“La sinfonia degli addii” di Denis Dragunskij

 

Denis Viktorovič Dragunskij, filologo, giornalista, scrittore e drammaturgo, nasce a Mosca il 15 Dicembre 1950. Il padre Viktor era un noto scrittore di libri per ragazzi, che si ispirò proprio al figlio per il personaggio di Deniska nel ciclo di racconti Deniskiny rasskazy.
Dopo aver concluso gli studi presso la facoltà di filologia, Dragunskij si dedica all’insegnamento del greco. Dal 1975 al 1982 scrive le sceneggiature di alcuni film, mentre dal 1994 comincia a collaborare con diversi giornali e riviste in qualità di analista politico e giornalista.
Dal 2007 si dedica anche alla letteratura, scrivendo soprattutto racconti brevi. La prima raccolta di racconti è uscita nel 2008 con il titolo Proizvol’nyj pistolet, seguita da Net takogo slova (2009), Plochoj Malčik (2010), Pjat’ minut proščanija (2011) e, infine, Vzroslye ljudi (Gli adulti, 2013), da cui è tratto il racconto che segue.
“La sinfonia degli addii” è un racconto brevissimo di tipo autobiografico che, come gli altri brani della raccolta, delinea in maniera essenziale alcuni tipici comportamenti umani attraverso la descrizione di situazioni comuni. In questo caso si tratta di scarso interesse e di poco rispetto per il lavoro altrui, in parte dovuto a uno stile di vita eccessivamente frenetico, che non lascia tempo per il confronto con gli altri, in parte a una certa dose di egocentrismo. Il titolo fa riferimento alla Sinfonia N. 45 del compositore austriaco Haydn, nota, appunto, come “Sinfonia degli addii”, in cui ogni sezione di musicisti, una volta finito di suonare, spegneva le candele e se ne andava, lasciando sul palco solo due violinisti, che rimanevano da soli finché non finivano anch’essi, concludendo la sinfonia. La stessa scena, a parere di Dragunskij, si ripete fin troppo spesso in ambito accademico.

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La sinfonia degli addii

 

Non sopporto quando durante le piccole conferenze o, peggio ancora, alle tavole rotonde qualcuno interviene e poi si dilegua.
Di colpo comincia a sembrare che non abbia ascoltato i relatori precedenti, ma abbia semplicemente atteso il proprio turno. Signori di questo tipo spesso scrivono bigliettini o fanno cenni al moderatore. Tamburellano su se stessi, poi sulla cattedra, poi sull’orologio e giocherellano mimando le gambe con due dita. Il che significa «lasciami fare il mio intervento il prima possibile che devo scappare».
Non so quali validi motivi possano esserci per tutto ciò.
Non so poi esattamente chi si credano di essere. Ecco, diciamo, io elargisco ai presenti lo splendore del mio intelletto e intervengo in un secondo momento. Elargisco dopo.
Ricordo un caso divertente. Nel 1990, mi pare. C’era una tavola rotonda sulle relazioni internazionali, presieduta da Igor’ Krupnik, insigne antropologo (attualmente lavora negli Stati Uniti).
Si presentarono una quindicina di persone, tra cui il vostro umile servitore.
Tutti, allora, cominciarono a chiedere a Igor’ di cedere loro la parola il più presto possibile, dato che uno aveva una conferenza, un altro un seminario, un altro ancora una riunione e così via. Tutti i motivi erano molto plausibili.
Io, invece, sfaccendato, non avevo nessuna scusa. Non dovevo affrettarmi da nessuna parte, nessuno mi stava aspettando in qualche posto.
Ognuno faceva il suo intervento, rispondeva alle domande e via. Qualcuno stringeva imbarazzato la mano al petto, qualcuno sorrideva con aria colpevole, qualcun altro, invece, guardava duramente e con indifferenza l’orologio, diceva «ohi, ohi, ohi!» e andava via.
Fu così che rimasero quattro persone. Poi tre.
Il penultimo fece il suo intervento e disse: – Denis Viktorovič, avrei tanto voluto ascoltare la sua relazione! Adoro così tanto i suoi articoli, sono talmente pungenti e provocatori! Io, si può dire, sono venuto proprio per lei! Ma la prego, mi perdoni, tra mezz’ora il mio dottorando discute la tesi…
– Non fa nulla, non fa nulla, – dissi. – La ringrazio per le gentili parole! Buona fortuna!
E se ne andò.
Rimanemmo solo io e Igor’.
– E quindi, – dissi io. – Che si fa, rimarrai da solo ad ascoltarmi?
Lui disse:
– Eccome! La parola passa al giornalista Denis Dragunskij.
Aprii il mio quaderno e parlai di tutto quello che mi ero programmato di dire. Ci volle poco tempo, circa cinque minuti. Proprio come stabilito.
Igor’ mi pose un paio di domande. Io risposi.
– Bene, è tutto, – dissi. – Che dici, andiamo?
– Come sarebbe «andiamo»? – protestò lui. – E il mio discorso conclusivo? Io sono il moderatore, dovrò pure tirare le fila di tutto!
– Vai! – dissi io.
Lui fece il discorso conclusivo.
Io lo ringraziai.
E insieme ci avviammo verso la metropolitana.

 

(Traduzione a cura di Flavia Riolo)

 

auditorium renzo piano