Dal bacio che non c’è all’amore in ogni sua forma

Amore: divino, profano, mitologico, umano; riflessione ispirata dall’intervista allo storico dell’arte Giuliano Pisani

Dopo un bellissimo colloquio virtuale con Giuliano Pisani, ho pensato quanto prezioso sia l’amore narrato nelle pagine delle opere della storia dell’arte.

Assieme al professore, esperto di filologia classica, abbiamo ripercorso i vari temi connessi all’amore: quello per la conoscenza (la filosofia), l’amore umano e divino, come li ha descritti nel suo libro I volti segreti di Giotto, Rizzoli 2008, e in numerosi articoli pubblicati negli Atti e Memorie dell’Accademia Galileiana di Scienze, Lettere ed Arti, nel saggio sulla Fornarina di Raffaello (Studi di Storia dell’Arte) e nel recente romanzo intitolato Raphael, la cui uscita coincide con il 500° anniversario della morte del grande artista urbinate.

 

Il professore ci ha condotti virtualmente per mano dentro la Cappella Scrovegni, mostrandoci come la sequenza dei vizi e delle virtù segua la concezione teologica di Sant’Agostino (un’intuizione che ha rivoluzionato la lettura del capolavoro giottesco) e sia la chiave per aspirare alla serenità terrena e nutrire la speranza di essere accolti in Paradiso. Le sette virtù (prudenza, fortezza, temperanza, giustizia, fede, carità e speranza) sono la medicina di cui l’umanità si può servire, se lo vuole, per superare gli ostacoli frapposti dai vizi (stoltezza, incostanza, ira, ingiustizia, mancanza di fede, invidia, disperazione).

L’amore è la chiave universale, che accomuna tutte le religioni. Ne era convinto anche il sultano moghul Akhbar, morto nel 1603 dopo cinquant’anni di regno. Pisani ne fa uno dei protagonisti di Raphael.
Il sultano cercava la via di un sincretismo religioso che ponesse fine alle contese e alle guerre religiose. A questo scopo riuniva a corte esperti delle diverse confessioni religiose per identificare gli elementi comuni su cui poter costruire un mondo di amore e di pace.

L’elemento comune a tutte le religioni è dato dagli angeli, presenti nel cristianesimo, ebraismo, islamismo, ecc. Nel romanzo ogni esperto si esprime in merito: l’induista Farrooq Layapurna li chiama Deva, “che significa luce, perché essi sono costituiti di luce e emanano luce”, per il musulmano Fayzi sono “creature di luce, fiamma purissima”, e il rabbino” Barach li definisce “specchio e prisma della luce di Dio”. Di angeli e arcangeli parla anche l’esponente della cultura religiosa mazdeista.

Il tema della potenza d’amore ritorna nella storia di Amore e Psiche, narrata da Apuleio nel cuore del suo romanzo Le metamorfosi. Il dio Amore, vinto dalla bellezza di Psiche, cessa di essere lo scavezzacollo temuto dagli stessi Dei e si trasforma in un giovane gentile e premuroso.

Raffaello affrescò la storia a Villa Farnesina e Antonio Canova ne diede un’interpretazione sublime nel complesso intitolato “Amore e Psiche giacente”, capolavoro della scultura neoclassica di cui esistono due versioni originali, una al Louvre e una all’Ermitage.

Il professore ci informa di un errore di valutazione nell’interpretazione del gesto di Amore, da sempre interpretato come il momento in cui Amore, con un bacio, richiama alla vita l’amata.

In realtà non c’è alcun bacio.

Secondo quanto narrato da Apuleio, l’episodio si inquadra nell’ultima prova assegnatale da quella che io spesso goliardicamente definisco con i miei alunni “un mostro di suocera”, alludendo all’omonimo film.

La prova consiste in questo: la sventurata fanciulla deve riportare dall’inferno a Venere il vaso, che le era stato detto contenesse la bellezza di Proserpina, la regina del Regno dei morti, mentre racchiudeva i mali del mondo; Venere, sicura dell’indole curiosa della ragazza le aveva dato un’informazione errata sul contenuto del vaso sapendo che non avrebbe resistito, al ritorno dalle viscere dell’inferno e in vista del momento dell’incontro con l’amato, alla tentazione di aprirlo, cosa che accadde e Psiche piombò in un sonno mortale.

Il momento rappresentato nel bellissimo complesso scultoreo dell’artista trevigiano è l’attimo del risveglio che non è avvenuto attraverso un bacio, ma grazie al potere del dio di usare l’amore come fonte di vita. Non un bacio dunque richiama Psiche in vita, ma la puntura di una freccia d’oro.

