Dèmoni e coboldi

Sono dedicate “a tutti gli ironici”, come dire ai ‘tragici sorridenti’, le narrazioni perlappunto ironiche – eppure comicamente sulfuree, soavemente perfide, diabolicamente irriverenti e infine distinte da una levità quasi ariostesca – di Antonio Castronuovo, intitolate Dèmoni e coboldi. Cinquanta novelle canagliesche (Imola, La Mandragora, 2013, pp. 130, € 10).

demoni e coboldi

Nessun lezioso baby-orsacchiotto, coniglio nano, barboncino, criceto, canarino nell’ilare bestiario di Castronuovo: lui non fa come il dandy delle tenebre Edgar Allan Poe, solito a portarsi in spalla la sua neghittosa gatta Cattarina… Ma ecco, primo tra pari e tra numerosi protagonisti e deuteragonisti, eccolo – capofila d’un “bestiario di creature surreali intente a contrastare l’eccesso di ipocrisia del principe degli animali: l’uomo” – l’anziano diavolo Zabatte, ridanciano tipaccio che dalla Borsa Valori di Milano enuncia beffardo i perversi dogmi dello schizofrenico ‘compra’ o ‘vendi’ mercantile.

Ora, seguendo l’allure tassonomica dell’autore, vagoliamo in spazi abitati da un tarlo dei libri, un vivace maggiolino e un Picchio detto Trapano, sfrattato dal suo tronco secco; una “pulce lanzichenecca” nomata Bargello, il “coboldo nero” Zibbadrone, il folletto esibizionista Sgrifùl ribattezzato Tienlodritto e l’elfo eunuco Castrello paragonatosi a un polipo senza un tentacolo; lo scoreggione Peto, terrore delle narici ed esiliato finanche dalle cloache; Rossetto, inquinatore tanto delle tazzine di caffè quanto dei colletti delle camicie dei fedifraghi; il fiorentino Santello, mendicante che fa l’elemosina a se stesso; la medusa Clorinda, mutilata e trucidata sulla battigia dai bambini, nonché Pinna, pesce rosso tratto dalla sua spaziosa vasca e confinato in un angusto boccione.
Prima o dopo un po’, il coboldo Manfrigùl zucchera o sala a capriccio i genitali delle donne; e – orrore! – c’è lo spermatozoo Vaiolo che, smarritosi in un prato ciurmato da coppie in camporella, crede, tapino, di potersi salvare “nell’antro della Candida” (albicans).
Né c’è modo di evitare Penna Nera, cornacchia con manie suicide, quelle stesse dell’uomo, della balena depressa che, dedita al randagismo, va ad arenarsi; o d’uno sconfortato scorpione deciso a trafiggersi col proprio venefico pungiglione.
E che ne è di Verro il porco? Condotto al macello senza che nessun soccorso veterinario possa salvarlo dall’essere sgozzato senza pietà, si vendica degli umani, inesorabili macellatori, lasciando loro in retaggio le mortali dosi di colesterolo della sua ciccia grassa. Condannato a grugnire, il maiale non parla mai con l’uomo, ma, sintomaticamente, dell’uomo: con cui condivide, oltre agli antibiotici, non pochi polimorfismi e gusti… Epperò, adesso chi ce l’ha più il coraggio di mangiare una succulenta rosticciana ai festival dell’“Unità”!?

Poi, quanto malauguratamente!, incappiamo in Abelardo, Spurgo e Chiavica, trinità di dotti dalle idee ‘poche ma confuse’; o incrociamo la diade di asini, cosiddetti sapienti ma pure insipienti, Scienziato e Teologo, baroni attaccati alla loro rassicurante cattedra-greppia come gli stolidi somari che sanno di essere.
Un po’ timidi, un po’ protervi si mostrano, intanto, Acuto, insetto che col suo pungiglione erto trafigge i glutei d’un rettore spaparanzato in cadrega; il “verme magro” Stracchino che, annidato sotto l’altar maggiore della cattedrale di Carpi, si sostenta con le briciole scagliose delle ostie; il sorcio Aurìcolo nato dentro il corpo di un’annegata, il quale, preso alloggio nell’abitacolo d’un prete confessore e costretto a sentire i penitenti snocciolare i peccati della carne, perora le superiori delizie del formaggio; il malinconico quantunque rinomato amatore Mandrello, alfine ristucco del sesso facile e della fama goduta presso le lussuriose di lui curiose; la sirena canora Taraghegna, atavico mito sensuale con sguazzante coda di pesce, maliarda dai capelli d’alga dorata che, dopo avere precipitato in fondo al mare taluni molesti naviganti, finisce per accasarsi con l’attempato marinaio Callisto somigliante non certo all’Odisseo sordo alle lusinghe sireniche, bensì al dio del mare Nettuno.

Non ultimo s’avanza il dèmone Tecno, che per manifesta incapacità di svolgere la sua mansione di tentatore, viene dal gerarca infero Ducifer esiliato dal mondo e spedito a sorvegliare i dannati dell’Ade. Corrusco luogo, l’inferno: sia di pena per le sterminate colonie dei reprobi, sia di eterna rissa fra i diavoli. E sono botte da orbi fra Alichino e Calcabrina, Scarmilio e Malabolza. Presto si dà piglio alle armi, no improprie sì proprio proprie e ‘bianche’: stiletti, pugnali, sciabole, trincetti, spade, rasoi, scimitarre, baionette, roncole, ecc. Così Malabranca si ritrova inchiappettato dal fioretto d’un Rubicastro spadaccino, mentre Barbarizza e Farfarello s’accecano vicendevolmente a colpi di  punteruolo. Intanto che Ciriatto decapita Draghignazza e Calacrasso perfora il cranio di Stizzaferro.
Dapprima sconcertato da tanto scompiglio, Belzebù assiste in silenzio all’indecorosa pantomima di sangue; ma poi, indignatissimo, con un formidabile soffio dei suoi polmoni soprannaturali disperde per l’universo mondo i deformi brandelli e le frattaglie dell’intera legione infernale.

Tratte dall’esposizione di zoologia ibrida intensivamente arredata da Castronuovo, forse non starebbero troppo a disagio nel ‘serraglio morale’ del Satana-Woland d’un Michail Bulgakov (cfr. Il maestro e Margherita, 1966-’67) le allegoriche, mimetiche creature talora antropomorfizzate, talaltra metaforizzate dall’autore in sigilli, emblemi o stemmi del degrado: creature ognuna inquietante, nessuna alfine innocente, descritte con vero esprit de finesse da uno dei più valorosi critici che, nell’inedita veste di affabulatore, vuole ricordarci come non sia soltanto l’homo l’unico soggetto impropriamente sapiens.

© H. Bosch, Inferno, 1510

© H. Bosch, Inferno, 1510

 

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