La memoria dell’Angelo

 

Noi abitiamo la terra, la distanza
che il giglio confina sulla soglia
dell’essere cadùco. Ma che voglia
muove voi, mentre già vi sopravanza

la fine cui somiglia la speranza
come il bruco inerme sulla foglia.
Voi non avrete il dono che ci spoglia,
la metamorfosi dentro una danza.

Eppure questo vivere più breve
d’una falena persa nella notte,
è l’attimo che il vacuo stato deve

scegliere se l’eterno che vi inghiotte
volete elargire. Così lieve
per noi, la vostra luce sciama a frotte.

 

*

Come le più fragili rose d’inverno
sono i sorrisi gelidi di brina
sulla memoria. Mentre già declina
la voce in cui sbocciarono e l’odierno

non è poi differente dallo scherno
d’un aroma evanescente. In sordina
avverto il tuo agire che destina
ogni sembianza ad un solo governo.

Ma che resta dall’assidua costanza,
dalla premura del soccorritore
che conserva ogni nostra lontananza?

Nel suo viso perdura quel timore
come la volontaria osservanza
del futuro in cui crebbe ogni fiore.

 

*

Ma perché già lontani dal lamento
dei giorni, beati d’amore puro,
volete il nostro, così estraneo e oscuro?
Forse per averne quel mutamento

che vi restituisca il nutrimento,
un profumo del suo corso venturo
o d’un esistere non più insicuro?
Forse cercate un ricongiungimento

con noi, per trovarvi soltanto un riflesso
che vi dica perché siete? O caduto
invece dentro all’anima, oppresso

è da sempre il vostro dare? Temuto
poiché volete senza compromesso
trascorrere, ignari d’ogni rifiuto…

 

*

Sii lode e nient’altro. Sarebbe degno
vivere già dimentichi della vita
anziché simili alla margherita
disperderne i petali o come un segno

ceduto soccombere a ogni ritegno
di sole. Eppure già questa sortita
restituisce anche la parte sfuggita,
durata che t’avvince ormai pregno.

Se vivere è sperpero soltanto
può preservarlo la sua eternità.
Ecco perché voi! Oh angelo affranto

questo sei: ricordi, la vastità
in cui essi son salvi come il pianto
che va perso finché resti al di là…

 

*

Quando un giorno credendo di vederti
alle fronde del nitore impigliato,
e una foglia dagli alberi col fiato
si posava sui viali ricoperti

ho sperato, sì, che quanto diserti
potessi incontrare. E suscitato
dal desiderio trovare specchiato
su uno stagno il tremore che sovverti.

Ma non sei tu compagno che ricuce
lo strazio interiore. Salvaguardi
piuttosto anche il momento più truce.

Tra i riflessi scoprii quei riguardi;
il tuo attendere è aria che riluce
lo spazio in cui Altri sono gli sguardi.

 

*

Discostandoti dalla perfezione
mio solo amico, avresti potuto
di questa vita essere l’insoluto
mistero. Quale consolazione

ti porge dal mio male l’afflizione
che soffre in te, vicino e muto,
se neanche la rosa al gelo ci è aiuto?
La nostra anima è forse sanzione

della tua essenza? Oh se ti sentissi
accosterei le mie labbra al tuo dire
e ne ripeterei azzurro gli abissi

d’amore. Ma come nelle mire
d’un’unica vita saremo scissi;
potrai la tua ultima luce esaurire?

 

© M. Chagall, The dream, 1939

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