Egitto

Il professore alzò la testa dalla riproduzione fotografica del papiro che stava leggendo non appena l’assistente gli portò il caffè: l’abitudine del caffè pomeridiano, ogni santo giorno, da vent’anni in qua, da quel giorno in cui, vinto il concorso, si era arradicato su quella poltrona che sarebbe stata per sempre (e quel sempre gli suonava proprio bello e musicalmente celestiale nel cervello) sua. Da vent’anni un assistente gli portava il caffè alle quattro del pomeriggio. La sua giornata si sviluppava sempre, tranne per qualche volta in cui doveva cambiare alcuni (piccoli) particolari, nella medesima maniera: lezioni o esami e ricevimento degli studenti la mattina, poi un boccone di pranzo con il giornale, il lavoro burocratico legato alla direzione del suo istituto dalle due alle quattro, il caffè e, finalmente, la lettura dei suoi testi più amati: i rotoli di millenni e millenni d’anni fa.
Oggi il professore ha dovuto cambiare un po’ il suo programma, poiché la fotografia di un rotolo giunto la mattina da Londra l’aveva stimolato alla lettura già subito dopo il pranzo, e così l’assistente lo aveva trovato completamente occupato nella decifrazione del testo religioso che aveva sotto gli occhi.
Preso il caffè, si era stiracchiato un po’, catturato nella felicità della giornata: la foschia, che abbracciava la città e tutti i suoi palazzi in un senso amniotico di requie e di sicurezza ancestrale, il pensiero di un paio d’ore buone di lavoro incollato al manoscritto, e poi, la sera, a casa sua, dopo un boccone leggero per cena, la compagnia dei suoi amici, gli amici più sinceri e più fidati, quelli che, morti oramai da migliaia e migliaia d’anni, lo aiutavano a passare nel miglior modo possibile le lunghe sere d’inverno così come quelle torpide dell’estate, con l’appoggio e l’accompagnamento anche di una colonna sonora approntata dagli autori più nascosti e squisiti del Barocco e del Settecento.
Il papiro lo guardava nella sua riproduzione fotografica: proprio per questo a lui mancava l’odore dei tempi passati e del soffio dello spirito di quegli uomini che avevano trasmesso la loro anima nel papiro stesso. Così andò all’armadio dei testi preziosi per estrarre, e annusare, la polvere dei tempi e la vita degli scribi: non poteva vivere senza il contatto carnale, sensuale, erotico delle pagine incise da segni misteriosi, per tutti, o quasi, ma non per lui, e per pochissimi altri, monaci solitari di una religione fatta di slanci mistici e anche, bisogna pur ammetterlo, di qualche delusione mortificante. Stasera comunque no, non gli bastava solamente l’afrore e la sensualità del rotolo; stasera aveva bisogno del contatto più morbido e, contemporaneamente, più fertile di qualcosa di per lui vivo e caldo, anche se nel gelo di un’anima di pietra.
Lei. Sì, lei: la regina di Menfi, la signora della vallata e dei templi rugginosi di silfio. Da solo a sola; dietro una cortina nel suo studio; solamente lui e lei, che lo guardava con due occhi che mai avrebbero guardato allo stesso modo qualcun altro e che forse (ma ciò era un sogno, per lui) mai avevano guardato così, nemmeno nel passato, qualcun altro: nessun altro uomo (tranne lui) in quel modo. Gli era sufficiente così: una decina di minuti di contemplazione appassionata e mistica della sua statua potevano bastare a riempire il vuoto della sua esistenza e la fiacchezza di quella giornata che non aveva ancora sentito il contatto della sua pelle di ghiaccio.
Così andò a casa: con una briciola di soddisfazione in più, ma senza quella gioia che aveva sperato di trovare nel leggere il papiro che da parecchi mesi aspettava dal suo collega di Londra. Dopo la cena aveva preparato per bene la sua scrivania: la carta, i libri, la lente, la penna e la matita, ma soprattutto il testo che stava leggendo e interpretando in quei giorni: un giuramento d’amore e una maledizione di epoca ellenistica, quando le tradizioni antiche dell’Egitto faraonico si mescolavano con le nuove credenze venute dal settentrione e dall’oriente, nella dolcezza di quei segni alfabetici così differenti da quelli geroglifici che eppure a lui riempivano così tanto il cuore. Un giuramento d’amore che lui non poteva non legare al papiro arrivatogli da Londra, quasi che la benedizione (o la maledizione: il testo non era ancora stato studiato completamente) di Iside potesse mescolarsi con le parole calde d’amore di quella serva dei tempi di Tolomeo.
Un brivido caldo attraversò la stanza, simile ad una stella che passi attraverso una pozza d’acqua. Una specie di solletico lungo la schiena: nel testo tolemaico si ricordava la sua regina, la signora di Menfi… Com’era possibile? A distanza di così tanti secoli? Incubi notturni, brividi di febbre, occhi e cervello che vanno per conto loro e che leggono e pensano ciò che vogliono loro e non ciò che c’è scritto veramente sul papiro. Continua a leggere il giuramento, che, adesso, man mano che procede, da giuramento va facendosi sempre più chiaramente una maledizione (nessun dubbio) e una formula di scongiuro: gli occhi seguitano ad avvilupparsi intorno alle lettere dell’alfabeto greco, che diventano sempre più grandi e smisurate, fino a prendere la forma di geroglifici e a trasformarsi nel gioco stregato di due occhi neri come la pece, di due labbra rosse come dei lamponi e di una pelle fredda come un brivido di magia.

L’assistente gli porta, come il solito, il caffè alle quattro del pomeriggio, ma il professore non lo prende, oggi: guarda con i suoi occhi neri come la pece l’assistente (giovane: ha appena ventiquattro anni. E bello: sembra la reincarnazione di Osiride) che gli chiede, un po’ preoccupato, perché oggi non abbia voglia del caffè. Gli sorride con le sue labbra di lamponi, mentre dietro ad una tendina nel suo studio il suo cervello guarda (oh! con che singhiozzo silenzioso pieno di terrore) la riproduzione fotografica del papiro arrivato da Londra, la guarda attraverso due fessure di pietra che sono oramai diventati i suoi occhi, fissi nel freddo della sua esistenza.

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