L’arte povera di Guido Ceronetti

il teatro dei sensibili

Il Teatro dei Sensibili nacque nella casa di Albano Laziale. Un pianterreno privo di termosifoni dove lui e la moglie, Erica Tedeschi, hanno lavorato dal 1970 per undici anni fino alla loro separazione. Non immaginando certo “un futuro di tournée per pubblici diversi, di quelle scene di pura creazione familiare”. Erica disegnava i pupazzetti e le scenografie e lui recitava a soggetto, senza copione, fino “a fare una ventina di voci per un solo spettacolo”.

   Ad Albano Laziale venivano a trovarlo gli amici dell’Espresso: Nello Ajello e Livio Zanetti con la consorte; Sergio Quinzio, la pittrice Linuccia Saba, figlia del poeta triestino. Gli erano stati presentati dal critico Paolo Milano. Finito lo spettacolo, vecchi dischi,“racimolati in sagre di paese”, accompagnavano con il loro sottofondo la cena rigorosamente vegetariana offerta dal padrone di casa: mele cotte, tè verde, karkadè (specie di pizzette con mozzarella e pomodoro) e biscotti noti come “i crumiri di Casale”.

   Della sua “arte povera” Guido Ceronetti parla con Dario Fertilio, che nel 2010 lo intervista per il Corriere della Sera – altro quotidiano, dopo La Stampa, sul quale il poeta torinese ha pubblicato “colonnine” e racconti, punti di vista sempre originali e controcorrente su fatti dell’attualità, spesso spiegati in chiave onirica. Nel modo cioè, tra gli scrittori viventi, che a lui riesce meglio di tutti.

   Parla delle sue marionette, che nel Teatro dei Sensibili hanno avuto vita breve. Quattro anni soltanto: dal 1987 al 1991. Ma che non hanno mai smesso di dargli fiato. Poi, teatralmente, Ceronetti ha voluto impoverirsi ancora di più; e non essere altro che suonatore d’organo di Barberia. Quando diventa artista di strada è già “una vecchia marionetta che in scena sbanda”. Questo racconta a Fertilio: nel giardino della casa di Centona, circondato di discepoli “come un filosofo greco”.

   Niente applausi alla fine dello spettacolo. Il pubblico può esprimere gradimento o delusione mettendo un bigliettino nella buca all’uscita del teatro. Perché – spiega lo scrittore torinese – una volta usciti dalla loro funzione, una volta scomparsi, “richiamare in scena gli attori è antiteatrale e il pubblico va educato a non farlo”. La passerella, la sfilata lasciamola fare ai deliranti dell’Opera.

   Per le buche – depositarie di lettere, cartoline come messaggi di cultura – aveva antico amore. E La buca del tempo s’intitola una sua mostra a Roma di cartoline illustrate – altra sua passione: adornarle con una scrittura da graffito e spedirle.

   In un articolo del 2007 su Tuttolibri elenca i libri letti e riletti: il Voyage, Germinal, tutto Kavafis, tutte le poesie di Mallarmè, il Jekyll, La linea d’ombra e Tifone, la Bovary, il Brulard, I Promessi sposi, Mastro don Gesualdo. Autori molto amati sono stati Wells, “grande creatore e interprete di moderni miti”, e Francoise Furet, “pensatore di storia concettuale: un vero maestro, quando si serve della parola scritta, non ti fa perdere tempo”. Con il suo libro capolavoro Penser la Révolution Francaise, del 1978, “ha portato luce nel buio fermentante delle ideologie”.

   Sulla Stampa, nella rubrica Altrove, segnalò verso la fine del 2005 la lettera alla moglie inviata da un poeta castigliano dal carcere di Madrid dov’era rinchiuso. Morì in un altro carcere, ad Alicante a soli 32 anni. E vedeva la sua testa sporcata dai topi, invasa da pidocchi, cimici e pulci: il “parco zoologico” in cui era costretto a vivere. “Quanto vale poco un uomo, – scriveva alla moglie – se perfino i topi salgono a insudiciare la terrazza dei pensieri”. Questo poeta, tra i più puri della lirica spagnola, si chiamava Miguel Hernandez. Era un soldato della libertà morto nelle carceri franchiste nel 1942.

