Dalla finestra di Mario Grasso

ALTRO SU SCIASCIA

Tu sei come quelle luci che di notte in mare splendono sulle barche

 e che più si allontanano dalla riva tanto più chiari mostrano i loro contorni

  1. De Lamartine.

Merito dei tanti giovanissimi estimatori di Leonardo Sciascia la silloge “Altro su Sciascia” con i 20 i contributi rivolti a ricordarne l’opera e la personalità a trent’anni dalla scomparsa. Dico giovanissimi non per snobbare gli altrettanto significativi meriti dei “grandi”, di quelli che hanno conosciuto il Maestro e hanno avuto il bene di incontrarlo o semplicemente di stringergli una mano in occasione di qualche evento culturale con lui presente. Il riferimento ai giovanissimi è d’obbligo perché Massimiliano Magnano, Sebastiano Aglieco, tanto per citare nomi di due autori che hanno scritto loro contributi per questo “Altro su Sciascia”, studiavano all’Università quando Sciascia ci ha lasciato. Addirittura, Giulia Sottile sarebbe nata un quinquennio dopo. Da questi ultimi, in seguito al mio editoriale su Lunarionuovo in rete il 3 novembre (www.lunarionuovo.it) è venuto lo stimolo sotto forma di rimprovero. Mi hanno chiesto come mai, le mie consuetudini di organizzare convegni di studio per gli autori siciliani scomparsi, come era stato per Bartolo Cattafi, Angelo Maria Ripellino, Umberto Barbaro, Enzo Marangolo, Pietro Barcellona, per i quali sono stati pubblicati gli atti dei relativi convegni in altrettanti volumi monografici, adesso, in occasione del trentennio dalla dipartita del Maestro, mi sia limitato a un ricordo personale, e a ospitare solamente un intervento di Gaetano Cellura. “Proprio tu – hanno benevolmente contestato –  che continui a suggerirci che nell’arte e nelle opere creative non esistono figli di un dio minore al momento di accogliere oscillazioni del gusto di chi su tali opere voglia esprimersi, principio che in questo caso sembra sia stato auspicato proprio a noi in quanto esclusi dal poter esprimere un nostro ricordo in omaggio.”

Ovviamente risposi facendo notare loro che quegli altri scrittori siciliani non avevano il privilegio del Maestro dei Maestri che è stato Sciascia, di aver lasciato una Fondazione guidata da personalità della cultura nazionale che, fin dall’indomani della dipartita dello scrittore, non hanno smesso di ricordarlo e farcelo ricordare attraverso realizzazioni di incisivi convegni ed eventi. Aggiungendo che per l’occasione attuale del trentennio della morte sono state convocate a Racalmuto eccellenze accademiche e del giornalismo italiano per un convegno di studi sullo scrittore che nelle proprie opere ha lasciato una miniera di momenti da riscoprire e ristudiare.

Poi sono stato convinto da altre argomentazioni che mi sono state proposte, come quelle di un particolarissimo ritaglio di spazio che Sciascia aveva riservato al gruppo di amici etnei di Acireale, Giarre, Riposto, Zafferana e Catania, che sono stati operativi tra la fine degli anni Sessanta e la fine degli Ottanta del Secolo scorso, orgogliosi di essere assistiti dalla frequente presenza dello scrittore. Motivi da me, peraltro rievocati nel suddetto editoriale di Lunarionuovo del 3 novembre, cioè appena due giorni prima della esortazione che mi veniva rivolta in coro dall’ improvvisato comitato.

Forse – mi sono detto – reagendo alle insistenze – c’è un pizzico di verità da rispettare, in quanto osservano i miei giovani amici, anche perché, in fondo, quella base “minore” degli esclusi dai piani alti è verità e parte fondamentale della storia. Di ogni storia. Specialmente quando può capitare che sia lo stile di una persona o di un sodalizio intero quello di non eleggersi a press-agent di sé stesso o del sodalizio che rappresenta in una Sicilia dove nulla accade a caso, anche per i casi di inclusioni ed esclusioni. Ed ecco, nel volgere di poche ore, un cordiale ritrovarci, nel nome di Leonardo Sciascia a programmare un instant book, come eco di quanto avevo scritto firmando al solito Ludi Rector nel surripetuto editoriale, al quale rinvio chi abbia piacere, interesse o semplice curiosità di leggere quanto non ritengo sia correttezza ripetere in questa sede, ancora una volta in coerenza con la mia scelta di “Intrattabile”.

