Visita al castello (2)

castello sforzesco

Frattanto il passo svelto e digrediente già valicava la callaia fra le rugginose sbarre e le loro cupree ossidazioni, coaguli d’aurora sgrondati dagli squarci del cielo arrubinato tra sulfurei sprazzi, straziato dalle digrignanti guglie nel suo miracoloso avvoltolarsi, come un lembo dell’azzurro, sul dirupo dell’orizzonte. Limine nostro, quest’ultimo, né reale né puramente immaginario, ché come l’equatore della cilestre sfera è piuttosto oggetto di ragione, arco sotteso dallo zenit nell’iperuranio del pensiero, semmai impossibile quanto ogni istante del suo darsi.[1. Già, per il ritardo puerperale (l’altisonante divinità della distanza: cosa per l’estasiato nous dei matti) che la coscienza come una pendola sgangherata sconta rispetto alla beanza o eventualità  del mondo; ciò che, mi si perdoni codesto lambiccare, con gnoseologico calambeur si direbbe dramma del ripresentare prima d’ogni logico rappresentare.]
Traversandolo comunque con tutti i paradossi della ancilla theologiae, il cammino figurava lievemente acclive sì d’appressare con sorpresa e repentino scansare delle fronde, quasi un inchino, innanzi al sardanapalesco spiccare del turrito fortilizio. Nella perlacea lucerna dell’autunno, qua e là ragnata di cirri sbrindellati, la ducale architettura si parava allo sguardo con alterigia tale da invitare, in quel primo acchito, ad arrovesciarsi sul percorso ambage. Uno slargo ammantato di grumi di catrame separava ancora quello slancio d’assediante dalle ombrifere propaggini della muraglia e, rammentando forse l’antica vista di brughiere e boschi, permetteva dal cucume delle bituminose falde di trovarsi su d’un eufemistico osservatorio sgombro da frascumi e d’adocchiare nel diorama del cono ottico uno scorcio di qualche grado recline dall’asse di quel virtuale imbuto. La tersa veduta che ricalcava le meraviglie di Paolo Uccello (“quant’è bella, moglie mia la prospettiva” sbottava nel fondo della notte – o almeno così narra la penna del Vasari), dilatava la pupilla verso le sfumate lontananze a misurare l’inverosimile distanza di pensieri e delicate sensazioni che, in un lasso al contempo lungo e breve, separavano dai gessosi scrimoli dell’arco; in tale sforzo, consensuale all’ovattato romio degli strombazzi, sfocandosi gradatamente dapprima sui contorni della trabeazione con lo scalpitante bronzo della sestiga e le Vittorie di Giovanni Putti, indi lungo i filari d’alni di Corso Sempione fino a vagheggiare Piazza Firenze, Piazzale Accursio, la Gallaratese e i famedi marezzati dell’esteso camposanto. Terminando infine l’immaginazione quelle arboree parallele incidenti chissà dove oltre l’emiciclo del fornice da cui più in là dirama, come l’assone d’un ganglio neuronale o una ciocca della raggiera sulle crocchie delle mondine, la statale n. 33, quella detta del Sempione, slungata traverso i finìtimi borghi: Pero, S. Vittore Olona, Legnano e più avanti Busto, Gallarate, Somma Lombardo; quasi una redola scrosciante verso il lucido guazzo del Verbeno…
Ciò mi fece rimembrare quanto una volta udito ad una conferenza sotto un semisferico soppalco, allucciolante cupola per il posticcio firmamento del proiettore planetario, che se cioè le dimensioni del terracqueo globo sacro a Era (la nostra vituperata “valle di pianto”) fossero quelle d’una capocchia posta nella piazza ove s’incielano gli innumeri pinnacoli del Duomo, Elios starebbe a un metro, Plutone a più di quaranta e Alpha Centauri, l’astro più vicino, nell’incantata fortezza lagunare della fu Serenissima Repubblica; naturalmente in mezzo, cosa da far sbigottire stuoli di scolastici con pompe dal suscettibile horror vacui e il nostro buon Cartesio, il (quasi) vuoto. Tuttavia pur assumendo le proporzioni dello stupefacente modello, ben corroborato ma non per questo più bello o vero delle sfere d’Aristotele, dei moti sublunari o del forame etereo delle stelle fisse, quel punto d’incidenza, punto principale della prospettiva, rimarrebbe sempre allotrio, in nessun luogo come quel che è senza dimensione; fuga allignata sull’orizzonte, introvabile nell’universo intiero, che tuttavia l’occhio, discoprendo quel orlo scaglia a scaglia, insegue come un infinitesimo del nulla. Disperante tentativo di comprendere quanto di più difficile v’è al mondo: il credo di quel tal Tertulliano che affermò l’assurdo più plausibile del vero.[2. O specularmente il “ lo vedo ma non lo credo” esclamato innanzi al paradosso del continuo: il lato del cubo avente tanti elementi quanto il cubo stesso o l’intero spazio! Vale a dire al limite il punto equipotente a Dio. Incredulità espressa da quel matematico tedesco, figlio di un broker danese d’antan e di una musicista russa, nomato, all’altezza di baloccanti dottor Faust della letteratura di fantascienza, Georg Cantor.   ]