   Guido Ceronetti ricorda con piacere due venditori ambulanti di libri della sua Torino. Uno – Luciano Tricerri – aveva chiosco in piazza Carlo Alberto dove intorno al ’60, nei giorni in cui Céline stava per morire, acquistò l’edizione prima del Voyage. L’altro – l’anarchico Ilario Margarita – vendeva libri di fronte alla Questura in corso Vinzaglio, sotto i portici.

   Schopenhaueriano e celiniano sino al midollo, Ceronetti. Vede il futuro come un oceano di solida tenebra, senza fondali, dove non c’è speranza di essere ripescati. E qui cade a taglio la sua polemica contro l’insegnamento della storia “non più per blocchi, ma in brandelli, un pezzo qua, uno là”. Lo ritiene un modo per sradicarci dal passato. E chi fa questo opera per il male, per un futuro depurato d’ogni memoria e di disperazione senza limiti. Non solo il passato, anche la lingua italiana viene presa a schiaffi. Fa notare Ceronetti che il comunissimo verbo incominciare sta scomparendo dall’uso: “il verbo iniziare da un certo tempo regge l’intero carico, e ne derivano incongruità e brutture”. Perché il logos contagia più del colera, dice.

   Quando questo filosofo dilettante posa lo sguardo sull’Italia dice che la perdita di terreni agricoli e di spazi liberi per promuovere edilizia a tutti i costi è stata una sconfitta spirituale. Se gli chiedi della crisi di oggi, di come se ne esce, ti risponde che bisogna far riposare la nostra mente sconvolta dalla nevrosi ossessiva originata da parole come crescita, tornare a produrre, investire capitali. I soldi che hai guadagnato, ti dice, sono per la Banca. Che “li impiegherà domani per appesantire lo smog di Pechino o di New Delhi o per trapiantare dopodomani in Moldavia una fabbrica lombarda”: per dare lavoro e cattiva salute a un popolo già malsano. Se gli chiedi di Berlusconi, la sua risposta è che non per le televisioni lo teme, ma per i danni che il suo liberismo spudorato reca al paesaggio e all’ambiente, per “l’immolazione di ogni resto di bellezza all’idolo impresa”.

   E se gli chiedi dell’Expo 2015, ti dice che era meglio l’avessero regalata a Smirne in gara con Milano per aggiudicarsela. Perché di scempi urbanistici, in oltre mezzo secolo, il capoluogo lombardo ne ha patiti abbastanza. Gli effetti sinistri della pressione cantieristica per Ceronetti sono imprevedibili, e uccidono anche a distanza. La Fiera di Milano – ci dice – “è vista esclusivamente da tutti come affarone, e avere come motore e fine dichiarato il denaro è poggiare sul Nulla, sul vento che ha fame”.

   Ritiene il Novecento di un interesse filosofico e umano enorme: perché è stato empio, demente, atroce. Ma il nuovo secolo com’è? E cos’ha di nuovo? Forse sono le parole di Wells a influenzarlo. Nel 1896, nel momento della precedente transizione da un secolo all’altro, Wells si poneva la stessa domanda. Profetica, visti gli orrori del Novecento, la sua risposta: “Mi sembra che in tutti l’animalità stia per avere il sopravvento”. Più o meno identica è la risposta di Ceronetti, che vede la degenerazione psichica dominare la fine del nostro secolo: e basta guardare i marciapiedi delle metropoli, da sempre “brulicanti campi d’osservazione psichiatrica”. Ecco la novità del Duemila. La novità della transizione da un secolo all’altro che abbiamo anche noi vissuto: la malattia dell’anima diventata “epidemica e più cifrata”. E che si è fatta – questo, purtroppo, il vero guaio – “governo mondiale”.

(Parte II – Seguito a Ceronetti, luce in tenebris, del precedente numero di Lunarionuovo – Fonte non citata in questa nota: Nello Ajello, la Repubblica)

 

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