Nievo precursore. “Il Conte Pecoraio”, romanzo verista antecedente la stagione del verismo

“(…) La ricchezza, la varietà. L’attualità dei motivi che Nievo
investe nel suo primo romanzo sono per molti aspetti  sorprendenti (…)”

                                                              Simone Casini

 

(…) (*)

nievo1 –  Leggendo Il Conte Pecoraio di Ippolito Nievo più che pensare a Manzoni per un verso, e/o per altro verso, varcando le Alpi, a George Sand, nomi su cui da sempre insistono maestri esegeti dell’opera di Nievo – e di generazioni diverse, da Chiurlo a Branca a Lento Goffi, al meno noto Adriano Noacco di Taipana –  mi vengono in mente autori e opere scritte dopo il 1857 (data della edizione del Conte Pecoraio cui si è uniformata la presente del 2014). Opere scritte e pubblicate in piena stagione verista. E la prima istintuale associazione-approssimazione (da siciliano?) ricorre a I Malavoglia (1881) o all’ancor più distante nel tempo Il marchese di Roccaverdina (1901) quasi a poter giocare al falso con  una complice e improbabile macchina di Fulton, che attribuisca al romanzo del giovanissimo Nievo la immaginaria qualifica  di incunabolo dei capolavori veristi dei due scrittori siciliani Capuana e Verga. Il Nievo, geniale notaio del mondo contadino d’un certo Friuli, e il Verga scultore del mondo dei pescatori di Acitrezza, modello di realtà socio-popolare linguisticamente espressiva, d’una certa Sicilia orientale.  A questo tipo di valutazione si dovrà aggiungere un confronto tra alcuni titoli di opere dei due Autori: Le novelle campagnuole del Nievo con le Novelle rusticane del Verga  e, ancora di quest’ultimo, Vita dei campi, opere ovviamente pubblicate più d’un quarto di secolo dopo rispetto al Il conte pecoraio di Nievo, e venti anni dopo la morte dell’Autore delle Confessioni, tragicamente finito tra i flutti del Tirreno.

2 – E ancora – e qui si comincia a entrare più in profondità nelle caratterizzazioni letterarie –appena  si passa ai riferimenti circa i moduli espressivi dei due scrittori, riconoscendo la maggiore istintualità in Verga, sulla quale potrebbe essere accettata come sentenza definitoria e definitiva quella di Riccardo Bacchelli: “In Verga la prosa è avventura” (Cfr. in Testi e testimonianze, Udine-Firenze, 1976), non si può evitare di far caso all’avventura che luccica di dialetti e vernacoli nella complessa prosa del Conte pecoraio. Tutte evidenze che procurerebbero la patente di inventore dell’acqua calda a chiunque pretendesse oggi di essere tra i primi ad averlo scoperto. E di “domenicali delle letture”a chi non avesse fatto tesoro degli studi rigorosamente scientifici di Pier Vincenzo Mengaldo, tanto per citare una delle più autorevoli firme della recente critica a proposito del linguaggio nieviano ne Il conte pecoraio, e non solo. Da queste banalissime approssimazioni potrebbe scaturire la proposta di poter rileggere Il primo romanzo del giovanissimo Nievo come opera di un eccellente precursore  del Verismo. Fino al calcolato azzardo di classificare lo stesso Conte pecoraio. Storia del nostro secolo, primo romanzo verista.

3- Si dice e si insiste – obiettivamente – sull’aleggiare de I Promessi sposi tra i capitoli del Conte pecoraio  (Nievo stesso se ne compiace apertamente in allusivi rinvii tra le pagine del Il conte pecoraio), ma i veri protagonisti del romanzo sono i poveri e i diseredati, sono quanti vivono nella disperazione dignitosamente controllata e nella tenacia di chi stenta da sempre, sorretto unicamente  da una istintuale tendenza alla dignità personale, a un sano orgoglio di stirpe abituata ai sacrifici legittimati da speranza (cristiana manzoniana), più che da fatalistica rassegnazione (Verga). E qui, anche se impertinente per epoca e autore, viene da ricordare le efficaci parole del critico svizzero Edouard Rod con riferimento ai personaggi “veristi” delle novelle di Capuana e Verga “(…) les souffrances de ces malheureux qu’una sorte  de fatalité semble porsuivre et qui, terrassés par les difficultés de la vie, ballotés de douleurs en douleurs, comme des naufragés dont la mer se joue, arrivent à la fin de leur  existence sans connaitre la  lus infime des joies.” (Cfr. Rod in Parlament, del 4 luglio 1881 “Les écrivains de l’Italie contemporaine”.)

