Halima (1)

© Renoir, Donna algerina con bambino, 1882

Chlef era l’attuale nome di una città che era stata coinvolta nel terremoto del 1954 e quello del 1980. Era una colonia francese alla quale avevano dato inizialmente il nome di Orléansville, poi tramutato in Al-Asnam nel 1962 e finalmente in Chlef dal fiume relativo nel 1980. Gli abitanti erano stanchi di quel subire quasi centenario, aspiravano all’indipendenza. Nel 1954 iniziarono la rivolta. Iniziò la guerra dell’indipendenza dell’Algeria che durò fino a quando il presidente Charles De Gaulle nel 1962 gliela concesse. Era una città espansa quanto Lyon. C’erano dei villaggi con i proprietari di terra che davano nutrimento a dei contadini. Insomma c’era spazio per ricchi e poveri.
La famiglia Belabed aveva otto figli, accettati quale espressione della volontà di Allah. Halima era la primogenita. Fin da bambina aveva imparato a tenere una casa sulle spalle, a non rispondere in caso di disputa, a guardare sempre il pavimento e vegliare che fosse stato ben spazzato, a non esprimere desideri, ad accontentarsi di ciò che il padre era capace di portare a casa, cioè l’indispensabile. Stava sempre ad aspettare un “chissàcche” e soprattutto a udire anche tra le pause. Di bello aveva la grazia della rassegnazione, il sorriso amaro di una bambina soddisfatta. Anche se ci si immaginava che potesse entrare in un’asola di giacca di quanto era corta e magra, i genitori acconsentirono che si sposasse al primo offerente, Hamadi Farès. Non era stata consultata, non sapeva con chi si sarebbe dovuta sposare. Eppure sapeva che stava per maritarsi come se due per due fa quattro. Quando venne il giorno del matrimonio, prima di entrare in chiesa ne scorse il volto. Glielo avevano ben consigliato papà e mamma:
“Com’è, te lo devi prendere”.
Finalmente Halima concluse che il suo matrimonio era stato riuscito anche perché lei se ne stava sempre a casa, con un vestito per ogni stagione, non litigava con i conoscenti e soprattutto neanche con se stessa. Avevano quattro figli quando il marito dovette partire per la guerra e qualche mese dopo ricevette la notizia della sua morte e la relativa pensione. Halima finì di sorridere , questa fu la reazione, mai parlava di un ricordo della vita col defunto. Si muoveva per casa con il vero senso del dovere di vivere e di accettare la volontà di Allah e nonostante tutto doveva ringraziarlo di ringraziarlo. Appena prendeva sonno sobbalzava come una riscappata da una guerra da lei vinta. Al mattino aprendo gli occhi era fiera di sé per avercela fatta a svegliarsi ancora. Non mangiava, non dormiva ed i genitori per aiutarla l’accolsero sotto il loro tetto insieme ai quattro nipoti Husam, Jamila, Warda e Leila. Anche la sorella Maha la più piccola si era sposata con Shafi Meziane, un impiegato che lavorava in Francia e la vide espatriare. Anche quello era stato un matrimonio riuscito, forse perché entrambe le sorelle erano state forgiate per la pace e soprattutto timorate di Allah. Anche Maha divenne mamma. I suoi bambini Akran, Jaffar, Salima, Hocine, Bechir, Sana, Abdellhafi quando ritornavano al mese di agosto in vacanza a Chlef, erano spaesati perché tra l’asilo e la scuola francese avevano un altro modo di vestire e giocare. L’ultima estate Maha, che con lo stipendio assicurato del marito si dava alla pazza gioia a tavola e a letto, pesava 115 chili ottava gravidanza inclusa. Partorì all’ospedale di Lyon con parto cesareo ma non ebbe la fortuna di conoscere il nascituro. Il motivo del decesso era spiegato così al marito:
“Non abbiamo potuto cucire perché troppo era il grasso nel ventre e si spappolava”.
Amici e parenti maledivano quella emigrazione e la malasorte. Halima si dannava ma lo esprimeva senza foga:
“Allah sia fatta la tua volontà! In che mani finiranno i miei nipoti? Quale Dio pregheranno? Shafi deve andare a lavorare. Dove li posteggerà? Alla balìa di chi li affiderà? Se potessi aiutarli accetterei qualsiasi sacrificio. Devono restare assolutamente arabi. Mia sorella questo vorrebbe, sono sicura.”
