Alice Lolita e Margherita

“Non a tutti è dato cadere
come una mela ai piedi altrui”
S. Esenin

Le porte delle pagine possono essere piu’ o meno aperte: quando sembrano muoversi tra la realtà della vita e la realtà dell’arte, il lettore si trova nel bel mezzo della corrente creativa: salto acrobazia respiro… tra le maglie allentate dell’opera a sbirciare l’officina. “Una brezza del paese delle meraviglie aveva cominciato a influenzare i miei pensieri, e ora essi sembravano in corsivo, come se la superficie che li rifletteva fosse increspata dal fantasma di quella brezza”[1. V. Nabokov, Lolita,La Biblioteca di Repubblica, Roma 2002, p.133.].
Il metatesto ci consegna insomma la creazione artistica ancora avvolta nel palpito che l’ha generata, dalle mani ancora sporche dell’autore (colore o sangue che sia). La forma metatestuale è l’abito (che fa il monaco) di lavori attraversati da una febbre di contatto tra arte e vita, sete di dialogo e fame di corrispondenze, come simultanee premesse di una visione lucidamente spietata e luminosamente fantastica. Le crepe metatestuali fanno da specchio a quella “realtà” che non esiste piu’ se non come forma di frantumi, ma che può, proprio attraverso l’occasione dell’arte, ricomporre la sua inedita costellazione di senso, e la sua gioia di esserci.
“Alice Lolita e Margherita” pare dunque la formula magica femminile per evocare sulla scena dal backstage spettral-fiabesco il gioco dell’identità letteraria: la figura, che emerge continuamente increspata dagli spifferi della pagina, è un fluttuante mosaico di toni sul fondale mobile del testo, realisticamente costruito, satiricamente graffiato, fantasticamente acceso. “Due occhi fissarono Margherita. Il destro, con una scintilla d’oro in fondo, avrebbe frugato qualsiasi anima, il sinistro, vuoto e nero, una stretta fessura di carbone, come un passaggio per il pozzo senza fondo di tutte le tenebre e le ombre”[2. M. Bulgakov, Il Maestro e Margherita, BUR, Milano 2000, p.314.]. Nel gioco di specchi-pozzi-passione tra figura-creatura e figura-creatore la vera posta in palio è la fragilità e l’incanto dell’identità di carta (o di pixel, come nel film S1mOne di A. Niccol, 2001): “[…] una creatura mia, una Lolita di fantasia forse ancor piu’ reale di Lolita”[3. V. Nabokov, Op. cit., p.64.]…
Anche le maglie dei versi possono filtrare la luce e il soffio della reciproca creazione: nella poesia Accanto a un bicchiere di vino, W. Szymborska esprime con grato slancio lirico il dono di una consistenza psicologica rinnovata dal rispecchiamento amoroso, ma è come se ricambiasse questo regalo identitario  proprio attraverso la parola poetica: ala di stupore sospesa sul Nulla a immortalare quello stesso amore. “E ballo, ballo/ nella pelle stupita, nell’abbraccio/ che mi crea”[4.  W. Szymborska,  Accanto a un bicchiere di vino, da Elogio dei sogni, Corriere della Sera, Milano 2011, p.23.]…
La parola che ha impresso questo vortice creativo scavato nella vita, imprigiona e libera sopra le righe la meschinità, la malattia e il miracolo dell’esistenza; la trama narrativa ricrea dal vivo la fitta ragnatela diabolico-provvidenziale di occasioni e coincidenze, dove quello che (ac)cade (il caso) si fa incandescente calamita di senso tra noi e il mondo, noi e gli altri. Così, in una parola, la grigia e ghignante, nonché burocratica e psichiatrica, casualità del vivere, viene trasfigurata in rutilanti parabole infernal-fiabesche, dove parole-scie di luce e parole-impronte di voli e cadute, segnano e sognano i confini incantati delle crepe interiori. “Continuo a sfogliare questi infelici ricordi e a domandarmi se proprio allora, nello scintillio di quell’estate remota, abbia avuto origine la crepa che percorre la mia vita”[5. V. Nabokov, Op. cit., p.15.]… L’effetto dell’incessante moto linguistico luminoso è intrinsecamente cinematografico: la musicale meraviglia metamorfica è catturata dal capolavoro disneyano Fantasia (1940), e non è un caso che ad est la storia di Cenerentola, attualizzata nel film Zoluška di N. Koševerova (1947), divenga la metafora della possibilità di metamorfosi sociale ascendente; mentre ad ovest registi del calibro di Kubrick e Allen ci renderanno in incantevoli beffe artistiche i paradossi e le smorfie del destino e della società.
Nel mondo, calderone senza coperchio, che tende a soffocare la creatività, a dispetto delle magie tecnologiche, delle fabbriche di sogni televisive, dei reality come ecolalie del peggio della realtà, l’arcobaleno letterario di Alice Lolita e Margherita evoca la possibilità di salvare le pagine bruciate della vita, a costo di fare un patto col diavolo…
Non è l’inferno, ma un arcobaleno di fiaba e fuoco: colonna sonora della possibilità di essere, amare, scrivere… nonostante tutto.

© P. Picasso, Il sogno, 1932

 


 

 

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