4 – La mappa d’identità del Friuli delle Colline Orientali, dalla valle del Torre e fino a San Daniele da un lato, da Tarcento a Palmanova, da Cividale a Lusevera, in un caleidoscopio di colori impastati nel sudore segreto, nelle ansie  e nelle lacrime di chi subisce la storia, questo nel Il conte pecoraio. Ma direi poco e maldestramente a confronto di quanto è stato scritto, anche recentemente, su questo particolare. Rinvio infatti, ancora una volta, agli studi recentissimi di Pier Vincenzo Mengaldo, aggiungendo quelli, anch’essi recentissimi, di uno dei più noti e puntuali nievisti, Simone Casini, anche per la panoramica storica e i particolari riferimenti alla politica che condizionava la vita sociale ed economica friulana negli anni in cui Nievo, di  famiglia di ricchi e nobili possidenti, dimostra la  propria solidarietà morale a favore del mondo contadino friulano. Mondo che qui non ci si perita di auspicare e proporre come preludio d’un altro più fortunato ma altrettanto universale affresco di realtà regionale-locale che sarebbe stato pubblicato un quarto di secolo dopo: I Malavoglia di Verga, romanzo su cui non si potrà appulcrare aleggiare di Promessi sposi. Ma Nievo era un nobile lombardo-veneto, Verga un barone siciliano di Vizzini, che a Milano capitava per diporto, interessi editoriali, amicizie e amori.

5- Tutto qui? Esattamente. La riedizione de Il conte pecoraio fedele alla princeps vallardiana del 1857, a iniziativa d’una piccola presenza editoriale con sede in Sicilia, anche se gestita da una friulana di Monteaperta, luogo  particolarmente caro al Conte pecoraio, non viene proposta per sbandierare impertinenze, è una edizione che, appunto, s’adegua a quella del 1857 e che si avvale dell’alibi d’una iniziativa collaterale, forse inedita,  di una imponente mostra fotografica dell’artista siciliana Gessica Scandura, di luoghi nieviani  del romanzo, per acquisire il merito di una ennesima ristampa dell’opera giovanile del Nievo, romanzo che non aspettava sicuramente tale ennesima riproposta. Infatti, in questi ultimi decenni, passando a censire le riedizioni e i preziosi contributi critici che tra fine e inizio secolo attuale sono state pubblicate in Italia, dalla fondamentale operazione del compianto  Lento Goffi che, come sappiamo, ha avuto il merito di riproporre la edizione originaria del romanzo, (ponendo fine all’equivoco ingenerato dalla “rassettatura” operata nel 1931 da Fernando Palazzi) alle recentissime e illuminanti edizioni di Marsilio, che hanno diffuso il Conte pecoraio anche in e-book (2013), nulla è mancato o difetta.

tomada su nievoLa mostra di Gessica Scandurra (Gruppo CIAI) propiziata dall’Amministrazione comunale di Tarcento, e per essa dall’assessore alla cultura professore Tollis, e dallo scrittore Sandrino Coos, (dal 30 agosto al 14 settembre 2014, presso “Palazzo Frangipane”)  ha avuto come momento complementare lo stimolo a predisporre un convegno di studi mirati al poter rileggere il romanzo giovanile di Nievo in chiave di prima opera letteraria di quella stagione verista che la storia della letteratura fa iniziare un quarto di secolo dopo rispetto a Il conte pecoraio. Ne ha adombrato cenno Walter Tomada in una sua corposa nota sulla pagina culturale de Il Gazzettino di Venezia (Cfr. Nuova ipotesi su Nievo Verista prima di Verga”)  (…)

 

 

(*)  Quanto qui sopra riportato è uno stralcio dello studio la cui prima parte è stata pubblicata come prefazione all’edizione de “Il conte pecoraio” per i tipi di Prova d’Autore.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA CONSULTATA

Chiurlo, Ippolito Nievo e il Friuli, Udine, 1931;
Della Peruta, Ippolito Nievo e il problema dei contadini, in Rinascita, anno X n.6, 1952;
Bartolini (a cura di), Novelle campagnuole, Milano, 1956;
Bascetta, La duplice redazione del Conte pecoraio – Autonomia e tradizione nella lingua del Nievo, in Sot la nape, anno XIII nn. 1-2, Udine, 1961;
Di Benedetto, Nievo e la letteratura campagnola. Laterza, Bari 1970;
Mangini, Nievo – in Grande Dizionario enciclopedico , XIII pagg.340-42, UTET, Torino 1970;
De Tommaso, Storicismo ideologia e poesia nella produzione di I. Nievo, in Belfagor XXVII, 1972;
De Luca, Ippolit6o Nievo,in Dizionario critico della Letteratura Italiana, vol. 2 – UTET, Torino 1973;
Gorra, Tutte le opere di I. Nievo. Mondadori, Milano 1981;
Mengaldo, L’epistolario di Nievo – una analisi linguistica – Il Mulino,Bologna 1987
Maffei, Ippolito Nievo e il romanzo di transizione – Liguori, Napoli 1990;
Goffi (a cura) Introduzione a Ippolito Nievo – Il conte pecoraio, Sugarco, 1993;
Mengaldo, Concieri novecenteschi – L’edizione Palazzi del Conte pecoraio del Nievo, Studio editoriale Pragma, Padova 1993;
Mirmina, I Nievo e il Friuli in Edizione speciale di Incontri, n. 34 CLEUP, Udine –Padova 1998;
Casini (a cura), Confessioni di un italiano – Edizione critica, Guanda, Milano 1999;
Casini (a cura).Il conte pecoraio – Storia del nostro secolo . Testo critico secondo l’edizione a stampa del 1857. Marsilio, Venezia 2010.

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