L’idea sbagliata

Quell’anello.

Quel simbolo di fedeltà e verità, in quel momento stava tra le sue dita. Ammiccava alla luce bianca del neon sul soffitto, nel suo studio dentistico.

“A Lester”, diceva la scritta all’interno, mentre “A Felicity” quella dell’anello che portava lui all’anulare.

Il suo comportamento, nell’ultimo mese, doveva esser stato parecchio strano se sua moglie era giunta a spiarlo da dentro l’armadio a muro, a scrutare cosa facesse attraverso le fessure tra le ante di legno bianco.

L’anello, poi, doveva esserle scivolato mentre si rialzava precipitandosi fuori, nel breve frangente in cui aveva salutato il signor Morgan.

Chissà che idea si era fatta.

Un sorriso sarcastico increspò il lato destro della sua bocca.

Di certo quella sbagliata.

Lanciò un’occhiata alla poltrona. Ai ferri poggiati sul vassoio accanto.

Lime, trapano, e tanto sangue, che imbeveva lentamente i batuffoli di cotone ammucchiati nel cestino.

Un paziente che da qualche giorno veniva tardi, fuori orario, che lo costringeva a rincasare quando Fliss era già a letto. Facile che si fosse fatta l’idea sbagliata. Probabilmente pensava che fossero scuse, e che lui vedesse una donna. Magari una di quelle rosse sinuose dei fumetti che leggeva da ragazzo, all’epoca in cui si erano conosciuti.

Aver visto quella sera che davvero riceveva l’anziano e grassoccio signor Morgan, doveva averla sollevata.

Niente rossa sinuosa. Solo uno strano signore con la macchina nera costosa, che per qualche motivo viene tardi a farsi sistemare i denti. Uno che non ama la confusione.

Tuttavia, riponendo con cura l’anello in tasca, si domandò cosa avesse pensato Fliss assistendo alla ‘piccola operazione’ cui aveva sottoposto il signor Morgan. Un trattamento di sei sedute, di cui quella era stata l’ultima, spalmate su un mese, per ridurre la lunghezza di alcuni denti.

Nessuno aveva parlato espressamente di canini, ma gli venne ancora da sorridere pensando all’idea che poteva essersi fatta Fliss assistendo a quella scena.

Vado a vedere se mio marito ha un’amante segreta, e invece scopro che ha appuntamento con un tizio strano che viene a farsi accorciare i denti.

Già. Una scena che poteva condurre facilmente all’idea sbagliata. Specie una persona che leggeva libri con UFO e vampiri in copertina.

Tuttavia, qualunque idea Fliss si fosse fatta, seppur sbagliata, era pur sempre meglio della verità, concluse prendendo dal cassetto chiavi e portafoglio.

La verità l’avrebbe sconvolta. E non c’era bisogno che la sapesse.

Fedeltà. Verità.

Due voti che non aveva mai rotto.

Non aveva mai tradito né mentito a sua moglie, eccettuando le piccole bugie riguardo un’ora in più trascorsa con gli amici, o se davvero aveva bevuto una sola pinta di birra anziché due durante la partita di campionato vista al pub.

Ma erano sciocchezze. Era altro che non poteva dirle. Semplicemente non poteva. E poi, lei non glielo aveva mai chiesto, quindi, tecnicamente, non aveva violato alcun voto di verità.

Sapeva che se avesse parlato l’avrebbe perduta, ed era una cosa che non voleva accadesse mai.

Lei così dolce, lei così comprensiva. Lei che non gli aveva mai domandato nulla sulle cicatrici profonde sulla sua schiena, che non aveva mai indagato sul suo passato, e che gli stava al fianco come le mogli di tanti uomini che aveva incontrato non avevano voluto o saputo fare.

Lo faceva sentire un po’ come un agente segreto, che conduce una vita di copertura, che indossa una maschera rimanendo per la maggior parte del tempo inattivo, in attesa di un segnale, o di un ordine, ma che agisce a sorpresa per tornare subito dopo alla sua copertura. Falso lavoro, falso passato. Ma magari amore vero.

Immaginava che le mogli di uomini del genere non sapessero nulla della vera attività dei mariti, e che, del resto, quell’attività potevano non doverla svolgere mai, o solo una volta ogni dieci, o quindici anni. E non aveva nulla a che fare coi sentimenti che quegli uomini potevano provare.

Tutti indossano una maschera, in qualche modo, ma nessuno può indossarla perennemente. Bisogna toglierla, di tanto in tanto, e secondo lui non c’era nulla di strano se un agente segreto, pur conducendo una vita falsa, avesse un amore vero.

Fedeltà. Verità.

Ecco, un agente segreto era il paragone esatto con la sua situazione, decise spegnendo le luci dello studio, e chiudeva la porta dall’interno.

Uno che al novantanove virgola nove per cento del tempo rimane inattivo, conducendo un’attività di facciata, ma che ogni tanto scatta per quella che è la sua vera natura. Uno che però, nonostante questo, ama sua moglie e le resta fedele, perché non c’è nulla di falso nel loro rapporto. Soltanto, non c’è bisogno che lei conosca anche quello zero virgola uno per cento.

Con un sorriso sulle labbra, stavolta di serenità, spalancò le ante dell’ampia finestra sulla bella serata, calda per quella latitudine.

Una leggera bruma era scesa giù dalle colline, lungo i prati verdi ora illuminati dalla luna.

Respirò, a occhi chiusi, riuscendo a sentire i rumori leggeri degli animali addormentati nei pascoli e nelle stalle delle fattorie vicine.

La pelle della sua schiena, quella rattrappita che sembrava gravemente ustionata, si mosse. Non provò dolore, non lo aveva mai provato.

L’idea sbagliata. Ma è meglio così. Pensò, cogliendo per un attimo il riflesso rosso dei propri occhi sul vetro della finestra.

Poi spalancò le ali e volò via, nel fresco della serata inglese. Libero per quella notte soltanto, prima di tornare da lei.

Salvo Zito