Sul salire e scendere di perdoni e serpenti

Più d’un sodale d’insospettabili afflati mi sollecita alla maggiore chiarezza di scrittura. Troppo dottrina, lamentano. Sarà vero. Ma come ovviare? Capisco la sconvenienza d’un preteso reggitor del gioco che muova con mano pesante, e chiedo comprensione, perdono in questa sede, da questa sede, approfittando dell’inizio anno che nasce all’insegna del Serpente, come a dire dell’intelligenza e del buon gusto orientale. Ossimoriche approssimazioni rispetto alla pretesa di noi occidentali refrattari a frapporre, finalmente, un indulto che estingua il reato della Mela. Il perdonare potrà salvare il mondo. Papa Benedetto XVI ha perdonato quel Gabriele delle tristissime rivelazioni. Perdonato quanto al carcere evitatogli, compensando con l’esilio dal Vaticano. Un perdono peloso, offuscato dal pesante gioco delle parti che anima il Sacro Collegio. Ma è la vita stessa, propria d’ogni sacro, perché gli interessi sono interessi. E sono sacri anch’essi, da sempre, con tutti i loro saliscendi di ipocrite coperture, anche sacre.

La cronaca è nemica della letteratura, perché celebra l’attualità ordinaria, destinata all’oblio. Mi ha stimolato a meditarvi sopra un titolo da prima pagina sul Corriere della Sera del 29 dicembre testé scorso, rivelatore di un Berlusconi risentito, che promette di nominare una commissione d’inchiesta (se tornerà a Palazzo Chigi) per far luce sulla sospettata congiura (lui non sospetta, ne è certo) che lo aveva costretto alle dimissioni sul finire del 2011. Ecco, una commissione d’inchiesta. Come quella che annunciava Totò, travestito da maresciallo dei carabinieri, nel film in cui un ufficiale tedesco SS denuncia che qualcuno aveva dissacrato, con sonora pernacchia, il suo discorso sul “vinceramo”, che germanizzava l’intenzionale vinceremo. La memoria per la commissione d’inchiesta sulla pernacchia minacciata dal maresciallo cinematografico Totò, e l’oblio per la commissione d’inchiesta del cavalier Berlusconi. Certe attualità, che al di fuori della cronaca non sono arte né letteratura, è un vero peccato destinarle al dimenticatoio, si dovrebbe tuttavia trovare una soluzione per non obliarle e non farle obliare.

La sortita del salire in politica intenzionalmente esibita dall’ex premier Mario Monti ha trasmesso agli italiani un brivido tra riflessione e perplessità. Il clima freddo e l’orizzonte offuscato hanno contribuito al condensarsi di universali attenzioni sulla speculazione (da speculum) montiana, che invita a separare significati ulteriori delle due locuzioni gemelle: “scendere in campo” e “salire in politica”. Gemelle perché il mondo è fatto a scale, c’è chi scende e c’è chi sale. E se il detto popolare non bastasse, soccorrerebbe l’insospettabile pensiero dell’Alighieri, il quale se per un verso ammette che il fuoco si muovo verso l’alto per sua natura che è fatta a salire non trascura, altrove, il ricordo del quanto è duro calle lo scendere e il salir per l’altrui scale. In altre parole, fa capolino il fondato sospetto d’una equità di meriti, perché tra geofisica, orografia e coro di elogiatori di La Palise, tante sono le salite quante sono le discese. La letteratura ci mette lo zampino col Brindisi di Girella del Giusti: “Viva Arlecchini / e burattini / e ghibellini / e guelfi e maschere / d’ogni paese; / Evviva chi salì viva chi scese”.
Buon Anno a tutti!

pernacchia di toto

Print Friendly, PDF & Email