Lo Schiccio di Maletto: acqua, buonsenso e racconti

Gliel’avevano detto: Cu è bisognoso e campa afflitto, se vuole aiuto ricorre a Maletto.
Il Principe Michele Spadafora e Bologna ha il mero e misto imperio, non ti possono assicutare dentro il feudo.
Così s’era dato alla macchia, o meglio, alla sciara, ed evitando le strade battute era penetrato nel Bosco di Maletto, e da lì calava verso il paese, tra una fragola odorosa e una castagna secca.
Quando all’improvviso fui circondato da un manipolo di armati: “Fermati sorcio, ladro di legno…”
“A quale ladro di legno, forestiero sono, mi appello alla benevolenza del Principe, che mi dissero vuole popolare la terra…”

 

“Che sapete fare?” gli disse il Principe, “che qua cerni-vento non ne vogliamo”
Glielo poteva dire al principe che sapeva rubare?
“Indovina-venture”, gli scappo dalla bocca.
“Senti qua, anelli mangiati dalla nuzza non ne abbiamo, che ti pare che trovasti l’acqua?” Il Principe sembrava un poco spazientito e un poco divertito.
“L’acqua, trovo l’acqua col bastone.”
“Rabdomante…Vedremo!”

 

Il Principe aveva appena ottenuto la licentia populandi, aveva millantato la presenza di abitato ab antiquo, ma l’unica cosa che aveva trovato erano i ruderi di una torre sulla rocca del Fano e ai sui piedi. Aveva emanato un bando garantendo immunità penale ai ricercati, purché non uscissero dal feudo. Ma ora doveva fornire il minimo vitale: l’acqua, che terra e aria non ne mancavano e per il fuoco il bosco era sufficiente.

 

“E dove gliela piglio, ora, l’acqua? Nello sciambro quando piove?” pensava il supposto rabdomante, mentre, a stomaco pieno s’appinnicava arrotoloato nel suo furriolo di lana spessa, vicino al camino della stanza grande del castello semidiroccato. Finalmente pigliava fiato, dopo il lungo peregrinare, assicutato dalla legge e dalla fame. Finalmente una dolce papaceca turbata solo dalla questione: Ma l’acqua?

 

“Susiti che ti faccio vedere”, gli disse un cristianone avvolto in un mantello lussuoso ma leggero, che non ne aveva freddo? “Le cose, se ci pensi prima, si fanno bene.”
E chi era questo che pensa prima, che voleva? Giusto giusto ora?
“Ti faccio vedere dove devi scavare, farai un galleria di captazione…”
“Di che?”
“…scavata nel Poggio del Pizzo sopra il paese, ti insegnerò a cuocere l’argilla e farne una canalizzazione fino al crocevia del paese dove impianterai una fontana di pietra di lava, due facce farai da cui far sgorgare l’acqua, una che pensa prima e una che pensa dopo…”
E nel frattempo il cristianone camminava e il rabdomante ci correva appresso, fino al punto preciso dove scavare.
“Ma chi siete, perché vi prendete a cuore…”
“Mi presi a cuore l’umanità’ fin dal primo alito, gli ho insegnato la previdenza (e non la preveggenza), ho spartito per loro la meglio parte, e ancora Giove mi perseguita, e quando ho rubato il fuoco nella forgia di Vulcano per darlo agli uomini, nascosto dentro una intacca di ferla, proprio qua mi nascosi, dai Ciclopi che mi assicutavano, Bronte, Piracmone e Sterope, Tuono, Incudine e Martello, mi nascosi dentro la rocca della Fana. Qui nacque mio figlio Etneo. E ora che il Principe vuole farci un paese, vuoi che non faccia la mia parte…”
“Ma chi siete, di chi vi dicono?”
“Prometeo figlio di Giapeto, quello che ci pensa prima alle cose, e fratello di Epimeteo che invece pensa alle cose solo dopo che sono accadute. Ma tanto tu non conosci lettere, meglio così”

 

Quando, col sole a mezzo cielo, il rabdomante raccontò tutto al Principe, che lui le lettere ce l’aveva!, il Principe lo prese per pazzo e saltimbanco. “Ma dove le prendi ste fandonie?” Non ci credette che per davvero un cristianone… E alla fine, a furia di raccontarlo e raccontarselo, manco il rabdomante ci credette più tanto, che gli parve che si dovette insonnare…
Ma alla fine scavarono dove disse il cristianone, facero una galleria di captazione, dalla cui volta l’acqua effettivamente cola, goccia a goccia, che guttera o spisso percia la petra, acqua fresca e limpida a riempie i bottacci lì alla fontana, di pietra di lava, con due facce a sputare acqua, una sperta e una babba. E l’invernata l’acqua abbonda, e esce a schiccio, che tutti principiarono a chiamarla Schiccio, la fontana. La stagione, invece, alambicca un poco, che le femmine hanno tempo di far cortile, e spulcificare i paesani, mentre covano la vicenda, e quando sono costrette a stare fino a notte fonda, si scantano delle facce che, diceche, si animano: una dà consigli di buonsenso e l’altra conta conti che fa ridere.

Maurizio Cairone