Ci sarà allegria anche in agonia? (Oltre i confini: la solitudine)

 

“Non a tutti è concesso di sognare e soprattutto di costruirsi un mondo che rifletta tali sogni”. Una divisione lacerante. Vite che si muovono ai margini e che rappresentano un pericolo per la sicurezza di coloro ai quali è concesso sognare.  Siamo noi persone comuni alle quali stanno togliendo anche solo la libertà di immaginare una vita diversa. Eppure le vetrine luccicanti, le immagini in tv, lo show che “deve” andare avanti sembrano ancora riflettere una luce sfavillante sulla realtà. Benessere, intrattenimento, consumismo, spettacoli, desiderio, tutto deve concorrere a rimbambirci, a toglierci lucidità e quella visibilità che possa poi darci voce. Cittadini marginali, relegati nelle periferie del mondo, nelle periferie dei discorsi politici, nelle periferie delle decisioni che purtroppo contano, cittadini di periferie reali e periferie della mente. È sulle stratificazioni sociali, sulle contrapposizioni, che si costruiscono gerarchie. In molti vivono in zone d’ombra, nascosti ed occultati ad un semplice sguardo di superficie, rappresentanti di realtà periferiche, fatte di paura, incertezza, di ignoto e di incubi. Sono gli emarginati, i drop-outs, gli esclusi dal sogno. Si tende sempre più alla ghettizzazione, all’occultismo, all’opposizione tra felicità e voragini di povertà,  degrado, assenza di prospettive, solitudini. Non vi è compresenza, incontro. Un racconto esemplificativo potrebbe essere quello biblico della costruzione della torre di Babele. Gli uomini peccando di Hýbris sfidarono Dio costruendo una torre fino al cielo. La punizione fu la confusione delle lingue e il caos. Dio dunque, disintegrò  quel popolo unico e integrato, pur essendo formato da tribù e gruppi diversi, trasformando quella diversità da risorsa in maledizione. Gli uomini non erano più in grado di comunicare e da un rapporto di cooperazione passarono a un rapporto di conflitto. La società si disintegrò e la torre si spezzò. Quella torre incompiuta può essere presa come simbolo di quel processo conflittuale che ha condotto alla disintegrazione, a causa di diversità incapaci di accettarsi. Come può sopravvivere una società fondata sulle diversità, se tali diversità non vengono messe in condizione di coesistere, a partire proprio dalle distanze fisiche e dalla segregazione in nuovi ghetti? Siamo passati da una società integrata costruita sull’opposizione tra dominanti e dominati ad una società segnata dalle distanze tra quelli che sono dentro e quelli che sono fuori. Una società definita da frontiere. I suoi abitanti si scontrano, si guardano, restando però sconosciuti e lontani. Ancor meglio è riuscire a vivere senza vedere gli altri. Foucault afferma che “lo spazio non è qualcosa di morto, fissato, immobile, ma è elemento fondamentale in ogni forma di vita pubblica e in ogni esercizio del potere”.  Persone che nascono e crescono  in contesti di degrado, marginali, alle quali viene tolto sempre più lo “spazio” fisico, di scelta, di pensiero è naturale assumano atteggiamenti di insoddisfazione, passività, inattività, che nel peggiore dei casi degenerano in violenza e odio. Immagino la società rappresentata da un essere umano, con una testa che funge da fortezza e luogo delle decisioni, la pancia come piazza luogo centrale di incontro e crocevia di persone, e un cuore luogo di riflessione e di sentimenti. Ebbene oggigiorno in  ogni società quello che prevale è la testa, la ragione non dei “pensatori”, ma di chi detiene il potere delle decisioni, di chi in una piazza non c’è mai stato, di chi i sentimenti e la dimensione spirituale di intere comunità non li considera neanche. Noi vincenti VS loro perdenti. Ci marciano e ci mangiano su questa opposizione, facendone la base di una politica di controllo e repressione. Chi non è in grado di raggiungere un certo status, chi è tagliato fuori dal benessere, chi non ha risorse economiche o culturali adeguate è un emarginato. Chi esce fuori dal coro dei potenti è destinato al silenzio. Chi è ambizioso perché sognatore o perché semplicemente crede di meritare un posto di lavoro perseguendo un diritto, quello al lavoro, è un choosy, fuori dalla realtà. Chi ha investito nello studio è un emarginato. Chi lotta per dei valori è un emarginato. Il povero disperato è un emarginato. La ragazza madre è un’emarginata. Chi subisce violenze è emarginato. Chi non fa parte di una casta, chi non si può permettere una raccomandazione, chi non ha fortuna, chi non rientra nelle grazie delle decisioni politiche, chi è un semplice uomo comune, chi non si piega a certi meccanismi, chi non calpesta gli altri per farsi spazio, ognuno di questi è un emarginato. Robert Castel parlava del ritorno delle classi pericolose che originariamente erano costituite da gente in eccesso, escluse e non integrate, cui il progresso economico aveva tolto ogni utilità funzionale. Oggi queste classi vengono etichettate come non idonee ad una reintegrazione in società e come non assimilabili in quanto sarebbe impossibile renderle utili. È questa una condizione che non prevede possibilità di riemergere, è una condanna a non essere riconosciuti, approvati. Ciò che i luoghi del potere tendono a fare (e per essi intendo mass media, politica, istituzioni) è occultare queste realtà, spazzarle via con il silenzio, con il gioco del parliamo d’altro, di tutto ciò che è inutile e superfluo, dei nuovi amori vips, dell’ultimo modello cellulare, dell’ultimo scatto che ha fatto scalpore. Trasformano la politica in pura e semplice opposizione, scontri, in litigi mentre le soluzioni ai problemi diventano sempre più lontane. Si parla di tutto non si parla si NOI. L’occultamento crea ghetti, intolleranza, barriere. Creare barriere è la soluzione più semplice perché permette di occultare ciò che è imprevedibile, complicato, incerto. La propensione a segregare, a escludere,a  ignorare le realtà delle periferie nasce anche dalla paura delle persone comuni ad approcciarsi ad un mondo così complesso, che scalfisce la serenità personale. Tralasciando i centri del potere è a partire dalla gente comune che la pratica dell’occultamento è utilizzata come metodo di isolamento e di individualismo fuggendo dall’impegno sociale. La marginalità e le perifericità di talune esistenze possono essere descritte più semplicemente come condizioni di solitudine e isolamento che vanno ascoltate, comprese, aiutate, fatte emergere. Reciprocità e riconoscimento degli altri, questi i cardini di una società onorevole rappresentata da istituzioni e politici onorabili. “L’onore presuppone un individuo che veda se stesso sempre attraverso gli occhi degli altri, che ha bisogno degli altri per la propria esistenza, perché l’immagine che egli ha di sé è indistinguibile da quella presentatagli dagli altri” (Pierre Bourdieu). L’onore non è un’etichetta da appiccicarsi, l’onore è un riconoscimento che ha bisogno del sostegno costante dell’intera società. Detto questo, quanti sono i potenti che ci rappresentano e che per noi prendono decisioni, ai quali riconosciamo questo titolo. A chi tra i lettori la risposta?

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