Trasalito in tale panoramico stupore, presente ogni qualvolta l’ineffabile geometrico si spalanchi tosto alla solerzia del cristallino, per mia fortuna venni calamitato da un encomio alla Madonna che, con voce stentorea e flessa dal dialetto, l’abbuzzito addome, le gote appena irsute e la calvizie vittoriosa, la postribolare figura d’un autista schioccò dappresso, mulinando la lingua scudisciante nel bel mezzo d’un’assise sulla ventura sfida fra guelfi e ghibellini della palla in cuoio sacra ai piedi del “Peppin” Meazza. Notai allora che il plumbeo spiazzo era ingombro a manca di alcuni torpedoni con la scocca iridescente, fra i quali stava certamente il gommato fiacre del pittoresco vetturino. Trattavasi probabilmente dell’arresto d’una carovana di calmucchi, chè tali sembrano le masnade di nipponici, sguinzagliati con corredo di esposimetri, otturatori e obiettivi catadiottrici, voraci bramosie di souvenirs, da qualche agenzia avida di liquidi quattrini quanto sono le mignatte di purpurei eritrociti. In quel ritaglio di quiete anche i tonitruanti mastodonti a quattro tempi indugiavano come serafiche crisalidi, incredibilmente sollevati dall’impalpabile pneuma enfiante i copertoni: la stessa levità su cui galleggiano gli stormi, i cieli a pecorelle, i ponderose aviogetti, gli dei e le idee della ragione. Un ammasso di traverse, longheroni e balestre arroventato dal sangue aromatico pulsante nei precordi carburanti: impensabile bellezza che la meccanica delle macchine sa avviluppare di straforo fra pistoni, ruttori, camere a scoppio da far quasi invidia al nostro sublime ingranaggio di spirituali automi. Anche quei bestioni, è da dire, avevano messo del loro per beneficare la lordura che incartava il parco come l’oleoso cartoccio di ribollenti panzerotti. Oltre a una fangaia debordante dai gentili solchi delle ruote, rabeschi di pillacchere, zampillavano dai cromati ventri stillicidi d’olivastri lubrificanti ruscellati mollemente verso gli avvallamenti del bitume; quivi stavano in buona compagnia di fanfaluche, carte cerate e plastiche azzurrigne per avvoltolare ogni sorta di cibarie, sciaguratamente naufragate, proprio quand’erano in vista d’un felice approdo nei  traboccanti canestri dei rifiuti, ed ora pestate malamente o, peggio ancora, svillaneggiati da cagnolini petulanti. Il tutto azzimato da festoni d’essicate trinciature ricciolute, quoziente sminuzzato d’appiccicaticce foglie di Solanacea da cui cavare trastulli per il baco d’incalliti tabagisti. Stava così, sgraziata rimembranza di lontani ardori, un ciarpame di  crepuscolari cicche appartenute un tempo ad ogni sorta di affusolate “bionde” (con filtro o senza, bislunghe, tozze, forti o lievi, patriottarde, francesche, gitane e via discorrendo), tanto da poterne accatastare fragranti biche di tabacco. Quali rime, non se n’abbia l’Arturo maledetto, sgranate da un “Pollicino fumatore”, eran pure ben vistose dentro la giardinesca cinta da far sleale concorrenza alle timide margheritine, sbaciucchiando piuttosto deferenti versi con altre micche di sparpagliati sudiciumi. Sulle radure ormai sterrate a cagione del fitto trepestio di gagliarde suole imbullettate come calighe di testuggini[3. Ché oggi son di gran moda calzari di sagoma marziale e coturni nient’affatto ispirati dalle Muse; v’è da domandarsi dopo cotante professioni adoprate per foggiare scarpe, dall’armigero al teatrante od al mandriano, se la prossima sarà forse quella del palombaro…], rammemoravano altresì alle timorose erbette – poverine! – la difficile simbiosi con l’umano.
Ben diverso era il quadro di fronte all’impietrito sbadiglio che si staglia sull’arcigna bocca del castello; lo spiano impecolato si disvelava una sorta d’aristotelico quadrangolo tracciante conraddittorie diagonali tra quel verde trapuntato di smozzicati biocchi per assorbire nicotina e quello dell’erbaggio pullulante e inviolato sul fondo del fossato, discavato un tempo a difesa del maniero. Dal lato opposto dello slargo, laddove calava il ponte levatoio, ormai consolidato con il suolo, brulicava invece un farfugliante emporio d’ambulanti che pareva la miniatura d’un bazar o il mercato delle pulci d’un mercato delle pulci. Tra smussati blocchi di serizzo, acconci ad impedire il passaggio alle berline, s’accampavano lenzuoli nivei, poco più d’una dozzina, fin quasi sotto la zannuta saracinesca della secolare caditoia.

(Continua…)