Questa interpretazione sembra allontanare il velo romantico che aveva adombrato una verità semplice, che è sempre stata sotto gli occhi di tutti: il professore ci invita infatti a osservare il retro dell’opera, che era progettata su un sistema semovente e quindi sapientemente studiata per essere osservata da tutti i punti di vista.

Accanto ai polpacci di Amore si trova la faretra e il vaso è stato già richiuso da Amore e a fianco all’anfora una freccia adagiata a terra è la prova tangibile dello strumento miracoloso adoprato per il risveglio.

Se questa consapevolezza ci porta una delusione dovuta alla perdita di un momento romantico che tanto ci aveva fatto vagheggiare, soffermiamoci sul particolare che era stato ignorato: lo sguardo dei due amanti, dove Canova scolpisce l’amore.

Le braccia con cui Psiche vuole cingere l’amato sono quelle di chi lo vorrebbe tenere con sé per paura di perderlo nuovamente.

Lo sguardo di Amore è quello di chi ha ritrovato la propria amata, la propria Anima, perché Psiche in greco vuol dire anima: l’amore ridesta dai mali del mondo la nostra Anima.

Lo sguardo è il riconoscimento di due anime, la forza che si trasmette all’altro da sé senza contatto, puro.

L’assenza dello sguardo tra i due amanti indica la mancanza dell’intesa, della riconferma del non io che diventa io, in un dualismo fichtiano senza fine, quel duo che era uno situato nello sguardo.

Se l’amore nasce dalla mancanza, la fine di un amore nasce a sua volta dalla mancanza dello sguardo; molte separazioni e incomprensioni nascono oggi proprio dalla tendenza a non cercarsi negli occhi dell’altro: questo i filosofi lo sapevano, noi forse lo abbiamo dimenticato.

La scena dell’ultimo sguardo è la stessa di molti film d’amore e avventura in cui l’eroe saluta l’amata come Ettore fece con Andromaca.

Dallo sguardo di Amore si passa allo sguardo della Fornarina, che incarna entrambi i concetti di amore, sacro e profano, sacro in veste di sposa e profano in veste di nobile donna e amante del pittore Raffaello.

La Fornarina ci induce e seduce, induce alla riflessione e seduce con il suo sguardo accattivante.

Il professore ci informa che Fornarina non è il vero nome della donna, ma l’uso di fornaia nel significato metaforico di prostituta: nella mente di chi ha creato tale soprannome, quella ragazza discinta doveva essere una giovane prostituta.

L’ideale femminino spesso riconosciuto nelle opere del grande pittore urbinate si tinge dei toni puri delle madonne e dei più sensuali delle donne carnali, in quanto l’amore come detto sin dal principio è ideale, religioso, sacro e carnale, profano, concreto, ecc.

Questo molteplice aspetto dell’amore Raffaello lo lascia evincere dalle velature, linee delicate che rievocano la madre perduta nella dolcezza delle pose e dei profili delle sue Madonne nella loro sacralità e dalle forme materialmente voluminose e tangibili dei seni dell’amata Fornarina in tutta la loro carnalità. Persino l’amata si veste da sposa come emblema dell’amore spirituale nella Velata e si denuda agli occhi dell’amato nella Fornarina.

L’amore trascende le religioni, non ha età, non ha fazione politica, non ha limite carnale, l’amore per la vita, per il proprio mestiere, l’arte ci forgia e ci plasma; se arde dentro noi può essere trasmesso dallo sguardo di una statua, di un quadro, di una persona amata, dalla lettura di un verso, di un brano: ci rende vivi hic et nunc, ora e adesso.

Gli artisti conoscono questa incontrovertibile verità: ognuno di noi ha un carpe diem da giocare e difendere nella battaglia contro il tempo, che possiamo vincere solo con l’amore di cui lasciamo la traccia nell’anima di qualcun altro, ma è nullo se non sappiamo coglierlo, vederlo.

Esso ha mille forme: amore filiale, amicale, carnale, spirituale, materno, paterno, fraterno, … umano e divino.

L’amore dato e ricevuto è la ricchezza di chi lo ha colto.

Cogliete lo sguardo, trovate la virtù per raggiungerlo e tenetelo stretto come una firma imprigionata in una tela che manifesta la paternità e la vostra esistenza.

Vi allego il link dell’intervista per invitarvi al simposio virtuale che ha animato e ispirato le mie parole:

 

Ombretta Di Bella