“Nichil differt ab illo quod laudabilissimum est”: il siciliano, lingua inimitabile.

© F. Hayez, I Vespri siciliani, 1846

Nell’incompiuto “De Vulgari Eloquentia”, Dante, nel tentativo di individuare la lingua della comunicazione universale, opera una elencazione e una sommaria analisi, per la prima volta nella storia linguistica della nostra penisola, delle lingue regionali presenti sul nostro territorio. Tra le lingue da lui analizzate spicca fra tutte il Siciliano, infatti, riportando le parole stesse del Sommo, «Et primo de siciliano examinemus ingenium, nam videtur sicilianum vulgare sibi famam pre aliis asciscere, eo quod quicquid poetantur Ytali sicilianum vocatur […]» (“Indagheremo per primo la natura del siciliano, poiché vediamo che il volgare siciliano si attribuisce fama superiore a tutti gli altri: che tutto quanto gli Italici producono in fatto di poesia si chiama siciliano […]”). Al di là della codificazione effettuata dalla Scuola Poetica Siciliana di Federico II di Svevia, il Siciliano, lingua in continua evoluzione e che deriva, così come l’Italiano, direttamente dal Latino (che aveva soppiantato il Punico, il Sicano, il Siculo e il Greco), era già ai tempi del nostro Poeta, espressione di una cultura poliedrica, arricchitasi grazie a numerosi innesti linguistici riconducibili alle dominazioni che si sono succedute sull’Isola. Proprio la sua ricchezza e compiutezza, deve aver reso difficoltosa l’accettazione, da parte degli intellettuali siciliani cinquecenteschi, del declassamento legislativo del Siciliano da lingua a dialetto e dell’assurgere del Toscano a lingua “nazionale”. Tale passaggio avvenne simbolicamente nel 1526 quando, uno dei capitoli, cioè leggi, redatto tre anni prima in lingua siciliana e in vigore nella città di Messina, venne tradotto in toscano al momento dell’estensione della sua validità anche nella città di Palermo. La data, tra l’altro, è immediatamente successiva alla pubblicazione delle bembiane “Prose della volgar lingua” che operarono, non senza scossoni e proteste, il definitivo avvio di quel processo di normativizzazione linguistica che condusse all’affermazione del toscano quale lingua nazionale. Senza volersi addentrare nei dibattiti sulla questione della lingua, che hanno tenuto banco per secoli, ciò che ci preme sottolineare è il senso di perdita che gli intellettuali siciliani devono aver provato nel vedere modificato lo stato “istituzionale” della propria lingua, divenuta dialetto. Ciò non toglie che, più di ogni altra lingua, il siciliano sia caratterizzato da una eccezionale poliformia lessicale, direttamente interconnessa con le varie culture, che successivamente a quelle autoctone, si sono alternate sul suolo siculo, prima fra tutte quella greca, che ha notevolmente influenzato il siciliano anche da un punto di visto morfologico-grammaticale, oltre che, come è avvenuto per i superstrati linguistici successivi all’affermazione del latino, da quello semantico-espressivo. Il sostrato definito genericamente greco è in realtà frammentabile nelle quattro varietà dialettali che si sono propagate sull’Isola, cioè l’Attico, lo Ionico (lingua delle omeriche Iliade e Odissea), l’Eolico e il Dorico; varietà che hanno introdotto, oltre ad un interessante periodo ipotetico reso col condizionale nel messinese (in contrasto con il congiuntivo diffuso nella maggioranza della Trinacria), anche toponimi (Catania, Alicudi, Filicudi e Stromboli su tutti) e termini riconducibili alla vita quotidiana, quali casentaru “lombrico” e catoiu “dispensa seminterrata” . In relazione ai termini di derivazione greca presenti sul tridente isolano, un’altra questione fondamentale è costituita dalla necessaria distinzione fra lemmi riconducibili alla costituzione e diffusione delle colonie greche (dal 750 a.C. fino alla Prima Guerra Punica) e parole che invece sono state introdotte successivamente e che, quindi, sono collegabili al superstrato bizantino (e sono attribuibili ad un lasso di tempo che va dalla prima metà del VI secolo d.C. all’inizio della dominazione araba, 827). L’ellenismo in Sicilia, inoltre, si propagò anche durante la fase latina, poiché molti grecismi vennero introdotti per mediazione romana, come nel caso di cuḍḍura (pane di forma circolare) o di grasta (vaso di fiori). Durante la Prima Guerra Punica (264 