 

  1. Trentennio. Ed ecco come la memoria sollecitata dai giovani amici, mi riporta a quanto, proprio Leonardo Sciascia ha scritto nel 1980 a mo’ di prefazione al volume di Lunarionuovo 6 /7(allora in edizioni cartacea e fino al n. 53), nel quale sono stati raccolti gli atti del convegno di studi sulla figura e le opere di Bartolo Cattafi. Prefazione di cui riporto uno stralcio che mi agevolerà, verso la conclusione evidenziando la “teoria o statistica dei quindici anni” cui si riferiva Sciascia: “(…) C’è la teoria o statistica dei quindici anni: che di uno scrittore, di un artista, si tace per i quindici anni successivi alla data della sua morte; e poi, se di un vero scrittore, se di un vero artista si tratta, l’indice dell’interesse comincia lentamente a muoversi, a salire.

       E c’è, in Italia, il mettere una pietra sopra allo scrittore o all’artista che ‘trapassa’ (parola cara a Cattafi): e ben al di là dei quindici anni.

E c’è poi, in Sicilia, l’antica volontà di dimenticare lo scrittore, e di dimenticarlo anche da vivo: come uno che avesse rotto una regola di silenzio, reso testimonianze, messo a nudo un male o una piaga che bisognava invece nascondere.

      Ecco invece, in questo volume che raccoglie gli atti di un convegno tenutosi in Sicilia, e per iniziativa di un circolo acese infaticabilmente animato da Mario Grasso, il poeta Bartolo Cattafi, siciliano di Barcellona, ricordato e celebrato a un anno dalla sua morte. Atto che a me pare di buon segno, e nuovo ( … )” (Cfr. Leonardo Sciascia, Buon segno e nuovo, in Lunarionuovo n.6/7, novembre 1980).

Fosse stata solo per citare questo brano, non posso che ribadire la utile esortazione che mi ha fatto riflettere e decidere. Immediatamente ho telefonato a un mio quasi coetaneo e caro amico di sempre, Nicolò Mineo, dantista di chiara fama universale, che ha rilanciato in me entusiasmo e intenzione del “dovere”. Il resto, da Alessandro Centonze a Vanni Ronsisvalle, AngeloMaugeri (che da tempo risiede a Como) a Stefano Lanuzza, (che risiede ormai da sempre a Firenze) a Laura Rizzo (che risiede a Palermo e opera tra Palermo, Napoli Roma e Milano) è stato un corollario di mie richieste accolte con generoso entusiasmo.

Ovviamente la tesi riportata da Sciascia e qui citata, sui quindici anni dalla morte di uno scrittore, ha proprio per lui stesso continuato a costituire eccezione. Infatti sulle sue opere non c’è stato vuoto di anni né di giorni dalla dipartita senza un ricordo su quotidiani, periodici, riviste specializzate, in Italia e all’Estero e con grande incisività. E sono e continuano a essere traduzioni e ricerche monografie (in Italia) di autori di chiara fama, da Salvatore Silvano Nigro a Matteo Collura a tutto un fiorire e rifiorire di tesi di laurea, convegni di studi e altro di quanto più meritorio verso la memoria dello scrittore che tanto ha donato di risveglio culturale alla Sicilia e all’Italia intera, con le sue opere non sempre di facile approccio, come qui annota magistralmente Nicolò Mineo nel suo acutissimo contributo.

Resta da dar ragione di questa iniziativa, di cui probabilmente non si avvertiva alcuna mancanza, ma alla cui realizzazione mi hanno determinato, dopo le esortazioni dei più giovani e le approvazioni degli anziani, come detto prima, le mie stesse riflessione morali e culturali di poter dare voce a una minima rappresentanza del coro che parla di Leonardo Sciascia, come se lo scrittore fosse presente e si interroga, come con puntuali e  tuttavia attualissime riflessioni fa notare il giovane direttore del quotidiano La Sicilia, Antonello Piraneo, su un po’ di tutto, proprio come di tutto si era chiesto il Maestro. Persino cosa avrebbe trattato dell’attualità nostra tra contingenze di porti chiusi (come per gli anni di Porte aperte! Facciamo eco), sovranismi, rigurgiti di nazifascismo, governi improvvisati con “scappati di casa”. O di certi studi sulle sue opere dopo tre quarti di secolo dalla loro pubblicazione come per Le parrocchie di Regalpetra, Morte dell’Inquisitore, Gli zii di Sicilia. O con un sorriso d’ironia a proposito delle debolezze umane degli arrivisti di ogni tempo e stagione o delle tacite vendette d’aura mafiosa di chi, non avendo il coraggio di mostrare il proprio volto, indossa maschere di plastica verde, di chi finge di avere dimenticato per potere essere accettato. Di tutto quel sottobosco morale da Lui stigmatizzato con signorile eleganza di stile personale, fino all’editoriale su I professionisti dell’antimafia con tutta la sua parte enigmatica come qui propongono autonomamente e con diversi toni lo scrittore Salvatore Scalia e il citato Antonello Piraneo.

