Bernardetta, Benedetta, e Mallkuare Kokë I Rròçki. La Stimmung di Marisa Aino con Samuel Beckett

 

aino

| a V.S. Gaudio |

 

Certo che ricordo che

rientrare a notte

al tetto

illuminare

senza che ci fosse la luna

spegnere vedere

la notte vedere

incollato al vetro

il viso che poi in shqip

la mirlitonnade di Beckett

faceva

kthehem

natën

të çati

të ndriçhem

për të shuar shoh

e natë shoh

ngjitur[i] qelqi

i fytyrë[ii]

e tu a ridere come se

fossi Bernardetta La Froscia

solo che non ero… tutto sommato

tirate le somme

mi dicevi un quarto di Bernarda

sarebbe una Bernardetta

e quanti quarti d’ora?

mi chiedevi come se fossi Lucrezia Borgia

in quel suo quarto d’ora alla Biblioteca Malatestiana

di Cesena dove senza contare i tempi morti

quando te ne andavi a spasso in via Zeffirino Re

in capo al tuo meridiano ero sempre il tuo

maledetto oggetto “a”, d’accordo l’estremo

limite del niente solo nella tua testa

ma tu mi prendevi per il cravattino

che avevo ragazzina e ascoltavi

le parole congiungersi

alle parole

senza una parola

i passi

ai passi uno a

uno quando mi guardavi

passare per la piazza della

verdura e dei peperoni

quello, solo un passo, mi avresti detto

mezzo giro e bagliori limiti

della navetta piuttosto immagina

se questo

un giorno questo

un bel giorno

ce ne stavamo a toccarmi sul

lungomare un bel giorno

imagjino në qofté[iii] se ky

një[iv] dytë ky

një bukur ditë

imagjino në qoftë se një ditë

një bukur ditë ky

të pushonte[v]

allora mi tenevi dapprima

sul piatto sul duro

la destra

o la sinistra, la tua mano

non importa, mi sussurravi

dillo, Benedetta, di piatto

sulla destra, non sono una Froscia

né Benedetta, la cugina, né Bernardetta,

e allora perché dovrei dirtelo

di piatto sulla sinistra

prej sheshtë mbi e màita

à plat sur la gauche

avrebbe scritto almeno sei anni

dopo Samuel Beckett, ou la droite

n’importe

sur le tout

la tête

mbi  tërë

e kokë

mia maledetta testa di cazzo

questo ti dissi un giorno

e me ne stavo andando

e tu a ridere sabato riposo

e io basta ridere

da mezzanotte

a mezzanotte

vai a farti fottere da quella

Benedetta La Froscia

Kokë i  rròçki[vi]!

 

 

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[i] │gj│ha un suono intermedio tra “gi” e “ghi”.

[ii] La │ë│ è semimuta. La │ç│si pronuncia “c” di cibo, cena. La │y│è come la “u” francese. O, al limite, la “ü” tedesca se non lombarda.

[iii] La │q│ha un suono intermedio tra “ci” e “chi”.

[iv] │nj│come la “gn” di “cognome”,  “gnocco”.

[v] │sh│come la “sc” di “scemo”.

[vi]Rròçk│, in arbëresh, è “cazzo”, che non si può dire e nei dizionari postmoderni di arbëresh dicono “pene”, “organo genitale maschile”. Ma sta anche per “idiota”. Di suo, rroçkarjèl, che sembra più carino quasi un vezzeggiativo, sta per  “imbecille”, “stupido”. Cazzone, no?

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