a.C.), la richiesta di aiuto da parte dei Mamertini assediati a Zancle, l’attuale Messina, dai Siracusani e dai Cartaginesi, fu l’occasione  che condusse i Romani, e la loro lingua, sull’Isola, la prima provincia del futuro Impero. Il Siciliano, infatti, è indubbiamente un dialetto romanzo, nonostante i congrui innesti linguistici delle dominazioni successive. Importanti informazioni circa la progressiva diffusione del latino si possono trarre sia dagli elementi archeologici che dalle opere letterarie. Apuleio, nelle sue Metamorfosi (II secolo d.C.), cita i siculi trilingue, riferendosi probabilmente al Latino, al Greco e al Punico. Questo e altri documenti testimonierebbero la scomparsa, sul territorio siciliano, delle lingue anelleniche, ad esclusione del Punico. La capillare diffusione del Latino, tuttavia, avvenne in età augustea e nella prima età imperiale, quando la Sicilia, ricca di terre libere e fertili, visse l’inserimento di numerosissimi coloni, soprattutto ex veterani a cui veniva assegnato un lotto di terra come gratifica per il servizio prestato nell’esercito. Precedentemente, la presenza e l’influenza esercitata dai latinofoni, seppur varia (funzionari romani, decumani, immigrati italici, mercanti) era rimasta limitata. Tra il III e il V secolo, alcune iscrizioni sepolcrali presentano ancora una situazione di bilinguismo, con la coesistenza di incisioni in Latino accanto ad incisioni in Greco. La diffusione del cristianesimo, che in primo momento sembra favorire il Greco come lingua dei riti delle comunità religiose, in seguito alla scissione della Chiesa d’Occidente da quella d’Oriente, avvantaggia il Latino. Un residuo del Latino cristiano è l’aggettivo tintu, dal latino tinctus (da tingere, immergere), che si può collegare all’eresia donatista, la quale asseriva che i cristiani che durante le persecuzioni si erano riconvertiti al paganesimo, dovevano essere ribattezzati; opinione contrastante con quella della Chiesa romana, la quale sosteneva il contrario. Alcuni lapsi (cioè “caduti” della fede), prima che la controversia si dipanasse, si fecero ribattezzare, macchiando così, secondo la fede eterodossa, la loro anima. Da qui l’espressione tintu e malu vattiatu, cioè “cattivo e mal battezzato” e l’accezione di “ingannare” che ha assunto il verbo tinciri. La caduta dell’Impero romano d’Occidente, se da un punto di vista socio-economico comportò un notevole impoverimento per la Trinacria, da quello linguistico sancì il rinvigorimento del Latino, che non venne spodestato nemmeno dalla successiva dominazione bizantina (535-827 d.C.), la quale operò un semplice rafforzamento degli elementi linguistici ellenici di origine prelatina. A partire dall’anno 827, iniziò il processo di arabizzazione della Sicilia che diede l’avvio al periodo economicamente e culturalmente più florido e produttivo. L’Arabo che si diffuse in Sicilia non fu quello classico, cioè la lingua coranica, ma con ogni probabilità fu la stessa variante che si diffuse a Malta, isola che visse anch’essa un periodo della sua storia sotto la dominazione araba. Proprio per tale concordanza di influenze lingustiche, è stato grazie al Maltese (dialetto che costituisce una variante dell’Arabo occidentale o Magrebino, appartenente al ceppo delle lingue semitiche) che si sono potuti riconoscere molti arabismi presenti nel Siciliano. L’isola italica, tuttavia, venne invasa non solo dalle tribù arabe (costituite prevalentemente da individui dediti al commercio) ma anche dai berberi, contadini parlanti una lingua camitica con numerose varianti dialettali. L’influsso linguistico dunque non è monoidiomatico ma si svolge su due fronti che non risultano ben distinguibili poiché spesso berberi e arabi convivevano su una stessa porzione geografica. I numerosissimi e approfonditi studi dedicati all’influenza esercitata dalla civiltà islamica sul nostro dialetto hanno condotto all’individuazione di ben cinquecento arabismi, che spaziano dai toponimi (tutti i composti di cala “castello”, quali Caltagirone, Calatafimi, di gebel “monte”, come Gibilmanna, Mongibello, e di rahl “casale” o manzil “luogo di sosta”, ad esempio Racalmuto o Misilmeri) alla terminologia giuridico-socio-economica (tra i tanti, cabella “contratto agrario”, zagatu “bottega del pizzicagnolo”, filusi “soldi”), dai termini agricoli (gebbia, saia, giarra) al mondo della botanica (carrubba, frastuca “pistacchio”, lumia “limone”, milingiana/mulingiana “melanzana”) e della medicina (acciaccu, zafara “itterizia”, attaciato “assetato”). Gli arabismi, specchio di una cultura fiorente e prolifica, sono penetrati in ogni ambito del vivere non solo durante la diretta dominazione islamica, ma anche attraverso lo Spagnolo, con cui i siciliani entrarono in contatto in seguito ai Vespri del 1282 e alla cacciata degli Angioini. Gli arabismi penetrati attraverso lo Spagnolo, tuttavia, presentano alcune rilevanti differenze fonetiche e morfo-linguistiche rispetto ai termini direttamente pervenuti attraverso l’Arabo. L’articolo arabo al, ad esempio, nelle parole che sono state mediate dalla parlata ispanica, si fonde con il lemma a cui si riferisce, aggregazione che non è presente nelle parole che non hanno seguito la trafila Arabo-Spagnolo-Siciliano, poiché i parlanti siciliani riuscivano a percepire la separazione tra articolo e sostantivo. Con il declino della potenza musulmana, la Sicilia (convenzionalmente a partire dal 1061, anche se lo scontro tra Normanni e Arabi durò circa trent’anni) visse la dominazione normanna, sveva e angioina e l’influsso del superstrato definito genericamente gallico e che in realtà è scindibile in un sostrato normanno, in alcuni elementi di derivazione gallo-italica (riconducibili alla presenza di coloni settentrionali di lingua francofona provenienti dal Monferrato e dalla Marca Aleramica) e in un settecentesco superstrato culturale francese. In realtà, ricondurre un termine siciliano ad uno dei tre influssi non è facile, anche se, genericamente, si ritiene che la dominazione angioina abbia semplicemente permesso la sedimentazione e il rafforzamento di quegli elementi fonetici e linguistici penetrati durante la dominazione normanna. Di sicura derivazione normanna sono, tra gli altri,  i termini accattari “comprare”, aḍḍumari “accendere”, ammeri “verso”, ammucciari “nascondere”, broccia “forchetta”, racina “uva”, orbu “cieco”. Con la rivoluzione del Vespro si ha la fine della dominazione angioina e l’entrata della Sicilia nella sfera del dominio spagnolo, con la conseguente influenza del superstrato iberico e l’innesto di parole di origine catalana (lingua parlata a cavallo tra la Francia e la Spagna e assai simile, per alcuni aspetti, al Provenzale più che al Castigliano), penetrate durante la dominazione aragonese, e di termini di origine castigliana (l’odierno Spagnolo), infiltratesi successivamente. Tra i numerosissimi termini riconducibili al superstrato iberico ricordiamo: accanzari “acquisire”, alliffari “lusingare”, carnazzeri “macellaio”, criata “serva”, muccaturi “fazzoletto”, taliari “guardare”, sgarrari “sbagliare”. Con l’annessione al Regno d’Italia, la storia della Sicilia viaggia di pari passo, almeno istituzionalmente, con quella della penisola italica. Già a partire dal ‘500, come abbiamo visto, il Siciliano, che nel periodo aragonese aveva sostituito il Latino negli scritti ufficiali e culturali, va “italianizzandosi” sempre di più e finirà, con il passaggio del suo status da quello di lingua a quello di dialetto, per essere sostituito dall’Italiano. Rimane, degli splendori passati, una fiorente produzione letteraria e una lingua dialettale, o meglio, una lingua regionale sotto la cui bandiera si raccolgono le mille sfaccettature linguistiche dei vari dialetti siciliani, testimonianza di una cultura orgogliosamente poliedrica.

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Bibliografia essenziale:

-Girolamo Caracausi, Arabismi medievali in Sicilia, Centro di studi filologici e linguistici siciliani, 1983.
-Giovan Battista Pellegrini, La Carta dei Dialetti d’Italia, Pisa, Pacini Editore, 1977.
-Giovan Battista Pellegrini, Ricerche sugli arabismi italiani con particolare riguardo alla Sicilia, Centro di studi filologici e linguistici siciliani, Palermo, 1989.
-Giorgio Piccitto, Vocabolario siciliano, vol. I (A-E), Vocabolario Siciliano, 1977.
-Giovanni Ruffino, Sicilia, Editori Laterza, 2001.
-Alberto Varvaro, Lingua e storia in Sicilia, I, Sellerio, Palermo 1981.
-Alberto Varvaro, Vocabolario Etimologico Siciliano, I (A-L), Centro di studi filologici e linguistici siciliani, Palermo, 1986.

 

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