Insomma di uno Sciascia non solo attuale con le sue scritture da Todo modo a Nero su nero a Il Cavaliere e la morte ma come di un parente di cui si ricordano affettuosi ammonimenti, carezze e buffetti d’incoraggiamento e si ricordano con viva commozione i doni di personale contingenza, anche se questi momenti hanno significato privato e non possono essere accostati ai doni che ogni libro, ogni racconto, ogni prefazione e ogni silenzio hanno dato alla comunità non solo nazionale. E vorrei proprio qui, in questo Altro su Sciascia saper dire quanta umanità si agitava in fondo alla intima indole del maggior moralista del Secolo scorso. All’Autore che scriveva inaugurando la serie di “Cartelle” Gli Amici della Noce, contenenti brevi racconti (di cui ci onoriamo custodire gelosamente l’intera collana con ciascun esemplare impreziosito dalla dedica personale dell’Autore che si premurava di farcene dono). Quella umanità che incontriamo in forma di profonda piétas in tanti indimenticabili personaggi dei suo romanzi.

Nel brano che qui cito, tratto dal primo numero della preziosa collana e intitolato “Contrada Noce” c’è tutto l’Uomo e il Maestro, il Poeta (quando raffigura la luna come un gong da colpire e far vibrare), lo scrittore etnologo, la dolcezza dei sentimenti e la generosità che ne caratterizzava l’indole vera e celata, la profondità del pensiero di chi coglie oltre il presente presagi del futuro come a esorcizzarne la fatalità, l’amante del buon gusto e della genuinità. Uno Sciascia che, chi scrive queste note, ha avuto la fortuna di conoscere bene, anche nella pratica spontanea di una generosità come testimonianza di affetto autentico.

Scrive dunque Sciascia: “Ma i momenti più belli sono quelli della sera, aspettati e sospirati per tutta l’arsa giornata: momenti in cui la luce sembra sorgere dalle cose – dagli alberi, dalle pietre, dall’acqua – e lentamente riassorbita in esse. Allora il paesaggio sembra sospendersi al di fuori del tempo, quasi avesse trovato la forma e l’assolutezza dell’arte. Dal punto in cui ho l’abitudine di sedere ogni sera, alla stessa ora, vedo un paesaggio in tutto simile a quello che fa da sfondo all’Amor sacro e all’Amor profano del Tiziano: e la sera trascorre in esso come una delle tizianesche donne serene e opulente. Poi di colpo, come un ventaglio, quella visione si chiude: ed è la notte col suo pergolato di stelle e con la luna così vicina che sembra la si possa colpire e far vibrare come un gong.

Il lume a petrolio o ad acetilene (che ancora la luce elettrica non è ancora arrivata) lo si accende ad ora di cena: ce ne stiamo fuori allo scuro o al chiaro di luna, seduti in cerchio, a far conversazione: la famiglia, gli amici. Di tanto in tanto ci giunge, come intriso dell’essenza della notte, il canto di un contadino: uno di quei canti lenti e accorati, tenuti su poche note, pieni di interni echi e rifrazioni, che dicono amore e sdegno.

E sentiamo così di essere nel luogo per noi più vicino alla vita; alla idea, alla coscienza, al gusto della vita. Un luogo in cui l’amicizia, gli affetti, la bellezza, la morte (anche la morte) hanno un senso. Un luogo in cui ha senso il cibo (il pane che esce odoroso dal forno, il frutto staccato dall’albero, il vino che sgorga allegro dalla botte), il lavoro, il riposo. (Amici della Noce, 1964)

 

  1. Altre stagioni. E non dirò a caso incoraggiamento, infatti c’è una frase con cui si chiude l’intervista rilasciata da Sciascia a Davide Lajolo, frase che leggiamo nel libro di quest’ultimo Conversazioni in una stanza chiusa con Leonardo Sciascia, in cui l’intervistato, rispondendo alle affermazioni ottimistiche dell’intervistatore, conclude dichiarando la propria linea di vita come esortazione per tutti: “Fare bene il proprio lavoro! Essere sé stessi! Non accettare verità rivelate o fabbricate! Non vedo altra condotta per me, altra speranza”, temi su cui pone qui l’accento il denso e sincero contributo di Salvatore Scalia su l’Etica di Sciascia.

