di qua e pregare di là. Traditori siete. Vi prendete della Francia solo ciò che vi conviene, sappiate che io mi farò francese…”
“Io non aspetto ringraziamento per averti allevata insieme ai tuoi fratelli”.
“Che ne hai fatto di noi tu che non hai mai tastato le nostre idee, che non ci hai trasmesso slancio in un bacio o carezza, tu che vivi solo per lasciare soddisfatto Shafi, pronta sempre a concederti ed a cucinare le stesse cose come si fa coi polli, tu che non ci hai mai tirato su il morale con una pagina delle Mille e una Notte per aiutarci a sognare?”
“E perché allora i tuoi fratelli mi rispettano?”
“Akran sposa e divorzia da Intissar Al Mokki. Che fa dopo? Al fresco, in galera.
Jaffar sposa e divorzia da Muna Ebn Ayesha. Abita in montagna con tre figli nutriti con la convenzione dello Stato Francese.
Salima sposa e divorzia da Ibrhim Al-Kafir. Cameriera per nutrire un figlio.
Hanno preso da sempre strade sbagliate, perché senza amore, senza discussioni, non sono stati allenati al ragionamento né a calmarsi gli spiriti bollenti. Ce ne hai dato soffio di parola? Io sono ubbriaca di vita”.
“Ricordati che la parola non ha fantasia, è una pietra per costruire, che la vita prima ti presta e poi vuole la restituzione con gli interessi, che ogni cicatrice ladra ne chiama un’altra”.
“Quanto stai parlando oggi neanche in tutta la mia vita me l’hai detto”.
“Certo, io c’ero solo se mi cercavi e tu mi hai annullata da allora, da quando abbiamo messo piede qui”.
Forse Shafi comprendeva di più Leila che Halima. Non si era mai intromesso nella relazione con i figli. Lui col sorriso in bocca era tutto casa e chiesa per vigilare il rispetto per Allah, per inculcare il dovere. Avevano entrambi vissuto per rispettare e continuare il discorso degli avi. Per loro non c’era presente. Infatti non fecero mai un presente ai figli. Eppure lui sapeva contare e leggere ma forse erano troppi quei figli per festeggiarne ogni compleanno, il suo motto era:
“Il troppo storpia. A casa non ci sono altri mobili che letto e cucina perché di tutto si può fare a meno, perché l’imprevisto del domani può richiedermi di essere ricco”.
Halima di questo ne soffriva, perché i ragazzi volevano conto e ragione del perché alcuni amici e compagni vivevano in salotto, in una stanza da pranzo con delle sedie. Ormai era convinta che il motto di suo marito era anche:
“Imparai dov’è il buco oramai, perciò mi ci ficco. Tanto il miele diventa fiele nello svolgimento del matrimonio. Io sono un albero e mi faccio le foglie di cui ho bisogno per coprirmi.”

(Continua…)

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