Subito pensava ai suoi quattro figli e ce la metteva tutta per sopravvivere, perché anche loro non finissero in mani estranee. Riusciva a parlarne ai suoi genitori:
“Sola è morta mia sorella… Neanche un conforto ebbe il suo corpo… Dite a Shafir che lo faccia portare qui nella sua terra nativa, ve ne prego. Volevo tanto bene a Maha che ora questo bene sento di scaricarlo ai suoi figli.”
“Faremo di tutto come abbiamo fatto con te per aiutarli”.
“Fatemi pagare, voglio contribuire alle spese dandovi la pensione di guerra. Siamo troppe le bocche che mangiano qui”.
“Giammai soldi fra genitori e figli. Siete un dono di Allah. Con noi mangerai tutta la vita, i tuoi figli saranno i nostri. Naturalmente dipendiamo dalla fertilità della terra di Chlef”.
Hamila riusciva a dormire come un macchinario giusto per sfornare incubi:
“Mamma stanotte ho sognato che tu e Maha eravate vicine al grande ulivo che c’è di fronte la nostra casa. Tra voi e me c’era un leone che mi si avvicinava. Speravo che mi veniste in aiuto invece restavate indifferenti. Non mi stupivo, quella era solo una mia speranza. Quando il leone si accostò fino a sfiorare la mia gonna, tremavo di paura di fronte al re della foresta. Mi spostavo di millimetro in millimetro lateralmente per raggiungere la casa e salvarmi ma lui faceva i miei stessi movimenti. Capii che aveva qualcosa di un cane al quale se gli si sfiora la fontanella passa la voglia di aggredire. Mi istallai sul piede sinistro, sollevai il destro e mi inclinavo sul fianco sinistro al rallentatore affinché non registrasse le mie intenzioni che mi dovevano ancora affiorare. Anche lui si fermò e quando con l’avambraccio lo toccai come una farfalla, beneficiai della sua temperatura corporale. Voi non vi stupivate di come mi vedevate, continuavate a guardarmi come si guarda un orizzonte irraggiungibile. Dalla paura passai al sentimento di volergli bene, mi incamminai con passo leggero fino alla porta di casa. Mi seguiva, lo guardai e gli dissi:
“Tu non puoi entrare. Aspettami perché ritornerò.”
Anche da un leone mi farei fare compagnia pur di non sentirmi sola. Il bene che mi volete non mi colma il senso di solitudine. Perché mi ha punito Allah facendomi morire il padre dei miei figli, per quale colpa?”
La settimana dopo era arrivato a sorpresa Shafi con i suoi sette bambini da Lyon. La casa si riempì di vita anche se era scolorato, sconfortato e scheletrito.
“Sono qui perché mi ci vuole una donna che funga da madre a miei ragazzini. La cerco araba per non scombussolarli del tutto. Quello che hanno acquisito si deve incrementare, non demolire. Ho questo problema. Aiutatemi a spargere la voce perché non conosco alcuna donna di qua dopo tanti anni di emigrazione. Sapete che ho una buona paga assicurata a vita. Sarà difficile lo so. Riflettendo sono arrivato all’errore della confusione. Mi voglio risposare. So che non potrò scegliere una giovane vergine, che non ha esperienza, che non so come sarebbe anche a far la madre. Riflettendo, riflettendolo, ho pensato che potrebbe essere una vedova ancora in grado di sostenere una gravidanza o più gravidanze per il legame con me e il legame tra i miei figli e di nuovi arrivati.”
Halima si intenerì a quelle parole perché immaginava che la sorella dal cielo soffrisse nel vederli trattati male da qualche altra donna. Trascorso qualche giorno i genitori le parteciparono una loro decisione:
“Ti sposerai di nuovo!”
Il giorno delle nozze entrata in chiese scoprì il mistero del suo secondo marito. Shafi Meziane stava ad aspettarla. In comune avevano di essere due vedovi segnati dal destino. Si stringevano la mano e ciascuno di loro si perdeva a guardare i propri figli. Erano felici i figli come se fossero stati loro a sposarsi. Era stata una mangiata di couscous e qualche dolce al miele ed alla rosa, consumati insieme ai vicini affinché potessero parlarne ai conoscenti. Era stata quella la festa perché sarebbe stata un’irriverenza per i relativi coniugi già morti. Tanta fu la gioia di consacrare la sua vita ai sette nipotini che il marito passò in secondo ordine d’importanza.