Non spetta a me ma ai lettori puntualizzare e proporre sinossi di quanto ciascuno troverà tra le pagine di questo Altro su Sciascia, a me spetta il dovere di ringraziare gli Autori dei contributi,

da Vanni Ronsisvalle, la cui firma è del più “antico” frequentatore e amico dello scrittore qui ricordato, a Giulia Sottile, psicologa, scrittrice, condirettore con Alessandro Centonze del “mio” Lunarionuovo, che è la più giovane ed è nata un lustro dopo la dipartita del Maestro di cui ha cominciato a conoscere le opere tra i banchi del liceo.

Anche questa occasione dei trenta anni è occasione per far pronunciare la “periferia” dei cultori delle opere sciasciane, a integrazione o appendice rispetto agli studi accademico scientifici che altrove in benemerito modulo accademico-scientifico fervono. Qui i giovanissimi che Sciascia hanno conosciuto in fotografia, insieme a quanti lo hanno e incontrato e frequentato quale Autore della vera e propria biblioteca di istruzioni, per orientarsi in un mondo dove continua proterva la sorte di capire che non c’è molto da capire, si sono incontrati virtualmente. Qui ritroviamo lo Sciascia che insiste sulla Giustizia (commentato da Alessandro Centonze, magistrato e Consigliere della Suprema Corte di Cassazione); qui ci nutriamo di orgoglio siciliano con l’Autore de La corda pazza che ci porta per mano tra personaggi e storia della Sicilia lungo i secoli pregressi, facendo rinverdire la memoria sui predecessori. Ma anche la memoria dell’illuminista Sciascia che indaga non solo su gialli di fantasia applicata alla realtà e alla razionalità ma anche con immutata genialità e impegno sulla misteriosa scomparsa, e più problematica del secolo scorso, quella di Ettore Majorana. Tema che qui, in omaggio a quella acuta ricerca densa di documenti e intuizioni di Sciascia, troviamo rivisitato con nuove autonome deduzioni, intuizioni e documenti frutto di uno studio di Gaetano Cataldo, magistrato scrittore, che il proprio saggio mi invia come contributo di particolare omaggio al ricordo di Sciascia. E quanta grazia letteraria e acribia di forma nel contributo del poeta di Sortino Massimiliano Magnano, docente di storia della filosofia nei Licei statali, quando in coda al suo contributo sul tema “Il sapere laico di Voltaire e il catechismo di Sciascia”, riesuma con garbo il libretto Le zie di Leonardo nel quale l’editore Vanni Scheiwiller ha impresso una sua polemica locuzione allusiva a proposito del poter parlar male di Garibaldi.

Ritroviamo un Pirandello “padre” del racalmutese autore del Consiglio d’Egitto nelle ponderate riflessioni di Gaetano Cellura, un Pirandello che Salvatore Bommarito medico poeta ci fa a sua volta intravvedere emblematicamente ricorrendo a una sua originalissima nota per ricordare e contribuire con la panoramica di un mondo particolare, nel quale personalità e personaggio dello scrittore e del grande moralista di Racalmuto vengono rievocati con un’atmosfera d’altri momenti dei luoghi siciliani del Maestro a pendant delle sue opere letterarie.

Esprimo qui un rammarico per non essere riuscito a rintracciare (nei tempi brevi per l’edizione di questo libro) tra Marianopoli (CL) dove è nato, e Torino dove risulta che ha lavorato, il Salvatore Vullo, autore di un saggio poco citato e poco conosciuto, nel quale in tutta la parte introduttiva al capitolo con le “ricette”, si trovano, con esemplare sintesi e acutezza di osservazioni, importanti spunti adatti a una sempre migliore conoscenza di Leonardo Sciascia, fine intenditore di gusti e cibi siciliani. Il titolo “Di terra e di cibo”, reca per sottotitolo “Fra le pagine di Leonardo Sciascia” (Salvatore Sciascia editore, 2014) e lo cito per suggerirne la lettura a chi voglia approfondire ulteriori aspetti di quanto qui viene proposto come “Altro su Sciascia”. E questo si aggiunge a quanto sullo scrittore e le sue opere e la sua vita hanno scritto in saggi definitivi i fedelissimi Felice Cavallaro, Matteo Collura e il raffinatissimo letterato e docente universitario (nonché scrittore) Salvatore Silvano Nigro, italianista di chiara fama non solo europea, che su Sciascia ha scritto a sua volta sia per essergli stato amico e frequentatore, sia per quanto di ricerca scientifica ha aggiunto alle testimonianze.

