Elsa Morante e la realtà stregata

Pochi scrittori sanno descrivere l’irrealtà e soprattutto l’allucinazione, il suo attimo più devastante, con la stessa drammatica perfezione di Elsa Morante. Dei suoi tanti racconti, due o tre oggi, nel centenario della nascita della scrittrice, me ne vengono in mente: Innocenza, Lo scolaro pallido e Il barone. Nel primo una signora irresistibilmente bella chiede a un ragazzo che si chiama Camillo di farla entrare in casa. Il suo viso non è di statua, ma “di donna triste e pazza”; e ogni tanto, per dare più risalto a questa apparenza, si scompiglia i capelli così da sembrare “un nero temporale”. Passano gli anni; e solo quando il ragazzo si fa grande capisce che quel giorno lontano dei suoi ricordi, “per innocenza”, aveva permesso alla Morte di fargli visita. Nel secondo la presenza in classe di uno scolaro seduto nel primo banco a sinistra accresce il malumore esistenziale dell’insegnante. Tutto in quel ragazzo pallido sembra disapprovare il maestro, farsene beffe addirittura. Chi è, un testimone malevolo incaricato da qualche tribunale di raccogliere ogni sua parola, notarla, per “tendergli tranelli”? La mente malata, allucinata, del maestro, l’angoscia d’una qualche oscura persecuzione di cui si crede vittima evolve al peggio, lo fa uscir di senno. “Ah, piccolo delinquente!” gli grida un giorno tra lo sgomento degli alunni veri. Che non credono ai loro occhi e agli occhi, pieni d’odio e di furia, del professore: fissi sul banco “che, fin dall’inizio dell’anno scolastico, era vuoto”. Il protagonista del terzo racconto è un barone cui le donne non perdonano l’aspetto “confuso e bonario”, preferendogli altri uomini “più sciocchi e più poveri”. E così a nessuna di loro egli osa più dichiararsi e si ritira in campagna. Dove invecchia tra rimpianti e nostalgie. Vende le sue terre, licenzia i servi e tiene con sé soltanto Matelda, la governante. Ed è lei che sposa. Diventata baronessa, la donna non cambia le proprie abitudini di vita. Continua a occuparsi  del suo padrone e dell’economia della famiglia limitando le spese. “E mentre egli la chiamava sempre: baronessa, ella seguitava a dirgli: eccellenza”. A differenza dei primi due, in questo racconto della Morante realtà e finzione si conciliano, diventano unica cosa. Non combattono per avere l’una il sopravvento sull’altra. Rassegnati alla vita, al suo fatale andamento, né il marito né soprattutto la moglie, la “baronessa”, si discostano dalla realtà del tempo passato. Forse perché il sogno, che soprattutto la governante ora vive, è troppo bello per essere da lei creduto vero. Di questi tre racconti, che il lettore può trovare tra i Racconti dimenticati, usciti (naturalmente postumi) nel 2002 e curati da Irene Babboni e Carlo Cecchi, Lo scolaro pallido nasconde forse un significato politico. Elsa Morante lo scrisse sotto il fascismo. Voi direte: che c’entra? E può anche non esservi alcun nesso, avendone scritti altri in quegli anni. Ma niente vieta di pensare al professore del racconto come a un antifascista nascosto che vede intorno a sé, anche tra i suoi alunni, solo delle spie pronte a smascherarlo, e di qui la sua parossistica angoscia. Ma il fascismo è realtà, storia. E il rischio che corriamo, con la tesi della persecuzione politica, è di allontanarci troppo dal mondo estremamente fantastico, irreale, di questo straordinario racconto breve. Elsa Morante ha saputo nelle sue opere (quattro romanzi, numerosi racconti, poesie, filastrocche) narrare e coniugare la realtà e il sogno. La realtà nuda e fredda della vita, della storia sociale e gli spettri della mente umana allucinata, mortalmente angosciata. Ma dà il meglio quando strega la realtà e la trasfigura completamente in fantasia, magia, incantesimo. Molto ha in comune con un’altra grande scrittrice italiana (quasi sua coetanea): Anna Maria Ortese. L’indole romantica, l’attrazione per il paesaggio meridionale, una vita da monache di clausura dell’immaginazione e tutta dedicata alla scrittura: lontana cioè dalla mondanità dell’ambiente letterario – poche interviste, molta contrarietà a partecipare a dibattiti pubblici e televisivi; e poi il mito, la fiaba, la leggenda, il fantastico autentico come chiavi interpretative, per entrambe, del reale. Narratrice nata e donna bella e fragile, Elsa Morante è stata la prima moglie di Alberto Moravia da cui si separò nel 1961. Ma più della separazione dal marito, la sconvolse l’anno dopo il suicidio dell’amico Bill Morrow, il pittore newyorkese conosciuto durante un viaggio in America e buttatosi da un grattacielo della sua città dov’era tornato dopo una mostra dei propri dipinti a Roma organizzata da Moravia. All’opera di Elsa Morante, che con il primo romanzo, Menzogna e sortilegio, vinse nel 1948 il Premio Viareggio, hanno dedicato libri e studi importanti Cesare Garboli e Giorgio Montefoschi.

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