Era stata fortunata ancora una volta Halima perché si ritrovava accanto un giovane alto, fine, armonioso proprio come sono le persone ricche. Infatti proveniva da una famiglia di possidenti passato Shafi. Era tracollato nella categoria dei poveri già prima di passare a nozze ritenendosi un fortunato perché non aveva difetti fisici, perché aveva un posto fisso. La sua eredità l’aveva subito trasferita a suo fratello quasi cieco e con una moglie che per fare vita agiata sperperò sia le cinquanta pecore, i trenta cavalli, i quindici buoi e molti ettari di terra tra gioielli, moda, regali a destra e a manca, feste paesane e cibi prelibati. Insieme si erano dati anche al gioco delle carte, insieme peccarono. Insieme si impoverirono.
Shafi Meziane era rimasto con le mani schiacciate:
“Sia fatta la tua volontà Allah, grazie che avevi permesso di aiutarli”.
Durante il pasto delle nozze:
“Io ti prometto e giuro che mai ti chiamerò con il nome di tua sorella”.
“Io ti prometto e giuro di non far differenza di trattamento tra i tuoi figli e i miei quattro che ti porto”.
Tredici giorni dopo si erano trasferiti in Francia.
Shafi Meziane trascorreva le notti col camion del Comune a raccogliere spazzatura, per quel lavoro non c’era stato bisogno di punto e di lettera, per fare quel lavoro Shafi si era saputo girare per usufruire dei diritti acquisiti durante la fissazione del rapporto di pace tra Francia ed Algeria. Halima ormai abitava in un appartamento al quarto piano concesso gratuitamente dal Comune. Arrabattava tra pentoloni di quindici litri, tra letti a castello che per ordinarne le lenzuola doveva arrampicarsi sulla sedia, tra fare la spola alle otto, alle undici , alle tredici, alle sedici per assicurare la scuola ai propri figli. Uno di quelli, il primogenito si accaparrò una camera :
“Non riesco a dormire per la puzza di piscio, di peti, di merda.”
Una, la primogenita del marito rifiutava di chiamarla mamma:
“Ti dovresti vergognare a chiedermelo. Come hai potuto prendere il posto della mamma mia che era tua sorella dentro il letto?”
Non era la sola a pensarla così, a parte i suoi genitori qualsiasi altro parente di primo grado le aveva chiuso in faccia la porta di casa per sempre. Inutilmente Halima aveva voluto spiegare:
“Non l’ho fatto per lui, l’ho fatto per assicurare rispetto alle carni di mia sorella”.
Né lei ne Shafi la obbligarono.
“Così vuole Allah….Benediciamolo per questo nostro primogenito”
I sorrisi là circolavano perché non se ne poteva fare a meno. Halima cominciò a piangere notte e giorno perché le mancava Chlef, i genitori, le amiche, perché sgranava couscous al pollo tutti i giorni e per tutta la giornata da quando Shafi aveva trovato un contadino privato che glieli vendeva a basso prezzo. Tutti stavano in buona salute.
Crescevano veramente ben pasciuti, con gli zigomi a pomodoro anche se i piatti non venivano molto sciacquati dal detersivo perché non c’era tempo a disposizione. Comprava il tessuto al mercato e cuciva, cuciva a tempo pieno. Si riposava ogni tre ore quando si rendeva pura lavandosi mani, viso e si faceva il bidet dato che non ricordava quando aveva urinato. Andava in camera e pregava di poter adempiere il proprio dovere e ringraziava di essere avvezza a lavorare che era diventato come respirare.
Con i figli si esprimeva sempre in arabo. Poi arrivò in famiglia la prima motocicletta che aveva il compito di farla distrarre e conoscere ambienti nuovi:
“Io non esco. Cosa vuoi fare vedere ai miei occhi, tutte queste donne che camminano nude per le strade? I monumenti e il resto in Algeria ce li abbiamo”.
Shafi sorrideva e con dolcezza sulla moto le faceva prendere aria non di casa:
“Tutto ciò è di Allah, è lui che lo ha creato. Qui ci danno pane e questi devi rispettare. Un giorno ti porterò a Parigi.”