Ungaretti, luce di stelle

Il poeta uomo scomparso cinquant’anni fa

Ci sono stelle che rifulgono per un solo uomo. “Per me, solo, rifulgi, / Nella mia solitudine rifulgi” scrive Ungaretti. Non è facile, nel vasto cielo, trovare la tua, uomo o donna, se non sei poeta. Ma una volta trovata la stella, cosa succede? Cosa cambia nella vita? Tutto cambia, ma per un fuggevole momento. Il suo dono di luce è troppo breve per recare al poeta il sollievo sperato. Così breve la sua luce che la disperazione in lui “non fa che acuire”.

Le stelle sono una presenza quasi fissa nell’opera del caposcuola dell’ermetismo. Favole ardenti nel cielo, al primo vento sembrano cadere come foglie. Ma basta un altro soffio e il loro scintillamento ritorna. Le stelle sono per Ungaretti quiete, solitudini in cui “si carcera” la notte, sola amica con cui il poeta “ubriaco d’universo” non ha mai trascorso ore vane. Nel fondo della notte ha sotterrato l’infanzia, il cui ricordo è una “spada invisibile” che lo separa da tutto. Nella sua oscurità, con le mani gelate, il 20 aprile del 1917 distingueva appena il proprio viso e si vedeva “abbandonato nell’infinito”. Due anni dopo, passata la guerra, è ancora alla notte che si rivolge; e a quei “nidi d’illusione” che sono le stelle nell’immenso cielo. L’immagine di cui si serve per descrivere l’orrore della guerra è quella del compagno massacrato che ha accanto nella trincea – l’immagine della poesia Veglia del 23 dicembre 1915. Un compagno con la bocca digrignata volta al plenilunio di quella notte tremenda. E ciononostante il poeta non perde la speranza, l’attaccamento alla vita mai così forte in lui come in quel momento. “Nel mio silenzio”, – dice – e con il compagno massacrato accanto, “ho scritto lettere piene d’amore”. Basta questa immagine, altamente poetica; bastano le parole di un’altra sua poesia – “È il mio cuore / il paese più straziato” – per esprimere l’orrendo carnaio della prima guerra mondiale che è chiamato a combattere.

  Il poeta è in trincea quando viene pubblicato a Udine Il porto sepolto, sua prima opera, che precede di tre anni Allegria di naufragi. Una rivoluzione per la poesia: versi brevi, poche sillabe e una capacità di sintesi che sbaraglia, come scrive Leone Piccioni, l’endecasillabo e il novenario, il loro carattere stanco e ripetitivo. A un certo punto è Ungaretti stesso a confessarne la necessità. Al di là, si capisce, delle ragioni strettamente di carattere estetico legate all’ermetismo e alla rivoluzione che lui opera nella poesia italiana del Novecento e a cui altri poeti daranno un seguito, Ungaretti è così breve perché ha fretta. Ha fretta non solo negli anni della Grande Guerra ma durante tutta la vita. La fretta di dire al mondo, con urgenza, cose essenziali e decisive. E di dirle con pochissime parole. Non poteva perdere tempo. Non poteva dilungarsi. Questo grande poeta doveva rendere immediato il proprio messaggio al mondo. Al mondo al tempo della guerra. E al mondo al tempo della pace, ma pur sempre sul punto di precipitare nell’abisso di una nuova guerra.

Non solo le stelle e la notte, anche parole come silenzio e luce accompagnano dunque l’itinerario poetico ed esistenziale di Giuseppe Ungaretti, di cui ricorre ai primi di giugno il cinquantenario della morte. Era nato in una notte di burrasca ad Alessandria d’Egitto, da famiglia di emigrati di origini lucchesi; e l’idea del silenzio l’assimila ai margini del deserto sino al 1912, anno della venuta in Italia. L’assimila e non lo lascerà più. È presente nella poesia L’angelo del povero, scritta durante la seconda guerra mondiale – “il silenzio di tante ingiuste morti”. Su questo silenzio “ora si svegli l’angelo del povero, / gentilezza superstite dell’anima”. Dove la luce è una poesia del 1930. L’anno indica l’ormai avvenuta conversione al cattolicesimo dell’ateo Ungaretti. Una conversione che l’aiuterà a sopportare il grande dolore per la perdita del figlioletto di nove anni. La luce di cui si parla – immobile, eterna – è in questi magnifici versi ultraterrena. “Ci scorderemo di quaggiù – dice il poeta alla donna amata – entro rossori di mattine nuove…Vieni ti porterò alle colline d’oro”. Prima aveva incontrato la luce nel paesaggio dei Colli Romani e di Tivoli (Sentimento del tempo). Paesaggio di cui si avvertiva fino a quel momento l’assenza nei versi di un poeta passato dal deserto africano che aveva in mente alle pietre e alle doline del Carso dove combatteva. Ma la luce nella poetica ungarettiana è anche metafora di ragione. Rinsavita illuminata ragione. E basta leggere Per i morti della Resistenza, brevissima poesia degli anni della vecchiaia: “Qui / Vivono per sempre / Gli occhi che furono chiusi alla luce / Perché tutti / Li avessero aperti / Per sempre / Alla luce”.

Nella poesia I Fiumi Ungaretti ripassa “epoche” della propria vita giovanile. Dalla nascita alla prima guerra mondiale. I suoi fiumi. Il Serchio cui hanno attinto il padre e la madre; il Nilo che l’ha “visto nascere e crescere / e ardere d’inconsapevolezza / nelle estese pianure”; la Senna, nel cui torbido si è rimescolato e conosciuto: la Senna del periodo parigino; infine l’Isonzo che tutti li racchiude: urna d’acqua in cui, svestiti i “panni sudici di guerra”, il poeta si distende e, come una reliquia, riposa. L’Isonzo in cui vede se stesso come “una docile fibra dell’universo”.

   Vita di un uomo è il titolo della sua opera completa. Appropriato a un’opera poetica che si può leggere, dall’inizio alla fine, come un diario. Il diario di un uomo passato senza mai odiare nessuno attraverso due guerre mondiali (“Cessate d’uccidere i morti, / Non gridate più, non gridate / Se li volete ancora udire, / Se sperate di non perire” – è la sua disperata invocazione contro la guerra): uomo di pena ma a cui bastava un’illusione per farsi coraggio, sempre alla ricerca di un paese innocente e ovunque straniero sulla terra. Straniero anche nella sua Italia, sin dall’infanzia invano pensata come Terra Promessa. L’unica luce, la sua terra promessa della speranza e del miraggio, che per lui non s’è mai accesa. Ungaretti era il poeta dell’inesprimibile nulla “tra un fiore colto e l’altro donato”. E con questi brevissimi versi della poesia Eterno soprattutto vogliamo ricordarlo a cinquant’anni dalla scomparsa.

Gaetano Cellura