Dalle emozioni di Salvatore Cangelosi, libraio e scrittore, che ricorda con disinibita lucidità momenti vissuti intensamente evocando significative evoluzioni del genere che percorrono la vita di ciascuno, come per altrettanti beffardi contrappassi decisi dallo stesso mistero della vita di ciascuno: l’incontro tanto desiderato con il Maestro che non si era potuto realizzare e che finalmente avviene quando il senso di umana piétas tacitamente lo impedisce, imponendo un nodo alla gola che toglie la facoltà del presentarsi e del dire. Alla digressione di Laura Rizzo sull’origine della sua opera prima sulle donne siciliane, opera ispirata dalla inchiesta che a suo tempo era stata condotta da Sciascia su l’Espresso quando era edito, ricorda e definisce Laura Rizzo, in edizione lenzuolo. Il ricordo di Laura è ossimoro rispetto a quello di Aglieco, ma i due contributi affascinano ciascuno nella propria singolarità, per la loro sincerità.

E lo annoto perché adesso, accingendomi a tentare una approssimazione a questo “insieme” di voci eterogenee che finiscono per creare una piena armonia, sento di non potermi esimere dall’evidenziarne l’arcobaleno di coloriture che offrono come esito di un inesistente accordo preventivo e preordinato. Sia lecito evocare un titolo delle opere del Maestro parodiando al fine di constatare che ciascuno ha svolto un proprio tema, con un magico risultato di un mosaico con “a ciascuno il suo Sciascia”. Infatti è un po’ magico che venti autori provenienti da estrazioni culturali diverse e da luoghi diversi hanno (e non abbiano) scritto su aspetti dissimili, come per il caso dell’opera teatrale L’onorevole di cui Renata Governali ha ricordato il valore universale ma anche attuale quasi per un riferimento a personaggi e fatti dei nostri giorni; di Alfio Siracusano che si immerge e ci fa rivisitare altre attualità di Sciascia con alata sintesi di allusività e rinvii al demone. E lo stesso dicasi per Dario Consoli, l’autore della traduzione di un’opera “Il peccato della ragione” di Giuseppe Antonio Borgese, opera che Consoli ha fatto conoscere in Italia. Dario Consoli da docente nelle medie superiori e da un dottorato di ricerca nell’Università di Catania, che nel suo contributo condensa magistralmente una propria conferma dei miei maldestri tentativi di ridefinire qua e là l’opera del Maestro e conclude scrivendo: “Ancora una volta, per Sciascia la Sicilia era il microcosmo attraverso il quale comprendere tutto il mondo; come una singola figura d’onda interferente che conservi, di un ologramma, l’intero disegno”.

Grazia Dormiente con il suo ricordo ci riporta nella Modica del cioccolato ed ecco che giunge come una eco a ripetere quanto ha scritto Sciascia per farci scoprire Serafino Amabile Guastella e le sue Parità.  E ancora a proposito di Modica la memoria di Grazia poeta ci fa tornare allo Sciascia dei sapori e del buongusto, come lo aveva celebrato il prima citato Vullo: “(…) per la cucina della contea di Modica non c’è differenza tra quella familiare e quella che le trattorie offrono, irresistibilmente richiama alla Spagna per il prevalervi dei piatti di legumi: ceci, fave, lenticchie, fave secche condite con buon olio crudo”  E ancora: “(…) sarebbe da fare un inventario della pasticceria modicana: le cedrate, le cotognate, i torroni, le cobaite, infine il cioccolato”(Cfri. L. Sciascia in Fatti diversi di storia letteraria e civile. Sellerio 1989).

Non è rimasto angolo della realtà siciliana che Sciascia non abbia illuminato e non solamente nei suoi libri ma tra una infinità di brevi saggi, prefazioni scritte per opere di amici o per occasioni di eventi legati a celebrazioni di autori del passato prossimo o remoto. Cito lo studio che propone una comparazione e rievocazione circa l’amicizia di Antonio Veneziano con il De Cervantes autore del Don Chisciotte, studio che troviamo come prefazione alle Ottave del Veneziano curate da Aurelio Rigoli per le edizioni Einaudi. O la spiegazione del “Cardubbu o cardubo” nella prefazione alla raccolto di versi in gallo-italico del farmacista di Nicosia, La Giglia.

Tutto un vero e proprio settore dove si può scoprire un supplemento sorprendente rispetto alle opere edite in volumi. Nemmeno esse, opere di momenti minori del grande Sciascia che “contraddisse e si contraddisse” proprio come gli è capitato di affermare prospettando apertis verbis che sarebbe stata la locuzione da apporre sulla sua tomba, nella quale invece si allude più al ricordo per questo pianeta, che intanto è già per tutti una affettuosa lusinga.

 

Mario Grasso